India, i cristiani chiedono fraternità e pace

In vista delle elezioni che nel 2026 si terranno nei diversi Stati o città, è necessario introdurre misure che possano prevenire la manipolazione delle liste elettorali a danno delle minoranze religiose. Per questo, di fronte alle violenze e alle discriminazioni che i cristiani si ritrovano a subire, c’è bisogno di una nuova Magna Charta dei diritti delle comunità cristiane

Paolo Affatato – Città del Vaticano

Un futuro roseo, fatto di rispetto  dei diritti, uguaglianza pari opportunità. Un futuro in cui poter contribuire allo sviluppo armonico del Paese, alla fraternità e alla pace. È quanto chiedono i cristiani in India, in quella che si definisce orgogliosamente «la più grande democrazia del mondo». A parlare di questo desiderio e dell’impegno per realizzarlo è John Dayal, giornalista e scrittore, portavoce della più antica e prestigiosa organizzazione dei laici cattolici, la “All India Catholic Union” (Aicu), che da 106 anni è voce dei cittadini cristiani del Paese, con delegati e gruppi operante in 120 diocesi.  

Una nuova Magna Charta

Di fronte alle violenze e alle discriminazioni che i cristiani si ritrovano a subire, «c’è bisogno di una nuova Magna Charta dei  diritti delle comunità cristiane. È una proposta che in passato è emersa e si è discussa tra le Chiese cristiane delle diverse confessioni», rammenta in un colloquio con «L’Osservatore Romano». «Ora è tempo di realizzarla, di essere uniti e impegnarci a creare un’India in cui la diversità sia rispettata, siano protetti i diritti di ogni cittadino, si curino malattie come l’odio e la discriminazione», afferma. 

Un lungo elenco di violenze

Il laicato cattolico indiano prende atto del fatto che il 2025 è stato un anno caratterizzato da «un alto livello di violenza e intimidazione». I credenti , in particolare in stati come Uttar Pradesh, Chhattisgarh, Madhya Pradesh e Orissa, hanno subito attacchi e che si sono intensificati nel  periodo natalizio, riportati con un preoccupazione anche nei circuiti e sui mass media non cristiani. Lo United Christian Forum, riferisce Dayal, ha documentato 706 incidenti da gennaio a novembre 2025. «Altre fonti, come l’Evangelical Fellowship of India, hanno riportato, nel corso del 2025, 183 episodi di violenza in  Uttar Pradesh e 156 in Chhattisgarh: aggressioni, interruzioni del culto, vandalismo, false accuse di conversioni. Abbiamo visto manifesti che invitavano al boicottaggio del Natale. Abbiamo registrato interruzioni in almeno 60 eventi in tutto il Paese, percosse ai cantori di canti natalizi in Kerala e molestie ai fedeli in preghiera». Vi è una radice della violenza, spiega il portavoce: «L’incitamento all’odio da parte di diversi leader del governo e dei gruppi  estremisti indù come Sangh Parivar hanno contribuito a creare questo clima. La propaganda che etichetta i cristiani come “estranei all’India” ha incoraggiato azioni di tal genere». Inoltre, rimarca Dayal, «leggi che rendono difficoltosa la conversione religiosa, in vigore in 12 Stati  sono utilizzate impropriamente per giustificare le violenza, nonostante le scarse prove di conversioni forzate».

Pari diritti e dignità per le minoranze religiose

I “discorsi di odio”, negli interventi pubblici e sui social media, «hanno preso di mira i musulmani, in 1.156 casi insieme ai cristiani, segnando un aumento del 41 per cento rispetto agli episodi di incitamento all’odio anticristiano documentati nel 2024», ha riportato il Center for the Study of Organized Hate. «La maggior parte di tali discorsi d’odio si è verificata negliSstati governati dal Bharatiya Janata Party, il partito del primo ministro in carica, Narendra Modi», segnala Dayal, rilevando una dato che risulta per i cristiani fortemente indicativo. In un quadro di tal genere, osserva «è fondamentale riconoscere la gravità dei fatti, senza arrendersi alla disperazione. Le nostre comunità devono proseguire nell’impegno democratico, traendo forza dalla Costituzione, dalla guida morale delle istituzioni, dai vescovi, dal coraggio silenzioso dei cittadini comuni», auspica. La richiesta della comunità cristiana in India, che rappresenta il 2,3 per cento della popolazione di oltre un miliardo di abitanti, è semplice: «Pari diritti e pari dignità di fronte alla legge. Sostenere questi principi non è una concessione alle minoranze, ma una prova per la stessa repubblica». Dayal segnala un problema strutturale: «Le minoranze religiose, in particolare musulmani e cristiani, sono rappresentate in modo sproporzionato tra i poveri delle aree urbane, i lavoratori informali e i migranti interni. I dalit (i fuori casta) e gli adivasi (gli indigeni) affrontano forme di esclusione molto antiche. E le donne si trovano ad affrontare ostacoli più complessi».

Interventi in vista delle prossime elezioni

Per questo, come ha riferito l’agenzia Fides, l’Aicu propone di elaborare e di presentare al governo indiano una convenzione valida per tutte le realtà cristiane, che includa «programmi per educare i cittadini sui diritti previsti dagli articoli 25-28 della Costituzione», quelli che regolano la vita e le libertà fondamentali delle comunità religiose nel Paese. Infine, in vista delle elezioni che nel 2026 si terranno nei diversi Stati o città,  «è necessario introdurre misure che possano prevenire la manipolazione delle liste elettorali a danno delle minoranze religiosi», nota. Altrettanto importante, conclude, sarà garantire che il censimento della popolazione, previsto dal governo tra il 2026 e il 2027, «non acuisca  le divisioni su base castale, etnica, religiosa o culturale».



