Tarantola:”Centesimus Annus, tre decenni ed è ancora attuale”

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Oggi, primo maggio, compie trent’anni l’enciclica che San Giovanni Paolo II scrisse per analizzare con occhi nuovi le criticità delle economie socialiste e di mercato mettendo l’uomo al centro di tutti i processi. Anna Maria Tarantola, presidente della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice: “E’ un documento profetico, ancora oggi utile in questo tempo di vorticosi cambiamenti”

Federico Piana – Città del Vaticano

La Centesimus Annus compie trent’anni. Pubblicata il primo maggio del 1991, l’enciclica fu scritta da San Giovanni Paolo II in occasione del centenario di un’altra enciclica, la Rerum Novarum con la quale Papa Leone XIII gettò le basi per la moderna Dottrina Sociale della Chiesa. Lo scopo del documento è quello di fornire un’analisi più approfondita e nuova del socialismo e del capitalismo, mettendo in luce, tra le altre cose, le criticità sia delle economie socialiste sia di quelle di mercato. “Penso che questa sia un’enciclica profetica che abbia ancora una stringente attualità” dice Anna Maria Tarantola, presidente della Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice, secondo la quale sono molti i punti del testo che oggi hanno una piena validità: “Penso al richiamo alla dignità del lavoro e del lavoratore, alla dimensione sociale del lavoro, al giusto salario, alla giustizia per i poveri, che con la pandemia sono aumentati, e al giusto profitto”.

Ascolta l’intervista ad Anna Maria Tarantola

Nella Centesimus Annus, San Giovanni Paolo II mette l’uomo al centro di tutti i processi. Anche questo è un punto di attualità?

R. – Il fattore decisivo, dice Giovanni Paolo II, è sempre più l’uomo stesso, la sua capacità di conoscenza tramite il sapere scientifico e la sua capacità di organizzazione solidale, di intuire e soddisfare il bisogno dell’altro. Concetti molto validi nel periodo storico che stiamo vivendo.

Tra le mete che l’enciclica si pone, ci sono l’abbattimento del debito dei Paesi poveri e il disarmo. A che punto è il raggiungimento di questi obbiettivi?

R. – C’è ancora molto da fare. Se ne parla, anche grazie allo stimolo della Chiesa che è molto impegnata su questi fronti, però le azioni sono molto altalenanti, disordinate. Non c’è una condivisione diffusa a livello di società e di nazioni su ciò che effettivamente si dovrebbe fare. Secondo me, si dovrebbe portare avanti un diffuso lavoro culturale, quella che Giovanni Paolo II definisce ‘cultura delle nazioni’. Forse una delle soluzioni sarebbe quella di intensificare il potere delle istituzioni internazionali che oggi non hanno un potere reale d’intervento.

La Dottrina Sociale della Chiesa in che modo può incidere sulle scelte di società e governi?

R. – Io uso tre parole: esempio, stimolo e rappresentanza. La Dottrina Sociale della Chiesa si fonda su alcuni principi che sono sempre validi e che non cambiano col mutare dei contesti. Noi, oggi, siamo in un contesto caratterizzato dalla pandemia e dalla digitalizzazione. La digitalizzazione sta cambiando il nostro modo di lavorare, di relazionarsi agli altri, di vivere. Però, in questo mondo, colpito anche dal virus, i principi fondanti sono sempre gli stessi: la centralità della persona, il bene comune, la solidarietà, la sussidiarietà, la giustizia e la misericordia. Allora, io credo che i cattolici, che si ispirano a questi principi, debbano realizzarli nella loro quotidianità.

Secondo lei, quali potrebbero essere gli sviluppi futuri della Dottrina Sociale della Chiesa?

R. – A questa domanda posso rispondere solo indicando qualche suggerimento che nasce dalla mia sensibilità. Innanzitutto, penso che bisogna capire fino in fondo il mondo digitale. Cioè, comprenderne tutti gli aspetti positivi ma anche le difficoltà, e vedere come i principi della Dottrina Sociale della Chiesa possano guidare lo sviluppo tecnologico ponendolo a servizio dell’uomo. Un altro tema è quello delle nuove diseguaglianze che stanno crescendo vorticosamente e per combattere le quali Papa Francesco è sceso in campo in prima persona.



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