Stanchi e sospesi, la Pasqua ci liberi da ogni retorica

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Un anno fa riflettevamo sulla sospensione causata dall’esplodere della pandemia. Un’interruzione vertiginosa di tempi, attività e incontri percorsa da una tensione perlopiù positiva, come se lo spiazzamento prodotto dall’evento inatteso, pur nel dramma, rafforzasse legami, rinsaldasse comunità.
Dodici mesi dopo, questa sospensione è diventata la cifra delle nostre vite. E nel divenire anima del nostro tempo, si è come svuotata di elettricità, lasciando un’irrequietezza sfiduciata e stanca.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Un anno fa riflettevamo sulla sospensione causata dall’esplodere della pandemia. Un’interruzione vertiginosa di tempi, attività e incontri percorsa da una tensione perlopiù positiva, come se lo spiazzamento prodotto dall’evento inatteso, pur nel dramma, rafforzasse legami, rinsaldasse comunità.
Dodici mesi dopo, questa sospensione è diventata la cifra delle nostre vite. E nel divenire anima del nostro tempo, si è come svuotata di elettricità, lasciando un’irrequietezza sfiduciata e stanca.
Le varie ondate, oltre ad abbandonare questi detriti, hanno lacerato certi veli di ipocrisia, dimostrando come nemmeno una pandemia globale possa, in automatico, attuare una trasformazione antropologica, senza l’impegno dei singoli e delle collettività.
Sempre in bilico fra due estremi infantili – la rimozione della realtà e la paura paralizzante -, in un mondo che si voleva senza confini, ci siamo ritrovati confinati fra le nostre quattro mura, più spauriti e frustrati nelle frontiere invisibili che ci siamo abituati a disegnare mentalmente intorno a noi. E forse, in tanti casi, anche più schiavi del sospetto e della recriminazione (altro che unità!), intontiti nella ragnatela della Rete nostra unica evasione.
Ma chissà, forse lentamente i nostri corpi li abbiamo addestrati anche a lasciarsi abbandonare, al nascondimento, ci siamo educati a una rinnovata austerità di movimenti e parole.
Di certo c’è il bisogno non di inutili – e spesso vanitosi – ascetismi ma di donne e uomini capaci di una visione nuova e profonda, possibile solo nel dialogo aperto, dove inquietudine e speranza possano reciprocamente vivificarsi. C’è la necessità di non trasformare la valorizzazione della competenza medica (quindi tecno-scientifica) in oblio del pensiero religioso, dello sguardo poetico sulla realtà, dell’autentico agire e pensare politico (fatto di comunità e concretezza, vicinanza e lungimiranza).
C’è l’urgenza di mettere in gioco la nostra creatività e la nostra umanità, senza puerili ottimismi o pessimismi di maniera. C’è, ancora una volta, un cammino che si fa camminando. Certo, guardando lontano, ma senza più retorica.
Siamo, dunque, ancora sospesi dentro questa pandemia che con le sue ondate porta via vite e affetti. Ma ormai prossimi alla Pasqua, la speranza è che nel dramma ci si possa riavvicinare al Mistero del Cristo Risorto. È l’unica strada sgombra da facili soluzioni.

(*) “La Voce di Ferrara-Comacchio”





Fonte Agensir

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