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Groenlandia, nulla di fatto al vertice Usa-Danimarca. Truppe Nato sull’Isola artica


Continuano i colloqui circa la sorte dell territorio autonomo danese. Ieri, mercoledì 14 gennaio, a Washington incontro tra le diplomazie di Stati Uniti, Danimarca e Gronelandia. Il vertice si è concluso senza in raggiungimento di un accordo. Mentre Washington non arretra circa le sue mire sull’isola, anche l’Europa si mobilita

Silvia Giovanrosa – Città del Vaticano

E’ durato circa un’ora l’incontro all’Eisenhower Building, a Washington, ma Danimarca e Groenlandia non sono riuscite a spostare le mire dell’amministrazione Usa sull’Isola artica. Per Copenaghen e Nuuk la conquista del Paese è una linea rossa che non può essere oltrepassata, e sarebbe inaccettabile non rispettarne l’integrità territoriale. Per Trump, tuttavia, il possesso del suolo groelandese continua ad essere una questione di sicurezza nazionale, soprattutto in vista della costruzione del Golden Dome, il mega progetto di difesa anti missili americano.

La posizione degli Stati Uniti

Da mesi ormai, il capo della Casa Bianca sottolinea il rischio che il territorio autonomo nell’Artico possa finire nelle mani di Russia e Cina. Del resto è cosa certa che la Groenlandia sia ricca di risorse naturali, petrolio e terre rare. A oggi però è ancora molto complicato accedere ai giacimenti, per via della presenza massiccia dei ghiacci. “Non ho intenzione, ha detto Trump, parlando ai giornalisti dello Studio Ovale, di rinunciare alle opzioni. Il problema è che, se la Russia o la Cina volessero occupare la Groenlandia, non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo, mentre c’è tutto quello che possiamo fare noi”. Il presidente ha inoltre aggiunto che la Nato potrebbe diventare “ancora più formidabile ed efficace con la Groenlandia in mano agli Stati Uniti” e ha sottolineato: “Meno di questo è inaccettabile”.

La posizione di Danimarca e Groenlandia

Risponde ai timori statunitensi il ministro degli Esteri di Copenaghen, Lars Lokke Rasmussen, sottolineando come “la narrazione secondo cui ci sarebbero navi da guerra cinesi ovunque non corrisponde al vero. “Secondo la nostra intelligence, non abbiamo navi da guerra cinesi in Groenlandia da circa un decennio”, ha detto. Tuttavia Rasmussen ha promesso che continuerà ad impegnarsi per aumentare la sicurezza nell’Artico e che continuerà a parlare con Washington. Noi abbiamo chiarito in modo inequivocabile che ciò non è nel nostro interesse”. Il concetto è stato ribadito anche dalla ministra degli Esteri groenlandese, Vivian Motzfedt, che, nella lingua della sua gente, ha affermato senza giri di parole che la Groenlandia “non vuole essere conquistata dagli Stati Uniti”. Tuttavia è stato sottolineato come la Danimarca “rafforzerà” la sua presenza militare in Groenlandia e che si concentrerà su una maggiore presenza della Nato nell’Artico. Su richiesta di Copenaghen, anche la Svezia contribuirà con l’invio di personale militare. D’altra parte i 60mila groenlandesi, hanno sottolineato come preferiscono “la Danimarca agli Stati Uniti.

L’Europa e la Nato

Intanto, si prevede che nei prossimi giorni, arriveranno sull’isola altre truppe della Nato, quindici soldati francesi sono già arrivati ​​in Groenlandia. Militari francesi, tedeschi e dei Paesi nordici parteciperanno a una missione militare europea nel territorio autonomo della Danimarca. Il ministero della Difesa tedesco ha confermato che Berlino prenderà parte all’iniziativa dell’esercitazione militare inviando una squadra di riconoscimento della Bundeswehr, incaricata di valutare sul posto le condizioni operative e i possibili contributi militari tedeschi nell’ambito della missione multinazionale



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Gaza, al via la “Fase 2” del piano di pace predisposto dagli Usa

Con l’annuncio, dato al Cairo, della costituzione del Comitato tecnico palestinese indipendente, chiamato a gestire la Striscia di Gaza, è stato dato il via alla “Fase 2” del cosiddetto piano di pace predisposto dagli Usa. A darne comunicazione il ministro degli Esteri egiziano e l’inviato speciale della Casa Bianca Witkoff. Il Comitato sarà supervisionato dal “Board of Peace”, che potrebbe riunirsi la prima volta al World Economic Forum di Davos la prossima settimana

Roberto Paglialonga – Città del Vaticano

Con la nomina del Comitato tecnico indipendente è iniziata la “Fase 2” del cosiddetto piano di pace per Gaza, predisposto dalla Casa Bianca. L’annuncio dell’accordo sui 15 nomi che ne faranno parte è stato dato Al Cairo dal ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty. Lo ha poi confermato anche Steve Witkoff, inviato speciale per il Medio Oriente del presidente Usa, Donald Trump, sottolineando che “ora si avvia anche la completa smilitarizzazione e ricostruzione”, aggiungendo che sarà altresì necessario “l’immediato ritorno dell’ultimo ostaggio deceduto”, perché “in caso contrario si verificheranno gravi conseguenze”.

