Stupore: non trovo una parola più forte

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Conversazione con Carlo Verdone autore de La carezza della memoria, edito da Bompiani e uscito in occasione del settantesimo compleanno del regista

Laura De Luca – Città del Vaticano

Non è sempre una leggenda metropolitana quella che vuole il clown triste e malinconico, e anche vagamente insofferente alle interviste. Forse, in quella misurata malinconia di chi è capace di far ridere, si nasconde la percezione del potere che deriva dalla conoscenza profonda dell’animo umano, dalla capacità di condividere la sofferenza, e proprio per questo la responsabilità e il magico potere di alleviarla. Questo suggerisce il bel libro di Carlo Verdone La carezza della memoria, edito da Bompiani e uscito in occasione del settantesimo compleanno del regista. Un libro come un album fotografico, nato nei primi mesi della pandemia, durante la clausura forzata in casa, quando il casuale ritrovamento di vecchie foto di famiglia mette in moto i ricordi di Carlo e gli suggerisce la formula di quest’opera struggente che non tutti si aspetterebbero dall’inventore di maschere irresistibili come il sempliciotto Mimmo, l’incontenibile Furio, o il coatto della periferia romana. Ogni foto un capitolo, in cui episodi, incontri, volti e voci riaffiorano dal passato e costruiscono un singolare, inedito autoritratto. Non ci sarebbe nulla da aggiungere alla lettura di questo libro-album fotografico. E tuttavia…

Ascolta l’intervista a Carol Verdone in onda su Radio Vaticana

Signor Verdone, c’è una foto che è rimasta esclusa da questa sua selezione?

R. – Avrei tanto voluto inserire quella di Maria F. (un’amica “speciale”, NdR) poi non mi è sembrato corretto. Avrei voluto far capire quanto era bella, che volto interessante aveva, e anche un po’ cinematografico: assomigliava a Juliette Greco.

C’erano anche alcune foto mie all’inizio delle esperienze teatrali universitarie, quando facevo già i primi travestimenti… Ma ogni capitolo aveva bisogno di una foto sola e quindi mi è dispiaciuto un po’ non poterle includere. Del resto sarebbe diventato un libro un po’ troppo fotografico.

C’è una parola che ricorre spesso in queste pagine. Sta sorridendo… Forse già ha capito e forse già risponde alla mia domanda. E’ voluta questa insistenza?

R. – Allude a “stupore”? Le posso dire la verità? Rileggendo il libro mi sono detto: porca miseria, l’ho ripetuta un po’ troppe volte. Però effettivamente, in realtà io sono sempre stato un ricercatore dello stupore… Come avrei potuto sostituire quella parola? Con “emozione”? Non è la stessa cosa! “Stupore” è una parola più bella, più importante, più personale. Più forte. Non trovo una parola forte come quella. E quindi sì, l’ho usata forse qualche volta di più, me ne rendo conto. Uno scrittore deve stare un po’ attento a queste cose. Però ci stava talmente bene che a un certo punto non mi sono più preoccupato della ripetizione…

Infatti la mia non era una critica, semmai la sottolineatura del suo sguardo di attenzione verso il mondo. E’ un bell’indizio…

R. – E’ un bell’indizio, sì…

C’è anche un sottile filo rosso che attraversa queste pagine. Una certa attenzione, un certo …stupore verso la luce. Quella per esempio di Roma che cambia continuamente…

R. – O quella dentro casa mia, che pure cambia continuamente… La luce dà a Roma colori diversi ed è questa la bellezza e la particolarità della nostra città, che all’alba ha un colore, a mezzogiorno un altro colore, nelle prime ore del pomeriggio ancora un altro e al tramonto il colore più bello di tutti, caldo, poetico, che dà molta pacatezza. Bello. E’ una citta che grazie anche ai monumenti diventa opera d’arte. Per me il colore è importante. Ho vissuto in una casa in cui le pareti erano tutte  colorate. Sembrava una pinacoteca. C’erano quadri astratti, importanti… (…) Io sono nato nei colori, mi piacciono.  Ci sono colori che mi placano, altri che mi innervosiscono. Sì, come i tori! (ride, NdR)  Il rosso mi dà fastidio. Se vivessi in una casa dove predomina il rosso non starei tranquillo. Ho bisogno di colori discreti, non accesi. Il colore acceso mi turba un po’…

