Pandemia, virus e varianti: l’arma più efficace è sempre il vaccino

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Il professor Roberto Cauda, direttore dell’Unità Malattie Infettive Policlinico Gemelli di Roma: “quanto più il virus circola, tanto più può andare incontro a delle mutazioni. L’idea quindi di fare una vaccinazione di massa, e più rapidamente possibile, è l’unico modo per contrastare le varianti”

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Lo senario, fotografato anche dai numeri, è impressionante e drammatico. Attualmente, nel mondo, sono oltre 2 milioni e 300 mila le persone morte finora a causa della pandemia. Questi ed altri dati sono stati al centro di una conferenza stampa tenutasi a Wuhan, città cinese dove è stato individuato il primo focolaio del coronavirus. “Tutti i dati che abbiamo raccolto sin qui – ha detto il capo della missione dell’Organizzazione mondiale della Sanità a Wuhan, Peter Ben Embarek – ci portano a concludere che l’origine del coronavirus è animale”  La possibilità che la diffusione del nuovo coronavirus derivi da “un incidente collegato a un laboratorio, ha aggiunto,” è “estremamente improbabile”. Sono state indicate altre ipotesi ritenute più probabili per la diffusione del virus. Tra queste, la trasmissione da specie animali e attraverso la catena dei prodotti alimentari surgelati.

Strage di anziani durante la pandemia

Complessivamente, sono più di 106 milioni e 474 mila i casi riscontrati fino ad oggi. Quella più colpita dalla pandemia è la popolazione anziana. In una nota la Pontificia Accademia per la Vita ricorda in particolare che più di due milioni e trecentomila anziani sono morti a causa del Covid-19. Come ha anche sottolineato Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, il mondo degli anziani è stato spesso tra le vittime della cultura dello scarto. “Abbiamo visto – scrive il Pontefice – quello che è successo agli anziani in alcuni luoghi del mondo a causa del coronavirus. Non dovevano morire così. Ma in realtà qualcosa di simile era già accaduto a motivo delle ondate di calore e in altre circostanze: crudelmente scartati. Non ci rendiamo conto che isolare le persone anziane e abbandonarle a carico di altri senza un adeguato e premuroso accompagnamento della famiglia, mutila e impoverisce la famiglia stessa. Inoltre, finisce per privare i giovani del necessario contatto con le loro radici e con una saggezza che la gioventù da sola non può raggiungere”..

Coronavirus: dalle origini alle varianti

Il percorso dal primo caso alla pandemia è stato molto rapido. Il virus compare a Wuhan, in Cina, nel mese di dicembre del. 2019. L’11 gennaio 2020 si registra, nel Paese asiatico, la prima vittima. Due giorni dopo, viene data la notizia del primo decesso oltre i confini della Cina. Poi si registrano, con una progressione sempre più rapida, casi negli Stati Uniti, in Europa e in altre regioni del mondo. L’11 marzo del 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara che la crisi sanitaria può essere considerata una  pandemia. In tutto il mondo vengono prese misure per lockdown e per chiusure di attività produttive e commerciali. In autunno arriva la seconda ondata, ma a fine anno giunge anche la speranza dei vaccino. Il 2020 si chiude con l’avvio, in vari Paesi, della campagna di vaccinazione.

Mutazioni del virus

Alla speranza del vaccino si affianca però un timore: quello delle varianti, ossia delle mutazioni del virus che sono state osservate, in tutto il mondo, fin dall’inizio della pandemia. La maggior parte di queste mutazioni non ha un impatto significativo. Altre, invece, diventano motivo di preoccupazione e devono essere monitorate con attenzione. Sono quelle che comportano una maggiore trasmissibilità e forme più severe della malattia. Nel caso di alcune specifiche mutazioni non si può inoltre escludere la possibilità che venga aggirata l’immunità precedentemente acquisita da un individuo in seguito alla vaccinazione o dopo aver contratto l’infezione. Il professor Roberto Cauda, medico infettivologo, direttore dell’Unità Malattie Infettive Policlinico Gemelli di Roma sottolinea che è la vaccinazione di massa l’arma più efficace contro il virus e le sue mutazioni.