Il Comitato tecnico palestinese per l’amministrazione di Gaza

Secondo lo schema in 20 punti elaborato da Washington, l’enclave palestinese sarà dunque gestita per un periodo di transizione dal Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag) — il cui coordinatore è stato individuato nell’ex viceministro palestinese, Ali Shaath —, che opererà sotto la supervisione del “Board of Peace”, presieduto dallo stesso Trump. Un organismo, quest’ultimo, che potrebbe vedere la luce la prossima settimana nel corso del World Economic Forum (Wef) a Davos, e di cui farebbero parte alcuni tra i principali leader europei, compresi i capi di Stato e di governo di Italia, Gran Bretagna e Germania.

L’approvazione di Hamas e delle altre fazioni palestinesi

Il neo-nato Comitato tecnico sarà responsabile della gestione quotidiana dell’enclave, dai servizi sanitari alle utenze e all’istruzione. Hamas e le fazioni palestinesi hanno confermato la loro approvazione, “garantendo al tempo stesso l’ambiente appropriato” per l’avvio dei suoi lavori, e ringraziato i mediatori per la loro opera, in primis Egitto e Stati Uniti. Anche il vicepresidente palestinese, Hussein Al-Sheikh, ha accolto con favore la notizia. Mentre Il vicesegretario generale della Jihad islamica, Muhammad al Hindi, ha puntato il dito su Israele, invitandolo “a rispettare i suoi impegni”.

Il Consiglio per la pace presieduto da Trump

Il prossimo passo è la costituzione del “Consiglio per la pace”: sarà composto da circa 12 membri e chiamato a dare indicazioni di alto livello su Gaza. Secondo «The Wall Stree Journal», a tenere i rapporti tra questo e il Comitato palestinese dovrebbe essere Nickolay Mladenov, ex coordinatore Onu per il processo di pace in Medio Oriente ed ex ministro degli Esteri bulgaro. Ma secondo il «Financial Times» gli Usa vorrebbero anche l’istituzione di un comitato esecutivo del “Consiglio”, di cui dovrebbero fare parte lo stesso Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner. Lunedì è in programma una riunione dei consiglieri per la sicurezza di vari Paesi che potrebbero fare parte del Board, mentre la prima riunione di questo organismo sarebbe prevista proprio a Davos. Ma su tutto potrebbe pesare l’evolversi della situazione in Iran.

Hamas: nella Striscia oltre 71 mila vittime dal 7 ottobre

Intanto, nella Striscia, a Bani Suheila, vicino a Khan Yunis, ieri dall’Idf è stato ucciso un infermiere, mentre un altro attacco si è verificato a Jabaila. Dall’entrata in vigore della tregua a metà ottobre, riferiscono fonti mediche controllate da Hamas all’agenzia di stampa Wafa, sono rimaste vittima di raid almeno 449 persone (15 nelle ultime 24 ore), e altre 1.246 ferite. Il bilancio degli attacchi israeliani dal 7 ottobre 2023 a Gaza sarebbe dunque salito, sempre secondo le stesse fonti di Hamas, a 71.439 morti e 171.324 feriti.



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“Dei Verbum”, don Girolami: il Papa ricorda che Dio si rivela nella storia

Sulla scia della catechesi di Papa Leone XIV all’udienza generale di mercoledì scorso, dedicata alla Costituzione dogmatica conciliare, il presidente dell’Associazione Biblica Italiana si sofferma sul significato più profondo del documento: “Il testo permette di comprendere la prospettiva corretta attraverso la quale la Chiesa ha ripensato la sua missione nel mondo”

Eugenio Bonanata – Città del Vaticano

Il primato della storia, la lettura dei testi sacri, la relazione di amicizia con il Signore, la preghiera. Sono numerosi gli argomenti toccati dalla costituzione dogmatica Dei Verbum che Papa Leone XIV ha messo al centro della catechesi dell’udienza generale di mercoledì scorso, in Aula Paolo VI, nell’ambito del nuovo ciclo dedicato alla riscoperta dei documenti del Concilio Vaticano II.  “La Dei Verbum chiarisce qual è il significato e la modalità con la quale Dio si rivela agli uomini”, afferma don Maurizio Girolami, presidente dell’Associazione Biblica Italiana. Ed “è significativo – aggiunge – che il Papa abbia voluto cominciare proprio dal cappello introduttivo di questo documento, dove si definisce il dialogo tra Dio e gli uomini come un dialogo che avviene in una relazione di amicizia”.

Una lunga gestazione

“Dio si rivela innanzitutto attraverso parole autentiche”, aggiunge don Girolami, ricordando come a tal proposito il Papa ha rimarcato “la differenza” tra la parola e le chiacchiere, nonché l’importanza di dedicarsi alla preghiera. “Dio si rivela anche attraverso eventi intimamente connessi”, sottolinea il sacerdote che invita a considerare la lunga gestazione che ha avuto la Dei Verbum, testo approvato il 18 novembre 1965, poche settimane prima della chiusura dell’assise l’8 dicembre. “Di fatto, però, fu uno dei primi testi a essere presentati dalla commissione preparatoria”.

