Paglia: rivedere seriamente Rsa e sistema assistenziale degli anziani

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Nella conferenza stampa di presentazione della Nota della Pontificia Accademia per la Vita sulla vecchiaia, nostro futuro, l’invito a cogliere, nel disastro della pandemia, l’opportunità di rinsaldare i vincoli tra generazioni, considerando che gli anziani hanno dato un tributo di vite enorme nell’ultimo anno. L’auspicio che le indicazioni del Documento siano ascoltate anche dai governi e l’annuncio di altre due Note della PAV, su bambini e disabili

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Dopo la proiezione di un video realizzato con immagini di culture diverse dove la vecchiaia può essere vissuta con slancio, ascolto reciproco e prossimità, monsignor Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha aperto la conferenza stampa ringraziando Papa Francesco per l’istituzione della “Giornata mondiale dei nonni e degli anziani”, che si terrà ogni anno il 25 luglio: un invito ai credenti perché cresca in loro e attorno a loro una nuova sensibilità verso i nonni e gli anziani. Ricorda contributi di altri pontefici su questo tema: la Lettera agli Anziani di San Giovanni Paolo II, alcuni preziosi interventi di Benedetto XVI. Sottolinea quanto già espresso in più di una occasione da Francesco a rinsaldare i legami intergenerazionali, perché anche la trasmissione della cultura e della fede “sia fluida e viva”.

Paglia: cresce il numero di anziani ma non la prossimità verso di loro

L’Accademia per la Vita pone in risalto “l’urgenza di una nuova attenzione alle persone anziane”, considerato anche il progressivo invecchiamento della popolazione in molte società. Paglia sottolinea che a questo trend non si è accompagnata la prossimità verso di loro e – precisa – ancor meno “una comprensione adeguata alla grande rivoluzione demografica di questi ultimi decenni”. La pandemia, secondo monsignor Paglia, non ha fatto che acuire “l’incapacità della società contemporanea di prendersi cura in maniera adeguata dei propri anziani”, accentuando la cultura dello scarto” che tanto preoccupa il Santo Padre.

Strage pandemica: oltre 2mln e 300mila vittime, metà in Rsa

Per voce di monsignor Paglia, viene richiamata l’attenzione su alcuni dati, definiti brutali, legati alla pandemia, che ha falcidiato la popolazione anziana in tutti i continenti. Più di due milioni e trecentomila anziani sono morti per il Covid-19, la maggioranza dei quali ultrasettantacinquenni. “E la maggioranza – scandisce – è deceduta negli istituti che li accoglievano. In Italia la metà degli anziani vittime da coronavirus è stata registrata proprio in queste strutture e nelle Rsa, mentre solo un 24 per cento del totale dei decessi riguarda gli anziani che vivevano a casa. “Insomma, il 50% delle morti è avvenuto tra i circa 300.000 ospiti di case di riposo ed RSA mentre solo il 24% ha colpito i 7 milioni di anziani over 75 che vivono a casa”, spiega Paglia. “La propria dimora, a parità di condizioni, ha protetto molto di più”. Cita una ricerca dell’Università di Tel Aviv sui paesi europei che ha evidenziato la relazione proporzionale diretta tra numero di posti letto nelle RSA e numero dei morti anziani: “In ogni Paese rimane sempre identica la proporzione: al crescere dei posti letto risulta aumentato anche il numero delle vittime nella popolazione anziana”.

Ripensare il sistema delle Rsa e l’assistenza verso gli anziani

Ricercare capri espiatori di tali situazioni non è opportuno, suggerisce monsignor Paglia, il quale invita tuttavia a non restare in silenzio: sarebbe un silenzio “colpevole e sospetto”. Da qui l’appello urgente a “ripensare globalmente la prossimità della società verso gli anziani. Nel sistema di cura e assistenza degli anziani molto è da rivedere. L’istituzionalizzazione degli anziani nelle case di riposo, in ogni paese, non ha garantito necessariamente migliori condizioni di assistenza, tanto meno per chi tra loro è più debole”. Si rivolge a tutti, mostrando la terza Nota prodotta sulla pandemia, dall’Accademia.

L’impegno della Chiesa: la fragilità non è maledizione

“Non possiamo non impegnarci per una profonda visione che guidi la cura della terza e della quarta età”, afferma il presule rivolgendosi al popolo ecclesiale, ricordando che “la civiltà di un’epoca si misura a partire da come trattiamo chi è più debole e fragile. La morte e la sofferenza dei più vecchi non possono non rappresentare una chiamata a fare meglio, a fare diversamente, a fare di più”. E rincara la dose quando parla della debolezza che – afferma – “non è una maledizione, ma una via per incontrare Dio nel volto di Gesù Cristo”. Ripete che la fragilità può diventare forza evangelizzatrice e che la Chiesa dovrà sempre più reinterpretare la propria vocazione ad essere un modello e un faro per tante famiglie e per l’intera società “perché chi invecchia sia sostenuto e aiutato nel rimanere a casa propria e comunque a non abbandonarlo mai”. Gli anziani, anche se non possono più parlare, sono Magistero, dice monsignor Paglia che conclude con la lettura di una poesia “La vecchiaia” di Edith Bruck, che si è tenuta in casa il marito malato di Alzheimer fino alla fine, e lei lo ricorda come il periodo più bello della sua vita.