 

Colori delle cose che ci circondano. E anche “colori” intesi come caratteri: tipologie che lei ha immortalato, fotografato all’infinito. Tra questi caratteri ce ne sono di forti, personaggi che potremmo definire davvero “a tinte forti” (penso per esempio ai vari “bulli de Roma”)…

R. – Nel mio libro racconto infatti anche molti luoghi che ho frequentato da ragazzo: le bische dove c’erano i flipper e i tavoli da biliardo… Luoghi che erano frequentati per lo più da gente poco raccomandabile, da malandrini, nullafacenti, ma anche da studenti come noi, perché il flipper ci piaceva… In quei luoghi io ho colto tanti personaggi. Erano tinte forti nelle voci, nella sguaiataggine, nei racconti esagerati, nella megalomania di queste persone che indubbiamente mi hanno influenzato. E nei miei primi film si ritrova il ricordo di tutto quanto ho vissuto in quel periodo…

C’è un’espressione che lei riporta e che molte persone usavano per definirla: “bravo ragazzo”…

R. – Mi definivano tutti così. Evidentemente dovevo dare quest’idea.

Ma si sente ancora oggi un bravo ragazzo?

R. – Francamente sì. Ho i miei difetti, tanti, però tutto sommato mi sento una persona che non ha fatto mai del male. Se mi andassi a confessare qualcosa avrei subito da dire, ma poi faticherei a trovare proprio delle “cose”… Col tempo ho cercato di migliorarmi come uomo, nella generosità, nella premura verso gli altri, non solo verso la famiglia, ma anche verso gli amici, verso persone che hanno bisogno… Io in completa discrezione ho dato il mio aiuto e ho fatto anche cose molto importanti, me lo lasci dire, anche se non dichiarerò mai quali, me le tengo per me. Quindi sì, mi considero un ragazzo che ha assorbito molto bene l’educazione della sua famiglia Parte tutto da lì.

Il sacramento della confessione lo ha citato lei. I preti li ha infinitamente rappresentati. Preti, frati, parroci…

R. – Sì… parroci, insegnanti di religione, frati domenicani … D’altra parte io sono stato a scuola dai padri scolopi. Poi ho frequentato come scout una congregazione mariana di gesuiti. E ne ho conosciuti tanti altri, quando al ginnasio facevo gli esercizi spirituali, con l’opera Regina Apostolorum e si andava in ritiro a Segni in un convento di frati… Ne ho assorbite tante di voci, di tonalità, di psicologie. Ho catturato proprio il DNA di un certo prete di campagna.

In queste pagine stupisce trovare la dichiarazione che lei non volesse fare l’attore, e che anzi il trovarsi in scena per necessità e avesse scatenato un vero attacco d’ansia.

R. – E’ stato un trauma. Io davvero non volevo recitare. Fin quando si trattava di recitare in un teatro universitario, poteva anche essere un divertimento: quando gli attori si ammalavano, io li sostituivo… Ma quando sono entrato al Centro Sperimentale di Cinematografia (e nel frattempo mi stavo per laureare in Lettere Moderne) mi sarebbe piaciuto fare il regista di documentari e poi più avanti forse anche il regista di storie. Però la vita mi portava da un’altra parte. Mia madre aveva capito già tutto di me, che sarei diventato un bravo attore, che avevo le carte in regola, che avrei dovuto combattere contro la mia timidezza, la mia riservatezza, il rapporto tormentato col mio corpo… Non è stato facile. Poi però mi rendevo contro che sul palcoscenico usciva fuori un’altra personalità, una potenza enorme. Il corpo si muoveva da solo in maniera perfetta.  Quindi evidentemente avevo questa qualità ma non volevo vederla e probabilmente era un trauma sapere di poter essere giudicato da tante persone, dalla critica. Certe volte mi sentivo anche inadeguato, soprattutto non credevo che la mia faccia potesse esprimere cosi tanto interesse. Non so… mi sentivo cosi normale, certe volte banale… Poi in realtà non lo ero, perché sul palcoscenico … davvero diventavo un’altra persona: sicura, con una memoria di ferro, anche in grado di improvvisare. Non c’è stato mai uno spettacolo in cui abbia recitato perfettamente la parte… Ho sempre improvvisato qualcosa, perché era davvero tanta l’insofferenza di ripetere tutte le sere lo stesso copione. Ecco perché non amo il teatro. Non amo ripetere tute le sere le stesse battute. E questo è un handicap, è stato un danno per me e per il pubblico, perché forse avrei potuto dare anche di più.  In realtà è il cinema quello che più si adatta ai miei tempi, più rallentati e tranquilli. Mi piace di più insomma.