Ascolta l’intervista integrale a don Maurizio Girolami

Il contesto storico culturale

Qual è il motivo di questo lungo iter? “I padri conciliari – spiega il sacerdote – avevano bisogno di intendersi su come bisognava capire la rivelazione cristiana: se solo come parole, delle verità rivelate, oppure se, come insegna la Sacra Scrittura, c’era una storia da accogliere che è fatta sia di parole sia di eventi”. Il contesto culturale, teologico e filosofico dell’epoca, segnato ancora dall’illuminismo e dal positivismo, nonché dalla grande controversia con la riforma protestate, aveva stimolato questa riflessione che ha portato a mettere la storia al centro del mistero della rivelazione divina. “Non si tratta solo di avere dei testi – afferma don Girolami – il cristianesimo non è la religione del libro ma, come ci ha detto anche Papa Benedetto XVI, è innanzitutto l’incontro con il vivente, di cui certamente la Sacra Scrittura è la testimone privilegiata, ma non senza l’alveo che la porta, cioè la tradizione e la vita della Chiesa”.

Lo sguardo sulla realtà

Don Girolami cita anche la recente lettera apostolica di Papa Leone Una fedeltà che genera futuro, diffusa il 22 dicembre scorso, in occasione del sessantesimo anniversario dei decreti conciliari Optatam totius e Presbyterorum Ordinis. I due documenti sulla formazione sacerdotale sono in piena sintonia con lo spirito della Dei Verbum. “I padri conciliari – spiega – chiedevano una revisione profonda degli studi della teologia, perché ovviamente non si trattava più di studiare le verità rivelate, come se Dio avesse voluto rivelare qualcosa di sé in forma astratta, come se fosse una filosofia da imparare, ma bisognava rimettersi dentro il contesto della storia, sapendo ascoltare la storia”

“La Bibbia – prosegue don Girolami – ci dice che è attraverso volti, incontri e persone che Dio rivela il suo piano di salvezza”. Ed è proprio qui che risiede la potenza della costituzione dogmatica, che invita tutti i credenti – non solo gli specialisti – a leggere la Sacra Scrittura e ad alimentare la familiarità con i Testi Sacri. “È grazie alla Dei Verbum – sottolinea ancora il presidente dell’Associazione Biblica Italiana – che oggi possiamo dire che il Signore continua ad accompagnare la sua Chiesa e a rivelare il suo volto attraverso la vita della Chiesa. La nostra catechesi, il nostro insegnamento teologico non è più una ripetizione di formule già confezionate, per quanto corrette, che però rischiano di non comunicare nulla. Invece, è la Chiesa che si interroga continuamente su come annunciare il Vangelo eterno di Gesù Cristo nella storia, nell’oggi, con il linguaggio dell’uomo contemporaneo”.

Il processo di rinnovamento

Il documento, dunque, ha offerto la struttura teologica a tutto il Concilio Vaticano II. “La Dei Verbum ci permette di comprendere qual è stato lo spirito, e la prospettiva corretta con la quale la Chiesa ha ripensato sè stessa, la sua missione nel mondo, il senso della Sacra Scrittura e della tradizione, e come vivere l’esperienza cristiana oggi, dando primato e valore alla storia e a questo mondo amato da Dio”. Secondo don Maurizio Girolami, inoltre, l’intuizione teologica della costituzione dogmatica è alla base dell’intero processo di rinnovamento stabilito dal Concilio: dalla liturgia al linguaggio fino alle strutture e alle istituzioni. “Probabilmente – conclude – se non ci fosse stata Dei Verbum, tutta la vita della Chiesa, la nuova evangelizzazione di tutti gli ultimi Pontefici, non avrebbe avuto quello spessore teologico che invece ha avuto”. 



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Ritiro comunitario di Quaresima




Santa Maria Maggiore, Alí Herrera nominato vicario dell’arciprete

Dal 2024, il vescovo colombiano è segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e proseguirà anche in questo incarico

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Papa Leone XIV ha nominato oggi, 15 gennaio, vicario del cardinale arciprete della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore monsignor Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. 

Colombiano, vescovo ausiliare emerito di Bogotà, psicologo noto per il suo impegno nella tutela dei minori, Herrera era stato nominato nel marzo 2024 segretario della Commissione che si occupa della protezione dei minori e degli adulti vulnerabili.

Proseguirà in questo incarico anche dopo la nomina di oggi. Nella Basilica liberiana, Alí Herrera collaborerà dunque con il cardinale Rolandas Makrickas, arciprete dal luglio scorso.



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Gregoriana, un convegno in vista della Giornata per il dialogo cattolici-ebrei

In preparazione alla 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, il prossimo 17 gennaio, si è svolto a Roma, presso la Gregoriana, un incontro dal tema: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gn 12,3). Sessant’anni di Nostra Aetate”. Al centro del confronto, la comprensione del tema delle benedizioni di Dio

Federico Piana – Città del Vaticano

In  vista della 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si celebrerà il prossimo 17 gennaio, mercoledì 14 gennaio si è svolto a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, un incontro ebraico-cristiano che ha ricalcato lo stesso tema scelto per la Giornata: “«In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gn 12,3). Sessant’anni di Nostra Aetate”.

Confronto aperto

All’evento,  promosso dall’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della diocesi di Roma con la Comunità ebraica di Roma ed in collaborazione con il Centro cardinal Bea per gli studi giudaici dell’Università Gregoriana, hanno preso parte il professor Massimo Gargiulo, pro-direttore del Centro cardinal Bea, Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, e monsignor Ambrogio Spreafico, biblista e vescovo emerito di Frosinone-Veroli-Ferentino-Anagni-Alatri. A moderare l’incontro è stato monsignor Marco Gnavi, responsabile dell’Ufficio per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti della diocesi di Roma che, nella sua introduzione, ha voluto ricordare come questo incontro si inserisce anche nel solco del 60mo anniversario della promulgazione della Dichiarazione  conciliare Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.

