Peña Parra: riconoscere la libertà d’azione di Dio

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Una riflessione del sostituto della Segreteria di Stato sul tema della leadership sinodale, durante la conferenza “Discerning Leadership” che si è svolta questa mattina, 28 giugno, a Roma

L’Osservatore Romano

I leader della Chiesa «non devono considerarsi come se occupassero una posizione privilegiata, ma come persone chiamate a servire». Lo ha affermato l’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, intervenendo alla conferenza Discerning Leadership, svoltasi stamane, mercoledì 28 giugno, a Roma, presso Villa Aurelia.

Offrendo alcune riflessioni sul tema della sinodalità e della leadership sinodale, il presule ha spiegato che, anche se  la parola «sinodo» può riferirsi «ad assemblee della Chiesa convocate in tempi diversi per prendere decisioni per il bene comune», Papa Francesco preferisce intenderla «come un viaggio insieme»: in altre parole, come «un processo continuo piuttosto che come un evento occasionale».

Monsignor Peña Parra ha evidenziato quanto il Sinodo sia fondamentalmente «una forma di discernimento comunitario, che richiede un ascolto reciproco per discernere ciò che lo Spirito Santo sta dicendo». In diverse occasioni, infatti, il Pontefice ha insistito su questo aspetto, sottolineando  che a caratterizzare «il cammino sinodale è il ruolo dello Spirito». Ciò significa ascoltare, discutere in gruppo, ma soprattutto prestare «attenzione a ciò che lo Spirito ha da dirci». Dalle parole del Papa si evince dunque che «senza l’ascolto, molto più impegnativo del semplice sentire, non ci può essere discernimento e quindi un vero processo sinodale».

Per il Pontefice, la sinodalità «esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile, la sua missione», come ribadì parlando ai fedeli della diocesi di Roma il 18 settembre 2021. Questa dimensione ha «caratterizzato l’identità della Chiesa fin dai tempi apostolici». Per tal motivo, la riflessione teologica sulla sinodalità «fa spesso riferimento al libro degli Atti degli apostoli». Infatti,  «ispirati dallo Spirito Santo, che è il protagonista principale, gli apostoli predicarono la Parola di Dio ovunque».

Oggi, ha fatto notare il sostituto, il Concilio di Gerusalemme è considerato «paradigmatico per quanto riguarda il discernimento comunitario di tipo sinodale». Dopo il conflitto iniziale sull’opportunità che «i convertiti pagani seguissero la legge di Mosè e fossero circoncisi, i presenti riuscirono a superare posizioni apparentemente inconciliabili riconoscendo la libertà d’azione di Dio»: hanno compreso, in sostanza, che «nessun ostacolo poteva impedire a Dio di toccare i cuori di persone di ogni estrazione morale e religiosa».

L’ascolto dello Spirito Santo, ha rilanciato l’arcivescovo, «è la chiave di ogni autentico processo sinodale; è ciò che fa la differenza tra un Sinodo e un parlamento». Ed è proprio grazie alla capacità di ascolto reciproco e dello Spirito, «i discepoli presenti al Concilio di Gerusalemme sono stati in grado di identificare la verità essenziale: ciò che conta è che la salvezza viene attraverso la fede e la grazia di Gesù Cristo».

Cosa significa dunque essere una Chiesa sinodale? in proposito Papa Francesco ricorda che quando «Gesù è asceso al cielo, non ha abbandonato i discepoli, lasciandoli a formare la Chiesa da soli come meglio credevano», ma ha mandato «lo Spirito Santo a guidarli». Pertanto, ha affermato Peña Parra, non si può «pretendere di prendere il posto di Dio e plasmare la Chiesa secondo le nostre convinzioni culturali e storiche»; bisogna lasciare che lo Spirito Santo «ci guidi in un processo di discernimento, abbracciando sia la fedeltà che il cambiamento, per fare ciò che Dio ci chiede nel nostro luogo e nel nostro tempo».

A questo proposito, ha ricordato il sostituto, il Papa ama citare  Gustav Mahler, il quale in un’occasione disse che «la fedeltà alla tradizione non consiste nel venerare le ceneri, ma nel mantenere il fuoco acceso». In effetti, non si è chiamati «a mantenere le cose come sono, ma a mantenere acceso il fuoco dello Spirito». La tradizione, del resto,  non è «un peso morto del passato, ma, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, è viva, progredisce e dà vita».

Quando si partecipa a un processo sinodale, ha raccomandato il presule, non si devono temere «le differenze di opinione, le discussioni e i conflitti». Non si devono vedere come «una minaccia all’unità o come un attacco personale, ma come un’opportunità provvidenziale per cercare la verità in posizioni che, pur essendo opposte alle nostre, possono contenere qualcosa di valore che forse abbiamo trascurato». Tali differenze spesso riflettono «la polarizzazione che caratterizza tutte le realtà ecclesiali, sociali e politiche».

In effetti, non ci può essere una leadership sinodale «senza un cambiamento radicale di mentalità o di atteggiamento». È necessaria, in particolare,  una «conversione sinodale». In questo senso, è «essenziale superare la tentazione di esercitare la leadership in modo autoritario o arbitrario, prestando poca o nessuna attenzione alle opinioni, ai suggerimenti e alle intuizioni degli altri». Non è possibile che «Dio parli solo ad alcuni, mentre gli altri devono solo ascoltare e obbedire». Si deve sempre cercare «il bene comune»: quindi «non dobbiamo cercare di affermare noi stessi, imporre le nostre idee o, peggio, promuovere i nostri interessi». In effetti, tutti i membri del popolo di Dio «condividono la stessa dignità battesimale». E tutti i battezzati «hanno ricevuto la stessa fede, tutti sono chiamati alla santità,  tutti hanno la responsabilità di dare testimonianza cristiana e di impegnarsi nell’apostolato».



Da vaticannews.va

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