Quando mamma alla Radio Vaticana disse a papà che stavamo bene

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In occasione del 90.mo anniversario della Radio Vaticana, inaugurata il 12 febbraio del 1931, il tecnico del suono Carlo Diotallevi – oggi in pensione – ricorda quando sua madre si recò con lui in Vaticano per lanciare un messaggio di speranza al padre, impegnato in Etiopia durante il secondo conflitto mondiale. Quel bambino sarebbe poi diventato un dipendente dell’emittente della Santa Sede

Andrea De Angelis – Città del Vaticano

Le onde sono anche quelle emotive, che ti stravolgono dentro. Frequenze dell’anima che devono fare i conti con la dura realtà quotidiana di chi, ad esempio, vive una condizione di guerra. Soldati impegnati al fronte, magari sulle montagne dell’Etiopia durante il secondo conflitto mondiale. La condizione vissuta dal padre di chi ci racconta oggi una storia legata agli inizi della Radio Vaticana, quando l’emittente della Santa Sede era nata da circa un decennio e dedicava trasmissioni specifiche per richiedere notizie circa i dispersi e diffondere brevi messaggi delle famiglie agli uomini al fronte così come ai prigionieri, i cui nomi venivano lentamente scanditi dalla voce degli speaker.

Una radio anche di servizio 

Un servizio che nella prima metà degli anni ’40 conterà in totale oltre un milione e 200mila messaggi, pari a 12mila ore di trasmissione. Numeri che rendono bene l’idea di quanto fosse ampio lo spazio dedicato dalla Radio Vaticana a questo tipo di missione durante la seconda guerra mondiale. Come ricorda padre Federico Lombardi, nell’articolo scritto in occasione dei 90 anni dell’emittente, accanto ai Radiomessaggi di Pio XII nel tempo di guerra, attesi con ansia ed ascoltati con estrema attenzione in tutta Europa in quanto la sua era “la voce più alta e autorevole che si alzava al di sopra delle parti in conflitto, in quegli anni terribili, per invocare la giustizia e la pace”, si coglie la grande importanza di questo Ufficio Informazioni della Segreteria di Stato, nato per volere di Pio XII con l’obiettivo di rintracciare civili e militari dispersi e prigionieri e dare loro una parola di speranza. 

Messaggi 

“Questa storia riguarda anche la mia famiglia, a raccontarmela fu mia madre quando seppe che ero stato assunto alla Radio Vaticana”. Inizia così il racconto a Vatican News di Carlo Diotallevi, tecnico del suono in pensione, oggi 82enne. “Mamma aveva saputo che c’era questo servizio di messaggi fornito dalla Radio Vaticana, per mandare dei comunicati a mariti e figli che si trovavano in guerra”. Era infatti il 1940, Carlo era nato un anno prima e suo padre si trovava in Etiopia, in una zona montuosa non lontana da Addis Abeba. “Mamma mi ha detto che in Vaticano ci accolse quello che poi sarebbe diventato il cardinale Casaroli”. E lei, come tante altre persone registrò, speranzosa, il suo messaggio. 

Ascolta l’intervista a Carlo Diotallevi

Conforto e speranza

“Mio padre era telegrafista, fu impegnato per quasi un anno nei pressi della capitale etiope. Lui e gli altri uomini – prosegue Diotallevi – ascoltavano la radio 24 ore su 24 e in alcuni momenti, allora l’etere era, diciamo, più pulito di oggi, si sintonizzavano proprio sulla Radio Vaticana”. Quelle parole erano preziose. “Per loro, mi raccontò poi papà, ascoltare quei messaggi era un grande segnale di speranza, un concreto conforto. Al di là della bontà dell’audio”. Quell’audio a cui poi Carlo avrebbe dedicato la sua vita professionale. 

L’incontro decenni dopo 

Una storia che è rimasta sempre nel cuore dell’ex dipendente vaticano. “Un giorno – ricorda – nei pressi dell’Annona ho incontrato il cardinale Casaroli. Lo ringraziai, dicendogli che ero un figlio di quegli uomini in guerra ai quali, quasi mezzo secolo prima, erano arrivati dei messaggi grazie alla Radio Vaticana”. Il cardinale rispose con una battuta: “Mi fa molto piacere – disse -, ma ne ha impiegato di tempo per ringraziarmi!”. Carlo Diotallevi, nel corso degli anni, ha più volte ripensato a quel prezioso servizio fornito dall’emittente vaticana. “Ci ho riflettuto tante volte, anche quando arrivavano lettere di ascoltatori che tramite le onde corte ci sentivano dal continente africano. Questo mi ha aiutato – conclude – a svolgere al meglio il mio lavoro, consapevole che c’erano tante persone in ogni angolo del mondo in fiduciosa attesa di poter ascoltare parole di sollievo”. 



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