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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO “ANNO C”

Liturgia della parola

19

Prima lettura: Sapienza 11,22-12,2
Signore, tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita. Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore.
Il brano della prima lettura è tratto dal libro della Sapienza, che è stato scritto direttamente in greco, da ebrei ellenizzati, e che non è entrato nel canone ebraico, ma è arrivato alle chiese cristiane dalla traduzione greca della Bibbia cosiddetta dei Settanta.
L’autore sta magnificando la grandezza di Dio e paragona tutto l’universo dinanzi a lui a della polvere «sulla bilancia» (Sap 11,22). Il richiamo è a Is 40,15, dove però «pulviscolo sulla bilancia» sono le nazioni.
La seconda parte del versetto ribadisce lo stesso concetto con un’altra bella immagine: «tutto il mondo davanti a te è… come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra» (Os 6,4: dove il paragone della rugiada è applicato a Efraim e Giuda; cf. Os 13,3).
Subito dopo aver contrapposto la piccolezza dell’universo alla grandezza di Dio, l’autore ne sottolinea la misericordia e l’amore infinito.
Dio fa conoscere la sua onnipotenza attraverso la compassione e il perdono. Egli dimentica i peccati in vista della conversione (Sap 11,23). «Io non godo, dice il Signore attraverso il profeta Ezechiele, della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva» (Ez 33,11).
L’amore di Dio non è rivolto solo agli esseri umani, ma a tutte le creature, che sono venute all’esistenza e vi rimangono proprio grazie al suo amore. «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su ogni creatura» (Sal 145,9).
L’esistere delle creature è una chiamata di Dio; tutte le cose appartengono a Dio, che è «Signore, amante della vita». Il suo «spirito incorruttibile è in tutte le cose» (Sap 11,26; cf. Sap 1,13-14). Lo Spirito di Dio non è solo nell’uomo (Gn 2,7), ma in ogni essere vivente, che vive grazie al dono continuo di Dio: «se nascondi il tuo volto vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra» (Sal 104,29-30).
Il versetto 2 del cap. 12 riprende il concetto iniziale della pedagogia di Dio verso il peccatore: egli castiga con parsimonia e ammonisce con insistenza allo scopo di chiamare i peccatori a conversione.
Seconda lettura: 2Tessalonicesi 1,11-2,2
Fratelli, preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo. Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente.
L’apostolo nei versetti 11 e 12 che chiudono il primo capitolo della seconda lettera ai Tessalonicesi dichiara di pregare «di continuo» per i cristiani di Tessalonica. Egli sottolinea di nuovo le implicazioni etiche della prospettiva escatologica raccomandate loro nelle parole immediatamente precedenti. Questa prospettiva non è solo un incentivo alla paziente sopportazione della sofferenza per amore di Cristo; è anche un incitamento per una vita di azione positiva in armonia con il fine per il quale Dio li ha chiamati. Dio, che chiama «al suo regno e alla sua gloria» (1Tes 2,12), chiede una condotta adeguata alla chiamata e dona il suo Spirito, perché abitando nei credenti, li renda capaci di comportarsi secondo la sua giustizia.
La «grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo» è lo Spirito stesso di Dio, che rende simili a lui e fa capaci di glorificare il suo nome. La comunità cristiana deve nella sua testimonianza rendere visibile la gloria di Cristo e questo è possibile solo col dono dello Spirito.
Gli altri due versetti esortano ad evitare i falsi allarmismi riguardo alla nuova venuta di Gesù, tanto attesa nelle prime comunità cristiane. Paolo implora i Tessalonicesi, perché rendano la loro testimonianza senza lasciarsi «confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera» (2Ts 2,2). Non ci si deve far ingannare da nessuno (cf. Mt 24,4); si deve attendere fiduciosi la venuta del Signore, senza farsi prendere dalla paura di una catastrofe imminente, paura che non è mai buona consigliera e non lascia la serenità necessaria per affrontare le vere necessità della vita presente.

Vangelo: Luca 19,1-10
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Esegesi
I vangeli, in particolare Luca, ci presentano più volte Gesù che sta in mezzo ai pubblicani e ai peccatori: «Si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo» (Lc 15,1), «mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli» (Mt 9,10). Tale comportamento provoca lo stupore della gente: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro!» (Lc 15,2). Luca, però, sottolinea che è proprio questa la missione di Gesù: avvicinare i peccatori e portarli a conversione. «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori affinché si convertano» (Lc 5,32).
Predicare il perdono e la conversione è anche la missione dei discepoli: «Nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati a cominciare da Gerusalemme» (Lc 24,47). Dio stesso gioisce per la conversione del peccatore: «ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,7.10).
In questo quadro si situa l’episodio di Zaccheo. Questo personaggio viene presentato come capo dei pubblicani (architelones), vale a dire degli esattori delle tasse, e ricco. Il vocabolo greco architelones è usato solo qui in tutto il Nuovo Testamento e non si trovano esempi nemmeno nella letteratura profana. Luca vuole sottolineare probabilmente che Zaccheo era un esattore importante a Gerico, era potente, oltre ad essere ricco, apparteneva perciò a quella categoria della quale Gesù aveva detto: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Lc 18,25; cf. Mt 19,24; Mc 10,25). È così assolutamente evidente, che la sua conversione è opera della potenza di Dio misericordioso. Infatti «ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio», (Lc 18,27; cf. Mt 18,26; Mc 10,27).
Zaccheo è mosso dalla curiosità di vedere Gesù e sale su un albero, perché altrimenti la sua bassa statura gli impedirebbe di vedere, dato il grande accorrere di gente, attratta dalla fama di Gesù.
Gesù, giunto sotto l’albero, invita Zaccheo a scendere «in fretta» (speusas participio aoristo di speudo, agendo in fretta, affrettandoti, festinans nella Volgata); e Zaccheo «in fretta» scese (Lc 19,5.6). Questa fretta indica la sollecitudine nella chiamata e la prontezza nella risposta. Zaccheo accoglie Gesù «pieno di gioia», mentre chi osservava mormorava sulla condotta di Gesù: «È entrato in casa di un peccatore!» (Lc 19,7, cf. 5,30:15,2), Zaccheo, nel ricevere Gesù a casa sua, esprime con gesti concreti la sua volontà di conversione: dona la metà dei suoi beni ai poveri e ristabilisce la giustizia, che aveva violato, restituendo il quadruplo a coloro a cui aveva estorto denaro ingiustamente. Zaccheo prende come misura del risarcimento quello prescritto in Esodo 21,27. Egli ritorna ad accollarsi il «giogo dei precetti», che nella sua professione aveva più volte violato e rientra quindi a pieno titolo nell’alleanza di Dio col suo popolo.
Gesù, infatti, nell’annunciargli la salvezza sottolinea che «anch’egli è figlio di Abramo», vale a dire che l’alleanza con Dio, che è un atto di amore gratuito di Dio stesso, non si rompe con i peccati degli uomini. Dio è fedele alla sua promessa ed è sempre in attesa della conversione. Gesù «è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10) a testimonianza della misericordia del Padre.