Letture sinergiche

«Questo incontro in un anno così difficile — ha detto monsignor Gnavi — assume un significato profondo a partire dalla volontà congiunta dell’Unione delle comunità ebraiche italiane e della Conferenza episcopale italiana non solo di proseguire il dialogo ma di approfondirlo a partire dal tema scelto. La benedizione di Abramo e di tutta la sua discendenza viene letta in maniera sinergica ma distinta, secondo le diverse sensibilità, da parte cattolica e da quella ebraica, sentendo la responsabilità di rispondere per il bene comune dei popoli».

Di Segni: “Benedizione, espressione di lode”

La benedizione, ha spiegato Di Segni durante il suo intervento, rappresenta «un’espressione di lode: rivolgersi a Lui con un approccio di gratitudine. Un ebreo osservante, ogni giorno, deve recitare almeno cento benedizioni. E come lo fa? Iniziando la mattina con il libro delle preghiere e continuando per tutta la giornata. Anche quando consuma un alimento benedice Dio che glielo ha dato». Ma Dio stesso, ha aggiunto Di Segni, «benedice gli uomini e chiede ai suoi sacerdoti di farlo. E loro lo fanno abitualmente con una formula che si trova nel Libro dei Numeri al capitolo 6».

Spreafico: “La chiamata di Abramo è universale”

Il tema dedicato alle benedizioni è stato letto da monsignor Spreafico proprio in relazione all’anniversario di Nostra Aetate. «Il documento — ha ricordato nel suo intervento — è frutto di molti uomini e donne che lo prepararono favorendo l’incontro e la mutua comprensione tra cattolici ed ebrei. Ma non si può non sottolineare che furono i padri conciliari, sotto la guida sacra prima di Giovanni XXIII e poi di Paolo VI, con la collaborazione di persone illuminate, a scrivere questo testo che in origine doveva riguardare solo i cattolici e gli ebrei, mentre finì per includere il rapporto della Chiesa con le altre religioni». E questa scelta, ha spiegato Spreafico, ha dato valore al fatto che esiste una «particolarità nella chiamata di Abramo che si estende ad una universalità che abbraccia tutte le genti. Così, le vie dell’universalità e delle benedizioni si sono differenziate nella storia e nella loro realizzazione. Sopratutto ebrei, musulmani e cristiani hanno accolto quella benedizione dando ad essa una direzione nuova  e sviluppandola all’interno di tante comunità».

Gargiulo:”Il dialogo parte dal basso”

Nel contesto mondiale dominato da guerre, tensioni ed incomprensioni tra governi e religioni, la prossima  Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei assume un duplice significato, «prima di tutto — ha spiegato Massimo Gargiulo — quello istituzionale e poi quello che viene dalle persone, dal basso, perché il dialogo lo fanno loro, con la buona volontà di chi, nonostante tutto, vuole incontrarsi e cercare di punti di contatto piuttosto che di divisione».

Ascolta l’intervista al professor Massimo Gargiulo

 



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Parolin in Kuwait: tra le sfide del mondo, Gesù è “rifugio di pace” per l’umanità


In visita ufficiale nel Paese della penisola arabica, il cardinale segretario di Stato celebra la Messa nella concattedrale della Sacra Famiglia e, nell’omelia, sottolinea come un territorio diviso tra deserto e mare abbia saputo accogliere persone di culture diverse in cerca di un futuro migliore. Incontrando i rappresentanti del clero locale, li invita a essere “sacerdoti dell’amore, non della perfezione”.

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Una terra che abbraccia deserto e mare, elementi simbolo di “silenzio” e di “guida”, uniti nell’accoglienza di generazioni di persone di culture differenti, giunte in Kuwait attraverso le mille sfide del mondo in cerca di un “rifugio di pace”, che hanno trovato in Gesù. Così il cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, ha descritto il Paese della penisola arabica in cui è presente in visita ufficiale da ieri, 14 gennaio, fino a domani.

La Messa nella concattedrale della Sacra Famiglia

Dopo il ciclo di colloqui istituzionali con lo sceicco Ahmad Abdullah Al-Ahmad Al-Sabah, primo ministro del Kuwait, il porporato ha celebrato la Messa nella concattedrale della Sacra Famiglia, in occasione del 65.mo anniversario della sua consacrazione, portando i “cordiali saluti” e la “vicinanza spirituale” di Papa Leone XIV. Un luogo di “incontro per il dialogo ecumenico e interreligioso, un porto sicuro e uno spazio di pace e di armonia”: così Parolin ha definito la concattedrale nell’omelia, sottolineandone la capacità di nutrire “la vita spirituale di innumerevoli fedeli giunti a vivere e lavorare in Kuwait da ogni parte del mondo”, attratti dalla speranza di un futuro migliore.