Pensa che in questo successo inossidabile stia funzionando il consiglio che le diede quell’intellettuale della Cecoslovacchia, il professor Zdenèk Digrin…? E vuole ricordare lei che consiglio era?

R. – Mi disse di non cercare di piacere altri, perché avrei fatto delle banalità, ma di cercare invece con coraggio di raccontare sempre me stesso. Così si sarebbe compreso se in me c’era del talento o meno. Invece, cercare di compiacere gli altri è un meccanismo che in genere non funziona mai.

E così ho seguito quel consiglio, ho sempre fatto quello che divertiva me. Il professor Digirin è stato un grande intellettuale e mi piace ricordarlo, perché io ho viaggiato tanto ma non ho mai incontrato una persona così per bene, così colta, così amante della cultura italiana, così gentile ridotta a fare il portiere di notte solo perché aveva  scritto cose non gradite al governo comunista dell’epoca (inizio anni settanta, NdR). Ricordarlo mi fa davvero piacere. Quest’uomo mi è rimato nel cuore.

Ci spiega che effetto fece l’irruzione nel successo nella sua vita tranquilla di quel bravo ragazzo?

R. – Fu come se mi fosse arrivata una bomba addosso che mi ha totalmente destabilizzato perché sentivo che non appartenevo più a me stesso, ma a tutti. Ero sempre osservato. Prima ero io che osservavo, guardavo gli altri, e imparavo e cercavo di captare. Adesso erano gli altri che guardavano me, che si aspettavano sempre che io dicessi, raccontassi qualcosa. Insomma mi è cambiata la vita. Fu un periodo duro perché avevo un carattere divertente per gli amici, ma in me c’era anche tanta timidezza, tanta riservatezza. Però con il tempo sono riuscito a far diventare questa ansia e questa incertezza una adrenalina positiva. Sono stato anche aiutato (non psicanalizzato!) e alla fine mi ritrovo alle spalle quel Carlo Verdone fragile che si sentiva inadeguato. Oggi sono una persona completamente diversa. Sono sicuro, tranquillo, non mi emoziono più come prima…

Ma si stupisce ancora…

R. – Certo! Se non mi stupissi non potrei più fare niente!

Si stupisce ancora soprattutto quando ascolta gli Who…?

R. – Certo, oppure i vecchi Led Zeppelin, i Pink Floyd, i Beatles… Ma non ascolto solo questi, sono anche molto aggiornato, se no sarei davvero un vecchio! Però mi sto buttando molto anche sulla musica classica. Dopo che hai sentito di tutto, il meglio del blues, del rock, del jazz, a un certo punto ti serve proprio la musica classica…

Ha fatto ridere, sorridere, divertire e ha pacificato tante persone. Come spiega che nella  sua storia ci sono momenti in cui emerge con forza la sua condivisione della sofferenza altrui?

R. – Io non volevo fare il comico che scrive un libro comico. Sarebbe stata la cosa più banale del mondo. Se volete conoscere Carlo Verdone non bastano nemmeno i film. Basterebbe invece questo libro. Questo sono io. E’ il mio atto di libertà più assoluto. Qui non ho avuto un produttore che mi chiedeva un finale da ridere, o di essere più leggero … Ho scritto quello che volevo: cose dolenti, drammatiche, ma anche divertenti. Sono stato libero. E lo scrittore ha questa fortuna: la libertà totale.



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