Parrocchia San Michele Arcangelo

Unità dei cristiani, Farrell: le Chiese si muovano le une verso le altre

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Il Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei Cristiani attraversa la storia dei 60 anni del Dicastero indicando la sfida che attende oggi tutte le Chiese: far conoscere e far vivere l’impegno ecumenico alla conoscenza e all’apertura reciproca

Bernadette Reis – Città del Vaticano 

Raccogliamo oggi, nel 60° del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, i frutti di un lungo cammino che, nelle parole del segretario del Dicastero, monsignor Brian Farrell, hanno un punto di partenza che è la “grazia”  di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, e  hanno uno snodo cruciale in Giovanni Paolo II e nella sua enciclica Ut Unum sint. Da allora, il mondo e le Chiese – rileva monsignor Farrell – nei loro rapporti sono tanto mutati e i frutti più visibili, spiega, sono gli incontri tra leader e la collaborazione fattiva tra i fedeli delle diverse comunità. La sfida può dirsi oggi proprio quella di far sì che tutti si sentano impegnati nella ricerca dell’unità voluta non dal Papa o dai teologi o dai vescovi, ma dal Signore. Si muovano tutti incontro a tutti è dunque l’augurio del Segretario in questo sessantesimo compleanno del Dicastero impegnato, dal giugno del 1960 in quello “scambio di doni” che è l’ecumenismo:

Ascolta l’intervista a monsignor Farrell

R. – Mi viene di dire che 60 anni fa ci fu questo grande uomo, Giovanni XXIII che, con un cuore aperto verso tutti gli altri fratelli cristiani, ha quasi imposto alla Chiesa, tramite il Concilio Vaticano II, un nuovo atteggiamento, un’ apertura nuova verso le altre Chiese e questo ha dato un frutto enorme che tutti possiamo vedere. In quel momento praticamente i rapporti erano freddi e distanti tra le diverse Chiese, adesso invece sono rapporti amichevoli, le Chiese sono vicine, sono piene di collaborazione nel servizio all’ umanità e questo è frutto di quella Grazia che fu l’ispirazione di quel grande Papa.

Quali sono le sfide che affronta la Chiesa in questo dialogo?

R. – Penso innanzitutto che è assolutamente vero che abbiamo fatto enormi progressi. Il mondo è cambiato, ma anche i rapporti tra le Chiese sono cambiati sostanzialmente in questi anni. C’ è stato un impegno grandioso di preghiera, di studio, e i frutti sono visibili: si incontrano i capi di tutte le Chiese, i nostri fedeli a livello locale fanno tante cose insieme ai fedeli delle altre Chiese. Penso alla grande sfida che è quella di far sì che in tutte le Chiese, e in particolare anche nella nostra Chiesa cattolica, tutti si sentano impegnati in questa ricerca dell’unità voluta dal Signore. Perché non è questione del Papa o dei Vescovi soli o degli esperti o dei teologi eccetera, è tutta la Chiesa che deve muoversi verso gli altri e tutte le Chiese  che devono muoversi le une verso le altre. Pertanto la sfida è di far conoscere, di far vivere l’impegno ecumenico di conoscersi meglio, di aprirsi agli altri, di collaborare, di pregare insieme: tutto questo è una grande sfida.

Papa Francesco recentemente ha utilizzato la parola “impazienza” come una caratteristica di questo dialogo. Che cos’è l’ “impazienza” nel campo del dialogo ecumenico?

R. – L’Enciclica di Giovanni Paolo II Ut unum sint,  è arrivata in un momento molto particolare. Dopo 30 anni di attività con le altre Chiese, si era visto che non bastava il metodo di cercare razionalmente e teologicamente di risolvere le controversie del passato, ma che bisognava aprire tutte le nostre comunità ad un incontro con gli altri, e in questo senso Giovanni Paolo II nella enciclica parla di impegno ecumenico, come uno “scambio di doni”, non solo di idee, pertanto di vita. Su questa base stiamo progredendo, cercando di vedere che cosa ho io che può essere un dono per gli altri cristiani e che cosa hanno loro che può essere un dono per noi. Ora, cambiare le nostre mentalità di autosufficienza o a volte anche, in un certo senso, di superiorità, per imparare dagli altri, bene questa è una grande sfida e penso che è proprio questa la conversione che ci vuole perché arriviamo a quello che il Signore desidera.


Origine articolo Vatican News