Il deserto come luogo di silenzio e ascolto

Richiamando il patrocinio della Santa Famiglia di Nazaret, cui l’edificio è dedicato, il cardinale ha evidenziato l’importanza della famiglia come “spazio privilegiato nel quale Dio sceglie di rivelarsi”. Soffermandosi poi sulla conformazione geografica “unica” del luogo, sospeso tra mare e deserto, ha proposto una riflessione su questi elementi nella storia della salvezza. Il deserto, ha spiegato, non è solo uno “spazio fisico di solitudine”, ma il luogo in cui Dio ha condotto il suo popolo “per stabilire un’alleanza e manifestare la sua vicinanza, sostenendolo lungo il cammino”. Uno spazio inserito nella “pedagogia” divina, che invita al silenzio e all’ascolto. Dal deserto si è levata infatti la voce di Giovanni Battista, che ancora oggi “continua a invitarci ad aprire i nostri cuori affinché Gesù Cristo possa entrare nel tempio della nostra vita”.

Il mare, guida per le popolazioni del Golfo Arabico

Parolin si è quindi soffermato sul mare, elemento dal “significato potente per le società che vivono attorno alle acque del Golfo Arabico”, spesso descritto come “lo specchio del deserto”. Nell’antichità, infatti, si imparava a leggere le stelle per non perdersi “nell’immensità delle sabbie” e, allo stesso modo, si prestava attenzione al “deserto blu”, il mare  appunto, che “richiede lo stesso rispetto, lo stesso coraggio e, soprattutto, la stessa dipendenza dal Creatore”. Le acque marine, ha proseguito, hanno anche fatto da scenario all’incontro di Gesù con i discepoli, alla pesca miracolosa e al suo camminarci in condizioni di tempesta.

Le comunità ricche e diversificate in Kuwait

La concattedrale, posta tra “l’immensità delle sabbie del deserto” e “l’orizzonte infinito del Golfo”, si erge così come “una stella spirituale” che guida i passi di chi vive nel deserto lontano da casa e di quanti navigano nel “deserto blu” con lo sguardo rivolto alla vita eterna. Una memoria costante della luce “che Dio fa risplendere sui popoli di tutte le nazioni”, ricordando che, in mezzo alle sfide del mondo, esiste un rifugio di pace dove la fede funge da bussola e Gesù Cristo è il porto sicuro per tutta l’umanità. Il cardinale ha concluso l’omelia richiamando la varietà delle comunità cristiane che quotidianamente si radunano nella concattedrale, “ricca e diversificata — fedeli di riti differenti, d’Oriente e d’Occidente — segno della cattolicità della Chiesa: unità nella diversità”.

L’incontro con il clero e i religiosi del Vicariato Apostolico dell’Arabia settentrionale

In un secondo momento, incontrando il clero e i religiosi del Vicariato Apostolico dell’Arabia settentrionale, sempre presso la concattedrale, Parolin ha nuovamente portato il saluto del Pontefice, che “segue con grande attenzione l’attività della Chiesa missionaria” locale. Riprendendo le parole di Leone XIV in occasione Giubileo dei sacerdoti dello scorso giugno, il porporato ha invitato a vivere il ministero nell’amore più che nella ricerca della “perfezione”: nella gioia e nella consapevolezza di essere “scelti e amati dal Signore”. In occasione delle celebrazioni dell’Anno Santo dedicate alla vita consacrata, il Papa aveva inoltre esortato a superare “l’individualismo religioso”, vivendo la missione alla luce di tre verbi: chiedere, riconoscendo la propria non autosufficienza; cercare, scoprendo la volontà di Dio in ogni azione; e bussare, implorando il Signore perché diventi il proprio “tutto”.

L'incontro di Parolin con il clero e i religiosi del Vicariato Apostolico dell’Arabia settentrionale

L’incontro di Parolin con il clero e i religiosi del Vicariato Apostolico dell’Arabia settentrionale

Proseguire la missione nelle periferie

Altro appello ripreso da Parolin è stato quello a non lasciarsi sopraffare dal “disfattismo”, ma a proseguire la missione verso le “periferie”, in particolare nella penisola arabica, “dove le comunità cristiane sono formate da fedeli di riti e lingue differenti e dove voi stessi siete segno di universalità ecclesiale”. Il cardinale ha infine richiamato la testimonianza di santi che hanno operato per la promozione della pace e dell’unità: da san Francesco d’Assisi a san Carlo de Foucauld, da santa Giuseppina Bakhita a san Daniele Comboni.



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Armi letali autonome, servono regole globali


Nell’ambito della campagna Stop Killer Robots, esperti, ONG e istituzioni si sono confrontate sui rischi etici, giuridici e umanitari dei sistemi d’arma autonomi letali e sull’urgenza di un Trattato internazionale vincolante. “Bisogna impedire che la tecnologia sfugga al controllo morale e giuridico dell’uomo”, ha dichiarato monsignor Vincenzo Paglia

Stefano Leszczynski – Città del Vaticano

“Fermare la minaccia delle armi letali autonome: idee e prospettive per una regolamentazione internazionale”, con questo tema si è svolto a Roma presso la Sala ISMA del Senato della Repubblica, l’incontro promosso dalla Rete Italiana Pace e Disarmo con il supporto dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, per aprire un confronto sullo sviluppo e l’impiego di sistemi d’arma autonomi letali, capaci cioè di selezionare e colpire obiettivi senza un controllo umano significativo. Una prospettiva che solleva interrogativi etici, giuridici e umanitari di estrema rilevanza, mettendo in discussione principi fondamentali del diritto internazionale e della tutela dei diritti umani.

