Due opere di unâartista contemporanea sono esposte, fino a luglio prossimo, in una mostra itinerante attraverso lâItalia, portando il messaggio dirompente della NativitĂ , in dialogo con opere del passato. Lâiniziativa della Fondazione Giovanna Dejua, patrocinata dal Dicastero per lâevangelizzazione, si inscrive nella rosa di iniziative per il Giubileo. Claudio Strinati: queste opere veicolano la stessa dimensione di intimitĂ , di devozione, di bontĂ , di raccoglimento
Maria Milvia Morciano - CittĂ del Vaticano
In pieno spirito giubilare, Nativity è una mostra âpellegrinaâ che percorre la penisola portando due opere dellâartista contemporanea Giovanna Dejua in luoghi diversi a confronto con opere del passato. Dopo lâesposizione a Roma, nella chiesa di Santa Maria in Traspontina, attualmente questa particolare iniziativa sarĂ ospitata per tutto il mese di febbraio da Ariccia, a Palazzo Chigi, cui seguiranno Lanuvio, presso il Museo civico, nel mese di marzo; Gerano, a Palazzo del comune ad aprile; Firenze nel Museo deâ Medici e Parma nel Castello di Montechiarugolo nel mese di luglio. Dopo lâartista del XIV secolo Antoniazzo Romano, dialogheranno di volta in volta Jan Miel (XVII secolo), Antonio Pozzo (XVII secolo), autori della Scuola Parmense raffiguranti opere tratte dal Perugino (XVI e XVIII secolo).
LâessenzialitĂ delle forme geometriche e dellâincarnazione di Cristo
David Vincent Mambriani, curatore della mostra Nativity e incaricato per gli Affari culturali del Giubileo, ai microfoni di Radio Vaticana - Vatican News ne spiega i motivi, richiamando come la semplicitĂ delle forme geometriche e dello stile essenziale dellâartista Giovanna Dejua rispondano pienamente a quella essenzialitĂ nella quale Cristo ha voluto incarnarsiâ.
Il curatore David Vincent Mambriani prosegue: âNativity è cominciata a Roma nel periodo di Natale e si lega quindi a questo periodo dellâanno liturgico. Ă stato possibile costruire un percorso che attraverserĂ lâItalia, toccando diversi luoghi e regioni. In ogni tappa verrĂ adattata in modo che ci possano essere un allestimento e una narrazione adatti. In questa mostra, le due opere di Dejua vengono messe in dialogo con opere di arte antica, dimostrando anche quanto lâarte contemporanea non sia avulsa da tutto ciò che è il discorso che nella storia dei secoli ha contraddistinto, soprattutto in questo caso, la tradizione italiana. Ovviamente la mostra resta in Italia, ma si inserisce in un dialogo che dimostra lâuniversalitĂ del messaggio della NativitĂ , del Vangelo. Un messaggio che tocca tutti gli angoli del globo, in questo caso dellâItalia, ma anche di tutti i tempiâ.
Un linguaggio che raggiunge tutti
La mostra intende portare questo messaggio a tutti, in modo comprensibile, usando il linguaggio dellâarte. Mambriani prosegue: âUna delle volontĂ della Santa Sede è stata quella di organizzare una serie di eventi culturali in collaborazione con il Commissario straordinario per il Giubileo, quindi con il Governo italiano, proprio perchĂŠ crediamo che la bellezza sia una via privilegiata per la conoscenza di Dio, soprattutto in una societĂ che, apparentemente, sembra lontana dal messaggio cristiano. Il Dicastero per lâevangelizzazione ha organizzato una serie di eventi culturali: mostre, concerti, rassegne cinematografiche, edizioni e giornate di studio, assieme ad altre istituzioni, in questo caso con la Fondazione Dejua. Abbiamo deciso di allargare questo panorama di attivitĂ culturali in modo che fosse il piĂš esteso possibile, che potesse essere ramificato, prendere tutta Roma, lâItalia e il mondo, perchĂŠ il Giubileo è comunque un evento mondiale, internazionale e quindi la collaborazione con altre realtĂ importanti ha permesso di ampliare visioni e sensibilitĂ â.
