San Luigi Gonzaga, Francesco gli affida i giovani del mondo

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In un tweet dal suo account @Pontifex il Papa ricorda la figura del giovane del Cinquecento, “un ragazzo pieno di amore per Dio e per il prossimo, patrono della gioventù cattolica”. Storia di un ragazzo, morto a 23 anni, che a una vita di agi e intrighi di potere scelse il Vangelo e la prossimità a poveri e malati di peste

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

Il bambino-soldato per il mondo civile di oggi è una delle icone della indegnità umana. Piccole mani che stringono nervose un machete o un fucile troppo pensante invece di una palla, addestrate a massacrare invece che a giocare. Eppure c’è stato circa 450 anni fa un bimbetto che a 5 anni girava felice con addosso una mini-corazza e si divertiva con archibugi e bombarde, eccitato della sensazione di potere che emanavano una divisa e le armi, immerso nell’atmosfera carica di tensioni del palazzo dove stava crescendo, quello di suo padre, il marchese Ferrante Gonzaga.

L’anima e la spada

Quel bimbetto rivela negli anni successivi un cervello brillante e un carattere forte e focoso, le doti che il padre si aspetta dal perfetto erede, un “clone” in grado di gestire in prospettiva gli affari del marchesato con la durezza e l’abilità politica imposte dal ruolo. Senonché su quella mente aperta incide e non poco, in modo silenzioso e opposto, la mamma, la contessa piemontese Marta di Sàntena, donna di grande fede, che insegna con delicatezza al figlio le cose dell’anima nel mentre il marito cerca di inculcargli i codici della nobiltà militaresca. A prevalere, e anche rapidamente considerate le circostanze – quelle di un feudo in cui si intrecciano intrighi, violenze e sangue – sono le cose dell’anima.

Dalle corti alla tonaca

A 10 anni Luigi non ha già più niente del bambino-soldato. Mentre si trova a Firenze alla corte dei Medici decide di consacrarsi a Maria “come Lei si era consacrata a Dio”. Nel tempo mostra un crescente interesse per la preghiera piuttosto che per la pratica bellica, per la povertà di costumi invece dei lussi del suo mondo. Finché non ancora 18.enne – dopo che il padre lo ha spedito in giro per le corti italiane con la speranza che una qualche principessa lo distogliesse da quelle “stranezze” – Luigi decide di rinunciare formalmente alla primogenitura. Il padre è furioso, il parentado lo prende in giro, incredulo il notaio che redige l’atto. L’unico a fregarsi le mani è il secondogenito Rodolfo, al quale la scelta di quel singolare fratello spalanca il futuro comando del casato. A tutti il giovane Gonzaga risponde con schiettezza: “Cerco la salvezza, cercatela anche voi! Non si può servire a due padroni… È troppo difficile salvarsi per un signore di Stato”. E parte per Roma con l’idea di entrare nei Gesuiti.

“Dio, il mio riposo”

Nel noviziato della Compagnia i padri formatori si rendono subito conto che Luigi è un diamante. Prega e fa penitenze con tale intensità che, paradossalmente, per moderarne gli ardori gli viene imposta la penitenza di “non” fare penitenza. Oppure, ai limiti dell’umorismo, per vincere le emicranie che lo stanno facendo soffrire gli chiedono per amore di Dio di “non pensare a Dio” – così che lui confida a un formatore di non saper bene cosa fare: “Il padre rettore mi proibisce di fare orazione, acciò che con l’attenzione io non faccia violenza alla testa”, ma questo, dice con semplicità, “mi è quasi diventato connaturale, e vi trovo quiete e riposo e non pena”.

In mezzo alla peste “come gli altri”

A Roma in quel periodo dopo una carestia scoppia una violenta epidemia di peste. La città diventa un inferno, muoiono a migliaia in condizioni terribili. I Gesuiti sono in prima linea nel portare aiuto ai contagiati e Luigi non fa eccezione: bussa – lui, un nobile – alle porte per chiedere l’elemosina avendo in testa e nel cuore il motto “Come gli altri”. Un giorno vede un appestato abbandonato e se lo carica in spalla per portarlo in ospedale. Luigi è già ammalato e forse quell’ultimo gesto di coraggio e generosità aggrava la situazione senza che vi siano più speranze. In poco tempo l’antico bambino-soldato diventato, il giovane ricco che non ha voltato le spalle a Gesù ma lo ha seguito, muore a 23 anni, il 21 giugno 1591. Benedetto XIII lo canonizza nel 1729.



Da vaticannews.va

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