Stop Killer Robots

Nicole van Rooijen, direttrice esecutiva della Campagna internazionale Stop Killer Robots,che riunisce 270 ong in oltre settanta paesi ha definito le armi autonome come “una delle sfide più profonde alla civiltà contemporanea”. Secondo van Rooijen, delegare a macchine e algoritmi decisioni di vita o di morte rappresenta una frattura etica inaccettabile, perché sottrae tali scelte alla responsabilità umana, garantendo di fatto l’impunità giuridica in presenza di crimini di guerra. Da qui l’appello a un impegno politico deciso affinché la comunità internazionale giunga rapidamente a un Trattato giuridicamente vincolante che vieti o regoli in modo stringente queste tecnologie.


Fabrizio Battistelli e monsignor Vincenzo Paglia

Ascolta l’intervista a Riccardo Noury

Diritti umani a rischio

Le conseguenze dell’impiego di sistemi d’arma autonomi non riguardano soltanto un possibile futuro, ma sono già una drammatica realtà. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha citato a titolo d’esempio quanto avvenuto recentemente nella Striscia di Gaza. L’uso delle armi autonome, – ha spiegato – oltre ai contesti di guerra potrebbe avere un impatto diretto anche in tutti gli altri ambiti dei diritti umani. Basti pensare al loro utilizzo in settori attinenti l’ordine pubblico o il contrasto delle migrazioni. In assenza di regole chiare e vincolanti, ha avvertito, il rischio è un uso indiscriminato di queste tecnologie, con effetti devastanti sui civili e sull’accesso alla giustizia per le vittime. La mancanza di una responsabilità umana diretta rende infatti complesso attribuire colpe in caso di violazioni. “Il diritto internazionale è sotto attacco. – ha affermato Noury – Serve uno scatto in avanti introducendo regole nuove su questioni fondamentali per i diritti umani”.

Un momento del convegno presso il Senato della Repubblica

Un momento del convegno presso il Senato della Repubblica

Il diritto umanitario non basta

Dal versante del diritto internazionale umanitario, Tommaso Natoli, responsabile dell’Unità Operativa di Diritto Internazionale Umanitario della Croce Rossa Italiana, ha sottolineato come principi cardine quali la distinzione tra civili e combattenti e la protezione delle popolazioni civili non possano essere garantiti se la scelta degli obiettivi viene affidata a sistemi autonomi. Pur riconoscendo l’importanza del diritto internazionale umanitario, Battistelli ha evidenziato che esso, da solo, non è sufficiente. Da qui la necessità di un accordo internazionale nel quadro delle Nazioni Unite, in contrasto con le posizioni di Stati Uniti e Russia. L’appello è a compiere scelte preventive, prima che questi sistemi diventino pienamente operativi e diffusi.

Ascolta l’intervista a monsignor Vincenzo Paglia

I relatori del convegno sulle armi autonome letali

I relatori del convegno sulle armi autonome letali

Etica, finanza e responsabilità collettiva

“Una vera difesa della dignità umana” – ha affermato monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, “implica impedire che la tecnologia sfugga al controllo morale e giuridico dell’uomo: la regolamentazione delle armi autonome interpella direttamente la coscienza collettiva”. Di fronte a pericoli crescenti in maniera esponenziale come nel caso  del legame tra intelligenza artificiale e nucleare, ha aggiunto monsignor Paglia “non possiamo non spingere la politica a ragionare in maniera globale”.

Ascolta l’intervista a Fabrizio Battistelli

Un impegno che continua

L’incontro di Roma ha confermato l’urgenza di rafforzare il dialogo tra società civile, istituzioni e decisori politici per fermare la minaccia delle armi letali autonome. Chiudendo i lavori Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana Pace e Disarmo ha sottolineato la necessità di una maggiore pressione politica attraverso la sensibilizzazione della società civile affinché l’automazione e l’intelligenza artificiale in ambito militare non diventino nuovi strumenti di disumanizzazione della guerra, ma siano governate nel rispetto della pace, dei diritti fondamentali e della dignità umana.



Dal sito Vatican News




RD Congo, padre Pulcini: i rifugiati fuggiti in Burundi muoiono di fame e stenti

I civili in fuga dalla guerra che sta insanguinando il loro Paese, vivono in condizioni estremamente precarie. In alcuni campi profughi manca tutto e malattie come il colera stanno uccidendo molte persone. La testimonianza di un missionario saveriano: fin dall’inizio si sono stimate oltre 200.000 persone. Ora hanno bisogno urgente di essere aiutati, e prima che sia troppo tardi

Federico Piana – Città del Vaticano

Un’ecatombe e un inferno che lasciano sgomenti. Anche perché tutto si sta consumando nell’indifferenza generale, nell’oblio del mondo. Perché nessuno sembra veramente interessato al fatto che la guerra civile che sta infiammando la Repubblica Democratica del Congo — soprattutto il nord Kivu, provincia ricca di risorse naturali strategiche come il coltan, l’oro, i diamanti, lo stagno ed il tungsteno — oltre a provocare migliaia di vittime sta spingendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonare il Paese africano per rifugiarsi nel confinante e povero Burundi dove, nei campi profughi nei quali sono ammassate migliaia di persone, si sta morendo di fame, freddo e stenti. Il missionario saveriano Mario Pulcini in Burundi ci vive dal 1978, da quando è arrivato a Bujumbura, capitale economica della nazione. Ora che aldilà della frontiera il gruppo paramilitare ribelle M23, impegnato in una sanguinosa guerra con le forze armate congolesi ha conquistato con una ferocia inaudita tutta la zona di Uvira, le cose sono addirittura peggiorate. Il religioso di origine bergamasca racconta ai media vaticani che «il flusso intenso di migliaia di profughi è iniziato il 10 dicembre dello scorso anno, giorno della caduta della città congolese. Fin dall’inizio si sono stimate oltre 200.000 persone, molte delle quali oggi sono ospitate in diversi campi d’accoglienza, abbastanza grandi: uno nella provincia di Ruyigi e l’altro nella zona di Rumonge sulle rive del lago Tanganica». Ed è in queste due strutture costruite con tende di fortuna e scarti di legno e lamiere che c’è l’inferno. «Ho parlato proprio l’altro ieri con il direttore di Caritas Burundi che mi confermava una notizia terribile: recentemente, nel campo di Ruyigi, ci sono stati più 60 decessi, molti dei quali provocati dal colera.  E poi lì, come in quello di Rumonge, manca tutto: acqua, cibo, vestiti. E le malattie dilagano».