Viaggio nel mondo digitale
Angelo Paletta, direttore della Fondazione Giovanna Dejua, spiega che lâorganizzazione è avvenuta attraverso le partnership della Fondazione Rezza, Tota Pulchra e molti altri sponsor, partner istituzionali e patrocini. Oltre al curatore Mambriani, si sono affiancati i contributi di cinque critici e storici dellâarte che hanno firmato il catalogo della mostra: il professor Claudio Strinati, il professor Lorenzo Canova, la dottoressa Paola Di Gianmaria, lâarchitetto Francesco Petrucci e il dottor Francesco Francesconi. La mostra, che si articola per varie tappe, è iniziata a dicembre 2024 e terminerĂ a luglio 2025.
âInoltre in Nativity si è voluto inserire un elemento di innovazione con una sede permanente nel Metaverso di Plan Cityâ, prosegue il direttore. âPlant City è un progetto ingegneristico digitale che ha creato uno spazio museale inedito, dedicato a opere contemporanee e di arte antica. Questo connubio dĂ il senso dellâinnovazione. Lâantico e il contemporaneo possono dialogare insieme e sono lâuno la prosecuzione dellâaltra. Lâarte è la sintesi visiva immediata di quello che anche una dimensione digitale può offrire, non solo ai fruitori di una mostra, ma anche a degli investitori nel mondo del Metaverso, che è tutto da esplorare e per tantissimi ancora sconosciuto e, proprio per questo, ancora piĂš affascinanteâ. E conclude spiegando: âNel Metaverso si entra attraverso i link che si trovano nel web, delle porte ufficiali che permettono di entrare in queste cittĂ e di immergersi letteralmente in dimensioni totalmente nuove. Ă possibile anche creare una propria immagine, un proprio avatar, un personaggio, che assume le sembianze, le fattezze e i comportamenti di chi in realtĂ sta visitando in quel momento la dimensione del Metaverso. Questo umanizza il mondo digitaleâ.
Unâarte che viene da lontano
Claudio Strinati, critico e storico dellâarte, segretario generale dellâAccademia di San Luca e per molti anni soprintendente del Polo museale romano, autore di un saggio scientifico nel catalogo della mostra Nativity, si sofferma sulla mostra.
Claudion Strinati delinea poi una particolare circostanza: âQueste due opere sono in perfetta sintonia con lâargomento generale della mostra. Hanno vari pregi e, soprattutto, quello di non essere nate adesso, cioè non sono state realizzate dallâartista per la mostra ma sono confluite nella mostra. Non è non è unâimprovvisazione nata per lâoccasione, è piuttosto il contrario è cioè lâoccasione ha fatto sĂŹ che queste opere venissero esposte in un contesto di altissima spiritualitĂ e cultura. Sono due dipinti che hanno entrambi lo stesso titolo, NativitĂ , che risalgono a parecchi anni fa, per lâesattezza uno è dellâ87 e lâaltro del â91, quindi riflettono una fase della creativitĂ della nostra artista, che è certamente quella attuale, ma che trova i suoi presupposti parecchio tempo addietro. Unâarte che viene da lontano. Ă un progetto vero e proprio di cui queste due opere sono lâespressioneâ. Infatti questo progetto di Dejua non si esaurisce in queste sole due opere, ma fanno parte di un ciclo piĂš ampio.
Il profilo dellâartista
Il professore passa a descrivere la figura dellâartista: âDejua è unâesponente di quella grande linea dellâarte del Novecento che è lâastrazione. Naturalmente, allâinterno di questo fenomeno ci sono tante declinazioni diverse, tanti modi diversi di affrontarla, ma la sua astrazione è sempre gravida, carica di figurativitĂ , di riconoscibilitĂ , non è soltanto pura geometria, ma è unâastrazione indubbiamente geometrica, di base geometrica, che però trascina dentro di sĂŠ la figura, lâimmagine riconoscibile - naturalmente riconoscibile come astrazione - cioè non come rappresentazione immediata di qualcosa che tu subito riconosci, ma come simbolo, come metafora di una riconoscibilitĂ che in realtà è tradotta in forme essenziali. Ne deriva unâastrazione geometrica e lâastrazione geometrica è naturalmente la quintessenza dellâastrazione. In un certo senso, la sua linea di pensiero visivo nasce proprio alle origini del Novecento, un poâ dalla matrice storica dellâastrazione che è rappresentata da Kandinsky, da quella che poi diventerĂ la scuola del Bauhaus. Quindi questo mondo russo tedesco, tra lâaltro anche molto italiano perchĂŠ, in particolare ma non solo, lâaltra radice dellâastrazione nellâarte del XX secolo è il futurismo di Balla. Queste due radici ci sono entrambe ma rielaborate in una forma che è totalmente originale, che in realtĂ deve ben poco sia allâastrazione lirica, diciamo di Kandinsky, sia allâastrazione, intesa come linea forza, come potenza, come aggressivitĂ , che è quella che nasce, del quale Il futurismo di Balla è lâesponente piĂš importante. Però queste due anime dellâastrazione ci sono, però in un altro modo.