Ascolta l’intervista al professor Roberto Cauda

R. – Un virus, quando si replica, ha delle mutazioni. Molte di queste sono assolutamente irrilevanti. In qualche caso, come quello su cui stiamo discutendo in questi giorni, la mutazione può portare, ad esempio, ad una maggiore trasmissibilità rispetto al virus originale. In questo momento stiamo parlando di tre diverse varianti: la variante inglese, isolata nel mese di settembre, la variante sudafricana, isolata a novembre, e quella brasiliana. La variante inglese, quella che è stata studiata di più, è contrastata efficacemente dai vaccini attualmente presenti. Forse, per alcuni di questi, c’è una riduzione della produzione di anticorpi, ma comunque restano efficaci. Per quella sudafricana c’è forse un calo di efficacia, ma comunque ancora a livelli accettabili. La variante brasiliana resta ancora da studiare. Quello delle varianti è un problema importante che ci dice una cosa: quanto più questo virus circola, tanto più può andare incontro a delle mutazioni. L’idea, quindi, di fare una vaccinazione di massa, e più rapidamente possibile, è l’unico modo per contrastare le varianti e sottrarre terreno al virus.

Non si può escludere che una variante possa compromettere l’immunità acquisita da un individuo dopo aver contratto il virus o in seguito alla vaccinazione. Ma la vaccinazione resta, comunque, la strada principale da seguire. Ed è anche importante l’aggiornamento dei vaccini…

R. – Assolutamente sì. Tra l’altro, l’uso della biologia molecolare ci consente in tempi rapidi – si è parlato di 4 mesi –  di aggiornare i vaccini sulla base delle varianti. Se si riuscisse a ottenere un immunità di gregge, che consente al virus di circolare molto meno o addirittura di bloccarne la circolazione, è probabile che si riesca efficacemente anche a ridurne l’impatto.

Le varianti del virus non devono dunque rappresentare un freno alla campagna di vaccinazione e non devono indurre a pensare che la vaccinazione non sia efficace…

R. – Non possiamo avere delle aree del mondo dove il virus continui a circolare. Se ad esempio continuerà a circolare in Africa, perché magari arrivano meno vaccini in questo Continente, permane il rischio di una variante. E quando le varianti insorgono non hanno bisogno del passaporto. Abbiamo capito che anche la creazione della più rigorosa ”zona rossa” consente comunque al virus di muoversi perché si muove con le gambe degli uomini e delle donne. Quindi non solo la solidarietà ma anche l’utilità è un criterio per quello che riguarda una vaccinazione estesa a tutta la popolazione del mondo. L’idea, in termini di sanità pubblica, è quindi quella di vaccinar il maggior numero di persone e nel tempo più breve possibile. La vaccinazione non può essere limitata soltanto ad un nazionalismo vaccinale, ma deve essere ampliata a tutti i Continenti. Finché ci sono delle aree dove il virus si replica, esiste il rischio di varianti che possano teoricamente diventare resistenti ai vaccini.

Si parla anche di diversi gradi di efficacia dei vaccini…

R. – Per quello che ci riguarda più direttamente, in questa fase, non è rilevante andare a discutere sul tipo di vaccino. L’importante è che la vaccinazione venga effettuata. E anche quando si parla di un’efficacia minore, ad esempio di un vaccino rispetto all’altro, parliamo comunque di un’efficacia sufficiente per contrastare la malattia e l’infezione. In questo caso, quanto più la vaccinazione verrà implementata e diffusa tra la popolazione, tanto più si riuscirà a raggiungere quell’immunità di gregge che comunque conferirà a tutti la protezione.



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