Quaresima. Vuoto come scoperta di Dio, di sé, degli altri

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Siamo talmente abituati a riempire ogni attimo dell’esistenza con le cose, con i nostri pensieri, con i programmi, con il divertimento, con il nostro ego, spesso accresciuto a dismisura, che non c’è più la possibilità di venire in contatto con il senso del vuoto. Ma che cos’è il vuoto? Spesso è definito come luogo senza vita, ma se veniamo in contatto con la radice della nostra esistenza, allora sperimentiamo che è lo spazio e il tempo dove scopriamo l’intimità con Dio, che ci ama e ci anima, e dove in Lui ritroviamo noi stessi e gli altri

(Foto: ANSA/SIR)

Molto opportunamente Antonia Chiara Scardicchio, formatrice e studiosa di educazione degli adulti, in un suo recente intervento, ribadiva le difficoltà che oggi la persona incontra, sperimentando il senso del vuoto. È proprio vero che da più parti, in questo periodo particolare, si sente il grido di chi non riesce a vivere senza rituali: andare a tutti i costi a prendere il caffè al bar, frequentare solo quel posto e non altri con alcuni amici, fare la passeggiata sempre a quell’ora lungo quel viale e così via.

Spesso, poiché sono i rituali che strutturano il nostro tempo, noi non riusciamo a dare senso e ritmo alle nostre ore secondo un progetto evangelico di vita.Siamo talmente abituati a riempire ogni attimo dell’esistenza con le cose, con i nostri pensieri, con i programmi, con il divertimento, con il nostro ego, spesso accresciuto a dismisura, che non c’è più la possibilità di venire in contatto con il senso del vuoto.

Ma che cos’è il vuoto? Spesso è definito come luogo senza vita, ma se veniamo in contatto con la radice della nostra esistenza, allora sperimentiamo che è lo spazio e il tempo dove scopriamo l’intimità con Dio, che ci ama e ci anima, e dove in Lui ritroviamo noi stessi e gli altri.
Non riusciamo a fermarci, a godere della stabilità e, poiché siamo sempre in movimento, non accettiamo di venire in contatto con il vuoto, perché ci obbliga a cercare. Eppure c’è, ci appartiene, anche se vogliamo esorcizzarlo. Questo è il tempo opportuno per rivisitare il nostro mondo interiore, a volte trascurato o disconosciuto per paura o per mancanza di familiarità. Quando scopriamo che la profondità fa parte della nostra esistenza, allora riusciamo a vedere la zavorra da buttare, ci accorgiamo dell’urgenza di dover mettere ordine nella nostra vita, chiamiamo per nome le risorse che il Signore ci ha donato, prendiamo le grandi decisioni che qualificano evangelicamente ogni momento.
Il tempo del vuoto ci chiede di sperimentare il deserto e, nell’attraversamento, di prendere la vita tra le mani. Esso è espressione di silenzio e di solitudine, di distacco e di intimità, di essenzialità e di profondità, di dubbi e di certezze, di limite e di infinito. Lungo il cammino, spesso faticoso, possiamo ripiegarci o rimanere in ricerca, fuggire di fronte all’ignoto o sperimentare lo svelamento del Mistero, decidere di scoprire nella solitudine la presenza di Dio che ci protegge e ci parla con il silenzio. Nell’abbandono a Lui, ci apriamo al dono della Sapienza che ci assiste e ci affianca nella fatica e ci fa capire come vivere il Vangelo nel quotidiano, immergendoci nell’amore del Signore e nelle storie degli uomini e delle donne, a partire da quelli della porta accanto.
Fino a quando l’individuo non accoglie Dio nella propria vita, saltella tra tempi sacri e quelli profani e viceversa, dimostra a se stesso e agli altri ora un volto, poi un altro volto e dopo un altro ancora…

Solo quando si scopre persona nello Spirito, favorisce l’unificazione profonda, individua la bellezza della propria identità, che si manifesta sempre tale, al di là dello spazio e del tempo, anche se va consolidata lungo il cammino.

Quale volto ho? Come mi vedo? Come Dio mi vede e mi conosce? Il modo di pensarmi collima con quello di Dio? Come posso essere me stesso anche con gli altri?

Il tempo vissuto a contatto del vuoto abitato fa scoprire il nostro sé nella sua nudità e ci interpella, per poter capire ciò che è veramente essenziale nella nostra vita umana e cristiana. Lo smarrimento che più o meno stiamo vivendo in questo periodo, ci interroga, soprattutto quando viviamo senza Dio.

Dove stiamo fondando la nostra esistenza? Dov’è Gesù Cristo nella nostra vita? Come la sua Parola ci plasma e ci fa essere significativi laddove siamo, costruendo una società di fratelli e di sorelle, al di là della diversità?

L’esperienza del deserto come vuoto ci aiuta a liberarci di tutto ciò che non è necessario, per custodire le relazioni con gli uomini e le donne del nostro tempo attraverso il dono di sé nella gratuità. Quante volte, invece, rimaniamo imbrigliati nei nostri programmi, nelle nostre scalette inflessibili che non consentono di essere dono per gli altri sempre, perché attaccati ai nostri progetti!
Durante il cammino quaresimale, tempo di deserto, attraverso il confronto con la Parola, l’ascolto e la condivisione, la cura della vita sacramentale, il Signore ci aiuta ad abbattere l’idolo di noi stessi, a lasciarci ritrovare da Lui che ci dona un cuore di carne. Egli, come per il popolo di Israele, ci educa, permettendo di sentire tremare la terra sotto i piedi, di far cadere tutti gli orpelli che oscurano il cammino che si apre davanti a Lui e dinanzi a tutti gli uomini e alle donne che incontriamo.

Il Signore ci offre il vuoto per ritrovare noi stessi,

per imparare da Lui a riconoscere solo ciò che è veramente autentico, per imparare a lasciarci sospingere dallo Spirito, vivendo ed amando fino alla morte di Croce.





Fonte Agensir

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