Riduzione allâessenziale
“Questi due quadri, che tra lâaltro sono eseguiti con la tecnica molto particolare dellâacrilico, su cui viene innestata una stesura a foglia dâoro 24 carati che fa risplendere letteralmente questa immagine e contrasta in qualche modo con la densitĂ , se vogliamo anche un poâ lâoscuritĂ dellâacrilico, può essere anche trasparente, però nella sua forma piĂš pura è estremamente denso e noi vediamo questi due quadri in cui da un lato câè la componente geometrica, la moltiplicazione delle forme geometriche e dallâaltro câè proprio la riduzione allâessenziale, soprattutto in uno dei due, quello del â91”, spiega Strinati.
“Questa NativitĂ , che poi è allo stesso tempo anche preludio allâadorazione dei Magi perchĂŠ appare la cometa in alto, quindi un elemento figurativamente riconoscibile. E questo quadro è basato proprio su una essenzialitĂ totale: il triangolo con un punto centrale che emana luce o assorbe luce e che da un lato ci fa capire perfettamente che cosa rappresenta anche se non lo rappresenta. Allora questo principio rientra in un progetto che lâartista stessa ha denominato “Nuovo progetto astratto” e che persegue da moltissimi anni. Nuovo perchĂŠ lâastrazione non è una forma intellettualistica, ma è un modo di esprimersi, gravido di sentimento intimo”.
Arte nitidissima, raffinata
Il critico dâarte prosegue: “Ă il raccoglimento che la storia sacra ci dice essere la quintessenza della NativitĂ . La Natività è un momento di meditazione, di meditazione da parte di coloro i quali sono inconsapevoli pastori. I Magi stessi, sono accompagnati dalla cometa, ma quando arrivano di fronte al Bambinello, non sanno. In realtĂ percepiscono che sono di fronte allâevento miracoloso per antonomasia, ma sono non dico increduli, anzi credono, ma non capiscono bene in che cosa debbano credere. Ă arrivato il Redentore. GiĂ , ma che cosâè in realtĂ il mistero della fede? Ă espresso subito, fin dallâinizio. E il “Nuovo progetto astratto” contempera la dimensione del mistero a quella dellâesplicito. Questo tipo di pittura nitidissima, perfetta, estremamente raffinata, è proprio lo strumento ideale che ci introduce al grande mistero della fede e dellâarte e nello stesso tempo però ce lo delinea, ce lo disegna in un modo semplice. La grande semplicità è uno degli elementi strutturali della fede da un lato, e dellâarte stessa. Quindi queste due opere rendono molto bene il senso complessivo della parabola di questa artista”.
Stesso spirito, senza tempo
Il dialogo dellâarte antica con lâarte contemporanea offre sempre suggestioni affascinanti e allo stesso tempo non permette lâapplicazione di un metodo codificato sempre uguale. Nel caso della mostra romana, Strinati cosĂŹ spiega: âSono state scelte a confronto due opere che appartengono al patrimonio vaticano e raffigurano la Madonna col Bambino e sono del Quattrocento; non sono attribuite con assoluta certezza e una delle due è ritenuta dagli studiosi di Antoniazzo Romano, che è stato il pittore per antonomasia del Quattrocento romano, il pittore delle confraternite, il pittore che contribuiva alla meditazione sulla fede in un modo semplice, lineare, casto. Lâaltra opera è pure risalente al Quattrocento, direi la seconda metĂ . Ma non ne conosciamo lâautore. Ora Antoniazzo nella seconda metĂ del Quattrocento lavorò moltissimo, produsse moltissimo, attirò a Roma tanti artisti, ma di tutte quelle opere pochissimo rimane, perchĂŠ la Roma quattrocentesca è sopravvissuta soltanto per pochi frammenti, ma molto è andato distrutto. Quindi queste due opere sono commoventi perchĂŠ sono molto belle e ci riportano a unâetĂ in cui il culto è espresso con unâarte semplice, casta, delicata, proprio rivolta al popolo, alla devozione popolare. E quindi dialogano bene con Giovanna Dejua. Certo, le due opere moderne non assomigliano a quelle quattrocentesche, ma lo spirito da cui quelli quattrocenteschi sono nati è molto simile: veicolare verso tutti, non soltanto i dotti che conoscono la storia dellâarte, che sappiano o meno, tutti, tutti coloro i quali si possono avvicinare a unâopera dâarte, veicolare la stessa dimensione di intimitĂ , di devozione, di bontĂ , di raccoglimento. Questo in effetti è pressochĂŠ identico”, conclude il segretario generale dellâAccademia di San Luca.
