Yemen, offensiva houthi su Marib, mentre si aggrava la crisi umanitaria

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Nel Paese stremato da sei anni di guerra, l’offensiva dei ribelli houthi su Marib, ultima roccaforte del governo riconosciuto dalla Comunità internazionale e città che ospita circa un milione di sfollati interni. La situazione sul campo, la diplomazia internazionale e la crisi umanitaria in Yemen, nell’intervista a Eleonora Ademagni

Elvira Ragosta – Città del Vaticano

Si continua a cercare una soluzione politica per lo Yemen, stremato da sei anni di guerra, ma la situazione sul terreno e dal punto di vista umanitario resta difficile. Dallo scorso 8 febbraio, il gruppo dei ribelli houti ha ripreso l’offensiva contro la città di Marib, controllata dal governo riconosciuto a livello internazionale. Intanto, il Paese resta frammentato dal punto di vista politico e militare. Alla fine dello scorso dicembre si è formato un esecutivo di unità tra le istituzioni riconosciute dalla Comunità internazionale e i secessionisti del Sud nella città di Aden, che però non ha portato ad oggi alcuna stabilizzazione della città e dell’area. Intanto, gli insorti sciiti houti continuano a controllare la capitale Sana’a, gran parte dei territori del Nord del Paese e della costa occidentale che si affaccia sul Mar Rosso. Riguardo all’offensiva che gli houti hanno ripreso nelle ultime settimane nella città di Marib, e che fin’ora era stata condotta ad intermittenza, Eleonora Ardemagni, ricercatrice associata dell’Istituto di studi politici internazionali (Ispi) e cultrice della materia presso l’Università Cattolica, afferma: “Marib di fatto è l’ultima roccaforte del governo riconosciuto internazionalmente. Più in generale, il governatorato di Marib è anche strategico, perché ospita importanti giacimenti petroliferi che assicurano entrate finanziarie alle istituzioni riconosciute. Inoltre, il governatorato è un luogo considerato sicuro, tanto che ospita più di un milione di sfollati interni, che qui hanno trovato riparo per sfuggire alla guerra che infuria in altre aree del Paese”.

Ascolta l’intervista a Eleonora Ardemagni

La diplomazia internazionale

Gli Stati Uniti hanno esortato gli houthi a fermare l’offensiva contro Marib e a unirsi agli sforzi internazionali per trovare una soluzione politica alla guerra civile. “Con l’arrivo di Biden alla Casa Bianca – ricorda la ricercatrice – gli Usa hanno bloccato la designazione del gruppo ribelle come organizzazione terroristica, mossa che era stata decisa come uno degli ultimi atti dell’amministrazione Trump. Questo aiuterà il ruolo delle organizzazioni umanitarie e dovrebbe anche mitigare l’impatto umanitario del conflitto sulla popolazione, ma siamo ancora lontani dalla risoluzione del conflitto”. Resta intanto possibile il dialogo tra governo e houthi, che, sottolinea l’analista dell’Ispi, prosegue a distanza da quasi un anno grazie agli sforzi dell’inviato Onu in Yemen che, dall’aprile 2020, sta negoziando indirettamente tra le due parti per una dichiarazione congiunta finalizzata a un cessate il fuoco nazionale”.

La situazione umanitaria e l’allarme Onu per i minori

Già considerato il Paese più povero del Medio Oriente e del Nord-Africa prima che scoppiasse il conflitto civile nel 2015, lo Yemen si trova oggi ad affrontare una gravissima situazione umanitaria, mentre sono circa 130mila le persone che hanno perso la vita a causa della guerra. Intanto, quattro agenzie delle Nazioni Unite (Fao, Unicef, Wfp e Oms) lanciano un allarme in un rapporto sulla sicurezza alimentare di pochi giorni fa: per il 2021 si prevede che quasi 2,3 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni soffriranno di malnutrizione acuta nello Yemen.

La prossima conferenza dei donatori e l’importanza degli aiuti

Per aiutare il Paese, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ospiterà, insieme ai governi di Svezia e Svizzera, una Conferenza dei donatori il primo marzo prossimo per finanziare le sue operazioni in Yemen. Nel corso del 2020 sono stati stanziati 1,9 miliardi di dollari, quasi la metà dei 3,6 raccolti per il 2019. Ciò ha comportato la necessità per molti attori umanitari di ridurre o interrompere le attività. Ardemagni sottolinea come il conflitto si sia innestato su una situazione di povertà e di marginalizzazione estremamente diffusa e il tentativo della comunità internazionale di raccogliere ulteriori fondi in questi anni non ha portato a risultati concreti. Spesso le Conferenze non hanno raccolto le donazioni sperate: “Il problema – conclude – è anche riuscire a trasformare queste donazioni in fondi concreti e poterli distribuire sul campo, in maniera efficace, attraverso le organizzazioni umanitarie che spesso non hanno avuto accesso nei territori degli houthi nel Nord e hanno avuto difficoltà anche nella città di Aden. E poi c’è il problema della pandemia e dell’accesso ai vaccini per una popolazione ormai stremata dal conflitto”.



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