Gli anziani: memoria e speranza. Il rischio di considerarli improduttivi

Monsignor Bruno-Marie Duffè, Segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ricorda l’Esortazione Apostolica Christus vivit, in cui il Santo Padre rievoca la testimonianza di un giovane uditore del Sinodo dei giovani, dalle Isole Samoa, che parla della Chiesa come di una “canoa, in cui gli anziani aiutano a mantenere la rotta interpretando la posizione delle stelle e i giovani remano con forza immaginando ciò che li attende più in là”. “Se perdiamo i consigli degli anziani, rischiamo di perdere la memoria – spiega Duffè – e, perdendo la memoria, perdiamo anche la speranza”. Duffè mette in luce un paradosso: gli anziani sono sempre un passo avanti, e , citando Sant’Agostino, ricorda il prezioso aiuto che ci proviene dagli anziani, che possono consigliarci e i più giovani possono incoraggiarci. Mette in guardia dalla “cultura tecnicista, che pone al centro del pensiero e della vita l’efficacia immediata”, e che ci porta spesso ad abbandonare gli anziani, a considerarli meno «produttivi», «persone ormai al capolinea». Il rischio è l’individualismo che anche nella Enciclica Fratelli tutti il Papa mostra come pericolo sempre in agguato.

Cosa impariamo dalla pandemia: il vincolo tra generazioni

Il necessario distanziamento imposto dalla pandemia che ha impedito a bambini e giovani di incontrare gli anziani, a volte ha generato veri e propri disturbi psichici in alcuni ragazzi, ricorda Duffè. Da qui, la sottolineatura che l’emergenza sanitaria ha portato alla luce una componente importante della relazione sociale: il dialogo integenerazionale, fatto di sogno e tenerezza: “Se gli anziani continuano a sognare, i più giovani possono continuare a inventare”. E’ il vincolo dell’ascolto e della cura tra generazioni, il grande tesoro, la grande opportunità che si può cogliere dalla tragedia della pandemia che ha sconvolto il mondo. Duffè conclude che in questo tesoro della memoria c’è davvero la fede, ricevuta e offerta: quel gusto della vita eterna che è già iniziata.

Giappone, il Paese più anziano e la discriminazione dei malati infettivi

In collegamento da uno dei Paesi dove il tasso di natalità diminuisce vertiginosamente, è intervenuta la Prof.ssa Etsuo Akiba, docente all’Università di Toyama, Accademico Ordinario della Pontificia Accademia per la Vita. In Giappone, gli anziani di 60 anni e oltre rappresentano il 98% di tutti i decessi per coronavirus, ricorda, spiegando che “a Tokyo il numero delle morti fuori dagli ospedali sta aumentando drasticamente”. Etsuo Akiba lamenta che i media giapponesi non riportano la reale condizione della morte degli anziani, le loro vicende particolari, dove e come sono morti. “Il dolore dei nipoti e dei familiari che hanno perso una persona amata, non è condiviso dal grande pubblico. Sullo sfondo dell’indifferenza dell’opinione pubblica verso la morte degli anziani, c’è una grave discriminazione nei confronti dei malati di malattie infettive e anche il divario tra generazioni, causato dall’emergere della visione mononucleare della famiglia dal secondo dopoguerra. Alla base c’è un’idea di autodeterminazione che deriva da una forte visione individualista”. 

Una società competitiva: suicidi tra i giovani, agnosia tra gli anziani

La professoressa si concentra sull’educazione in Giappone, dove “gli studenti devono impegnarsi in una forte competizione all’interno di un circolo chiuso”. Parla della diffusione del bullismo in classe che è molto diffuso. Quanti non reggono spesso vanno in isolamento, a volte per lunghi anni e, nel peggiore dei casi, si suicidano”. Aumentano i suicidi da parte delle studentesse. Per quanto riguarda la generazione più anziana, la tendenza è trasferirsi in periferia, da soli. “La più grande paura degli anziani è l’agnosia, l’incapacità di riconoscere oggetti e volti familiari. La tendenza è quella di redigere una “Ending Note”, rifiutando le cure terminali prima di perdere la capacità di autodeterminazione. Entrambe le generazioni non dialogano tra loro.

Progetti di mutuo soccorso

La cultura religiosa tradizionale giapponese si sta impegnando per creare una comunità regionale di mutuo soccorso. Cita il “Compact City Project” un progetto di collegamento intergenerazionale in collaborazione con l’università e l’industria del giardinaggio paesaggistico. Anche il “Toyama Day Care System”, introdotto da un’infermiera in pensione 30 anni fa, è cresciuto fino a diventare un progetto nazionale. Persone anziane e bambini portatori di handicap vivono insieme nella tradizionale grande casa giapponese progettata per ospitare le tre generazioni, con il sostegno degli stessi appartenenti alla famiglia e aiutati da personale di supporto. È stato possibile segnalare il caso straordinario di come la condizione dei bambini con ADHD (disturbo di deficit di attenzione) sia migliorata in casa.

L’appello a non chiudersi in sterili nazionalismi

La professoressa conclude il suo intervento invitando a “non tornare ad un nazionalismo ottuso”, invita a scavare più a fondo nelle nostre radici, per ricondurre l’etica giapponese alla sua origine ultima, al bene comune supremo condiviso da tutti gli esseri umani. Bisogna raggiungere una prospettiva cosmopolita, spiega. Lo sviluppo della Bioetica Globale, promossa dalla Pontificia Accademia per la Vita, conclude, “potrebbe essere un potente strumento per il lavoro missionario”.



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