Papa Francesco in Iraq. Don Escalante (postulatore): “I 48 martiri di Nostra Signora della Salvezza perle preziose della Chiesa irachena”

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La Sala Stampa della Santa Sede ha reso noto ieri il programma ufficiale del viaggio di Papa Francesco in Iraq (5-8 marzo). Tra i vari appuntamenti, il programma prevede, come primo incontro pubblico, quello con i vescovi, il clero e le comunità religiose irachene nella cattedrale siro-cattolica “Nostra Signora della Salvezza”, a Baghdad. Un luogo significativo per la chiesa d’Iraq perché qui, il 31 ottobre del 2010, durante la messa vennero massacrati da 5 terroristi islamici 48 fedeli, due erano sacerdoti. Il 31 ottobre 2019 si è chiusa la fase diocesana della Causa di beatificazione e Dichiarazione di Martirio di questi “servi di Dio”. Il Sir ha raccolto la testimonianza del postulatore della Causa, don Luis Escalante.

Cattedrale Siro-Cattolica di “Nostra Signora della Salvezza” a Baghdad, altare

“Buoni cristiani, buoni cittadini, profondamente innocenti”: così don Luis Escalante, parroco di Sant’Antonino a Fara Sabina, parla al Sir dei 48 martiri iracheni massacrati da 5 terroristi del cosiddetto “Stato Islamico dell’Iraq”, gruppo alleato di Al Qaeda, che, domenica 31 ottobre del 2010, attaccarono la cattedrale siro-cattolica “Nostra Signora della Salvezza”, sita nel distretto di “Karrada”, nel centro di Bagdad, mentre si celebrava la messa. A morire furono i due sacerdoti presenti in quel momento, padre Thaer Abdal e padre Wassim Kas Boutros, e 46 “fratelli nella fede. Famiglie intere molto giovani, genitori di ogni età, e anche bambini: uno, Adam aveva solo tre anni, un neonato di 3 mesi e un bimbo ancora in grembo alla madre anche lei rimasta uccisa nell’attentato”. Solo una settimana prima si era chiuso, in Vaticano, il “Sinodo Speciale per il Medio Oriente” (10 al 24 ottobre) nel quale i Vescovi mediorientali, avevano discusso della situazione dei cristiani della Regione sottoposti a persecuzioni e attacchi.

Chiesa di martiri. “Tutti i 48 perirono dentro la chiesa, nessuno dei feriti morì in seguito. Si tratta di un dato teologico” sottolinea don Escalante che è il postulatore per la Causa di beatificazione e Dichiarazione di Martirio di questi “servi di Dio” la cui fase diocesana si è chiusa a Baghdad il 31 ottobre del 2019. Il ricordo di quel tragico attentato adesso è tornato vivo con la diffusione da parte della Sala Stampa della Santa Sede del programma del viaggio papale. Come aveva anticipato al Sir il patriarca caldeo di Baghdad, card. Louis Raphael Sako, “il primo incontro pubblico di Papa Francesco si svolgerà il 5 marzo, subito dopo l’arrivo e il saluto delle Autorità di Governo, proprio nella cattedrale siro-cattolica teatro dell’attentato. Qui il Pontefice incontrerà i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi e catechisti. “Sarà l’occasione per fare memoria di questi martiri dei quali si auspica la proclamazione – dice con speranza padre Escalante – anche se sappiamo bene che il processo è ancora lungo. La Chiesa irachena è una chiesa di martiri, basti pensare a suor Cecilia Moshi Hanna, uccisa a Baghdad nel 2002, al sacerdote caldeo Ragheed Ganni e dei suoi tre diaconi freddati da un gruppo di terroristi a Mosul nel 2007. E poi ancora mons. Faraj P. Raho, vescovo di Mosul rapito ed ucciso nel 2008”.

“Saldi nella confessione del nome di Dio”. “La cattedrale, attaccata dai terroristi anche con ordigni esplosivi, è stata completamente restaurata – afferma il postulatore che più volte in questi anni è stato in Iraq per seguire e istruire la Causa – ma l’altare e il pavimento sono rimasti gli stessi del massacro. Oggi nella cripta sono sepolti i due sacerdoti, Thaer Abdal e Wassim Kas Boutros, il fratello di un altro martire, padre Ragheed Ganni, e altri fedeli. Tutti gli altri riposano in diversi cimiteri sparsi nel Paese”. Per don Escalante “la presenza del Papa in cattedrale sarà un momento significativo del viaggio, una testimonianza nel ricordo di questi martiri che sono passati dalla mensa terrestre a quella del cielo. Hanno perso la loro vita mentre erano convocati, nel giorno del Signore, per la messa. Dalla liturgia terrestre all’eternità”.

“Morti rimanendo saldi nella confessione del nome di Dio”.

A dare ulteriore significato a questa memoria “è anche il fatto che i martiri appartenevano a due riti, quello siro-cattolico e caldeo. I fedeli – spiega il postulatore – erano tutti laici, cristiani comuni, specchio della società cui appartenevano. È stato un attentato contro la fede della gente comune”. Il sacerdote rievoca l’episodio del piccolo Adam, tre anni: “mentre i mitra dei terroristi facevano strage il piccolo urlava ‘basta, basta, basta’. Questo suo grido, indirizzato al commando criminale, fu quello di tutti i fedeli massacrati”.

“Era il grido di tutti i cristiani iracheni che chiedevano di non morire ma di essere accettati in quanto esseri umani, dunque con tutti i diritti”.

Era l’epoca degli attacchi alle chiese, degli attentati alle case dei cristiani, dell’esodo dei fedeli e la voce di Adam “un piccolo Daniele profeta, era un grido di giustizia levato anche contro le divisioni e per chiedere cittadinanza. Persecuzione è anche non vedersi riconosciuti i propri diritti nella terra dove sei nato”.

La lunga strada del dialogo. Tolleranza, dialogo, diritti umani, giustizia, rispetto delle minoranze, rifiuto dell’estremismo religioso, sono temi con i quali la Chiesa irachena si confronta da anni e che risuonano forti nell’Enciclica “Fratelli tutti” e nel documento sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato ad Abu Dhabi dal Pontefice e dal Grande Imam di Al AZhar, Ahmad Al-Tayyeb.

“Ancora nel XXI secolo la Chiesa di Babilonia è stata chiamata a donare dei figli come perle preziose alla Chiesa universale”

dichiara don Escalante. “Erano bravi cittadini, devoti, innocenti uccisi in un attentato ben pianificato. Gente perseguitata in odio alla fede, cacciata senza ragione, loro che sono gli abitanti originari del Paese. La speranza è che la visita di Papa Francesco possa dare impulso, non solo alla causa di beatificazione dei martiri iracheni, ma anche a questo cammino di giustizia, di dialogo e di convivenza all’interno del Paese. La strada è lunga. L’Isis – conclude il postulatore – non venne dal nulla. Non apparve improvvisamente. Tanti che applaudirono lo Stato islamico durante l’occupazione della Piana di Ninive oggi sono ancora lì e a Mosul. È una mentalità dura da sconfiggere. Il dialogo deve partire dal riconoscimento dei diritti della persona come stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite”.





Fonte Agensir

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