Goccia nel mare

L’intensa stagione delle piogge ed il freddo, poi, non fanno altro che aumentare i rischi: le tende nelle quali vive questa povera gente spesso si trasformano in tombe, perché la dentro si può anche rimanere bloccati dalla furia delle acque e del fango. E se ciò accade, nessuno è in grado di poterli tirare fuori. A tentare di portare nei campi qualche bene di prima necessità e qualche medicinale sono  rimaste solo poche organizzazioni internazionali, compresa la Caritas che, quando non possono distribuire i pacchi di sopravvivenza, consegnano a ciascun profugo 36.000 franchi locali, che corrispondono a circa 7 euro. Una goccia nel mare, se si considera anche la circostanza che in quel contesto degradato è quasi impossibile trovare qualcosa da poter acquistare.

Aiuti urgenti

Adesso che le frontiere tra Repubblica Democratica del Congo, Burundi e Rwanda sono chiuse, gli aiuti potrebbero transitare solo tramite la Tanzania, con una traversata di molti giorni e non priva di enormi rischi. Anche se «i soldi stanziati dall’Onu, milioni di dollari, ancora non sono arrivati», ammette padre Pulcini,  il Burundi, nel quale il 70 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, soffrendo di malnutrizione cronica, non si è «tirato indietro ed ha messo in campo uno sforzo umanitario senza precedenti: i profughi che non sono riusciti a rientrare nella Repubblica Democratica del Congo, e che non sono nei campi, sono stati ospitati nelle famiglie burundesi. Inizialmente, tra la popolazione c’era il timore di una possibile infiltrazione di elementi del gruppo M23 ma poi è prevalso il senso d’umanità, di accoglienza».

Chiesa in prima linea

Allo stesso modo, la Chiesa locale e le congregazioni religiose nazionali ed internazionali non si sono voltate dall’altra parte, nonostante le loro estreme ristrettezze economiche. Le parrocchie hanno perfino aperto le proprie porte, mentre il prossimo 30 gennaio, nell’arcidiocesi di Bujumbura, tutta la comunità ecclesiale parteciperà a ad un ritiro spirituale durante il quale si raccoglieranno aiuti umanitari e denaro che poi verranno consegnati ai profughi dei campi d’accoglienza. L’inferno congolese di Uvira, però, appare anche peggiore. La città in mano ai miliziani dell’M23, che dista 26 chilometri da Bujumbura, prima dell’assalto del gruppo paramilitare era considerata una delle porte d’accesso privilegiate per lo scambio commerciale tra le due nazioni. Ora non c’è più nulla: solo distruzione, macerie e morte. È qui che prova a sopravvivere un’altra comunità di religiosi saveriani a cui padre Pulcini telefona ogni giorno: «Mi hanno raccontato quello che è successo e sta ancora accadendo: spari, bombe, gente che fugge. E muore. In questi ultimi giorni sembra che la situazione si sia un po’ calmata. I nostri confratelli, quando possono, escono e cercano di incontrare persone. Ma c’è ancora tanta paura: l’M23 sostiene di essersi ritirato ma questo non è vero». 

Anche ad Uvira si muore

Anche qui, come nei campi profughi del Burundi, non c’è più nulla da magiare. Si muore di fame in tutta la città. Ad uccidere, però, non è solo la penuria di cibo. È anche l’assenza d’umanità che annienta l’anima e la speranza. Un esempio recente lo racconta proprio padre Pulcini e riguarda uno dei suoi tre confratelli di Uvira, due italiani ed un messicano:  «Due settimane fa la mamma del religioso messicano è deceduta e il figlio avrebbe voluto far ritorno in patria per poter partecipare ai funerali. Dopo aver ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie, i confratelli di Uvira avrebbero dovuto condurlo alla frontiera con il Burundi dove io avrei dovuto prelevarlo, portarlo in aeroporto e imbarcarlo su un volo per il Messico».  Ma dall’altra parte del confine, inaspettatamente, qualcosa ad un certo punto va storto: «Mentre ero in compagnia dei militari burundesi, che mi avrebbero dovuto aiutare in questa operazione, vengo avvertito che oltre la frontiera avevano cambiato idea. Non si poteva fare più nulla. Impedire ad un uomo di poter dare l’ultimo addio al proprio genitore è stato un gesto estremamente disumano».  Un piccolo ma significativo campanello d’allarme che fa capire come il conflitto sia entrato in una fase nuova, più  pericolosa, dove ora tutto può davvero succedere.



Dal sito Vatican News