Lâopera dâarte è sempre moderna
“Ă lo stesso linguaggio espresso però in una lingua diversa”, prosegue il professore. “Credo che il visitatore della mostra questo lo capisce intuitivamente. Non câè bisogno di molte spiegazioni. Quindi questa apparente distanza, questa apparente differenza totale, lo è nellâesterioritĂ , ma nellâinterioritĂ non lo è affatto. Ed è una lezione interessante perchĂŠ ci insegna che quando ci accostiamo allâopera dâarte in generale, non dobbiamo mai pensare se sia antica o moderna. Lâopera dâarte è sempre moderna, cioè quando gli antichi hanno prodotto le loro opere erano moderne e unâopera dâarte è moderna perchĂŠ comunque quando noi ci avviciniamo è presente fisicamente presente, quindi è stata prodotta nel passato, ma se è sopravvissuta appartiene al nostro tempo. E questo insegnamento dalla mostra di Giovanna Dejua emerge, oltre al tema comune della NativitĂ ”.
Essere partecipi del proprio tempo
Alla domanda su cosa vede nellâarte di Giovanna Dejua lâocchio dello studioso, del critico dâarte, Strinati risponde: “Vedo proprio questo aspetto dellâansia, desiderio della comunicazione. Quando ci accostiamo allâarte contemporanea sentiamo sovente dire da parte dei fruitori ‘non la capisco non so nemmeno se è arteâ: è un giudizio che si sente spesso e altrettanto spesso proprio riguardo le opere astratte. Ă comprensibile: se unâopera dâarte non rappresenta nulla di esplicito, è chiaro che il fruitore può essere perplesso e si può chiedere ma allora che lâha fatto a fare? Se non ci dice niente, allora non è arte. Invece la lezione che promana da unâartista come la Dejua è questa, cioè lâessere partecipi del proprio tempo, anzi a un livello alto, cioè condividere le forme piĂš avanzate del linguaggio, ma con un intento assolutamente tradizionale”.
Sintonizzarsi per comprendere
“Lâintento dellâartista non è quello di stupirti o di metterti in difficoltĂ , al contrario è semplicemente lâintento di ascolto, di comprensione”, spiega ancora Strinati: “E come quando ci si accosta a qualcuno che parla una lingua che noi non conosciamo bene. Qual è lâatteggiamento migliore? Sforzarsi di intenderla, non dire: Beh, non la conosco, allora non capisco niente. No, so qualcosa. Quel qualcosa ti può aiutare. Allora entrare nella comprensione. Parla una lingua difficile, lâastrazione è molto difficile. Però la parla in modo tale da fartela capire, da indurti a dire che si può capire benissimo: la parlo poco, la capisco poco, però qui vedo che posso approfondire. Posso capire che in realtĂ non esiste nessun artista che produce unâopera dâarte per non farsi capire. Il desiderio dellâartista è comunicare. La vedo come una figura emblematica, cioè che senza nulla rinunciare alla sua dottrina, vuole e pretende la comunicazione, cioè vuole essere intesa e mette in atto tutti gli strumenti perchĂŠ ciò accada. Poi il giudizio di gusto è soggettivo. Tuttavia il caso di Giovanna Dejua è un caso in cui la bellezza, oso pronunciare questo termine, della sua arte arriva naturalmente, arriva a condizione di sintonizzarsi. Anche i nostri ascoltatori che ci sentono parlare, per poterci sentire, si debbono sintonizzare sul canale. Se non si sintonizzano, non ci sentiranno. Noi invece ci auguriamo che lo facciano”.










