Padre Monge: recuperiamo la “mistica della fraternità”

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Dalla Turchia, il religioso domenicano, docente di Teologia delle Religioni, precisa il senso profondo del dialogo tra le fedi e individua nelle frequenti crisi politico-economiche, sociali e ambientali, scatenate sul pianeta per interessi di parte, la “negazione del primato dell’essere umano sui beni che dovrebbero essere semplicemente a suo servizio”

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Il 4 febbraio di due anni fa, negli Emirati Arabi Uniti, fu firmata da Papa Francesco e dall’imam Ahmad Al-Tayyib la Dichiarazione congiunta del Documento sulla Fratellanza umana. Un testo in cui, tra gli altri aspetti, si sottolineano le conseguenze possibili di una strumentalizzazione delle religioni per incitare all’odio, e di una coscienza umana “anestetizzata”. Padre Claudio Monge da 14 anni vive a Istanbul, dove è superiore della comunità domenicana, responsabile del Centro domenicano per il Dialogo interreligioso e culturale, e parroco della chiesa dei santi Pietro e Paolo. È inoltre professore invitato in Teologia delle religioni all’Università di Friburgo in Svizzera e alla Facoltà Teologica di Bologna. Con che stato d’animo guarda alla celebrazione della prima Giornata internazionale della Fratellanza Umana, indetta dall’Onu per promuovere il dialogo interreligioso e interculturale?

R. – Non bisogna ovviamente rinunciare a rilanciare gli appelli e soprattutto le iniziative volte a promuovere una cultura di pace che incoraggi lo sviluppo sostenibile, la tolleranza, l’inclusione, la comprensione reciproca e soprattutto la solidarietà. Tra l’altro, sono assolutamente certo che Papa Francesco non si accontenterà di una risoluzione dell’ONU, ma continuerà, lui per primo, instancabilmente a pungolare i responsabili del pianeta e ciascuno di noi, annunciando quella parola, insistendo in ogni occasione, opportuna e non opportuna, come implora l’apostolo Paolo nella seconda Lettera a Timoteo. Resto convinto che le vere rivoluzioni partono dal basso, laddove si tessono logiche nuove, anche nelle fatiche del quotidiano.

Ascolta l’intervista a padre Claudio Monge

Come si fa a passare da un atteggiamento di “criminalizzazione” dell’altro a uno propositivo che favorisca la creazione di ponti? Il Papa ripete che i fondamentalismi attraversano culture, Paesi, religioni. Come depurare le religioni dai tentativi di manipolazione per fini che non sono quelli che nascono dall’amore e dal rispetto della vita e della dignità?

R. – Mi chiedo, il cristianesimo non è forse la religione dell’incarnazione, del Dio fatto uomo perché l’uomo divenga Dio, parafrasando Ireneo di Lione? Ci ricorda Papa Francesco – in dialogo con il grande Imam Ahmad Al-Tayyib – che il primo mandato per un credente è quello di costruire un mondo umano, il cui senso, poi noi credenti, va oltre l’umano, ma intanto deve essere umano. La teologia stessa deve ripartire dall’ascolto dell’umanità, ripartire da persone, da storie concrete, in particolare direi da ciò che più tragico: il dolore, le ingiustizie, la morte. E tentare di dare una risposta alla domanda di senso che si eleva costantemente dal cuore dell’umanità. Perché credo che solo l’incontro con l’altro possa essere preludio dell’incontro con l’Altro con la ‘A’ maiuscola.

“Dobbiamo smetterla di parlare degli altri riducendoli all’universo di appartenenza loro, e incontrarli.”

Dobbiamo smetterla di parlare degli altri riducendoli all’universo di appartenenza loro e incontrarli. Cristo stesso, al momento della chiamata dei Dodici, non ha proposto loro un manifesto programmatico a cui aderire, ma ha proposto loro di seguirlo, di frequentarlo, di vivere alla sua sequela il suo pellegrinaggio al cuore dell’umano. Certo, il cristianesimo, per eccellenza, ha istituito la relazione, cioè la prossibilità dell’uomo all’uomo, allo stesso livello, alla stessa altezza della prossibilità di Dio all’uomo.

“La dimensione religiosa non esaurisce la complessità antropologica; noi siamo molto di più che il nostro essere religiosi e le fedi possono innestarsi solo là dove l’umanità è un terreno fertile.”

Quando sentiamo: “In verità vi dico, ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me…”. Oppure, nella prima Lettera di Giovanni: “Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è amore. Nessuno ha mai visto Dio, se ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi”…  Come puoi dire di amare Dio se non ami il fratello che vedi?…”  Ecco, la risoluzione dell’Onu sollecita il rinnovo della cooperazione e della relazione tra fedi. Ma vorrei dire che non sono tanto le religioni e le fedi a dover cooperare ma le persone, credenti o meno, e le istituzioni che le rappresentano. E questa, credo, deve essere la preoccupazione maggiore dell’Onu. Vorrei anche far notare che non è mai in nome della nostra religione di appartenenza che avviene il primo contatto con l’altro, ma in nome dell’umanità che ci accomuna. E non può essere ridotta, questa, alla sola dimensione religiosa, per importante che sia. La dimensione religiosa non esaurisce la complessità antropologica; noi siamo molto di più che il nostro essere religiosi e le fedi possono innestarsi solo là dove l’umanità è un terreno fertile.

Allora, ci chiediamo spesso giustamente: come depurare le religioni dei tentativi di manipolazione? Prima di tutto, direi, denunciando come atto idolatrico e non tributo alla fede in Dio il credere e affermare di fare la sua volontà uccidendo in nome suo. Perché, in realtà, così facendo rimpiazziamo Dio e il suo comando con una nostra immagine di Dio, con la pretesa di interpretarne il giudizio insindacabile, lo degradiamo a complice della nostra violenza, del nostro di risentimento. Penso che è molto ingenuo credere che un essere umano, anche un fanatico, agisca esclusivamente per semplici, pure ragioni religiose; nello stesso tempo, la violenza, ammantata di motivazioni religiose, deve essere denunciata e smascherata prima di tutto teologicamente, non solo sociologicamente. Questo, il Documento di Abu Dhabi innanzitutto vuole dirci.

L’Enciclica Fratelli tutti ha sugellato e sviluppato i temi già in nuce nel documento di Abu Dhabi. Qui si ribadisce che una cultura sana è una cultura accogliente che sa aprirsi all’altro, senza rinunciare a se stessa, offrendogli qualcosa di autentico. Può raccontarci qualche esperienza maturata negli anni della sua presenza in Turchia che va in questa direzione?

R. –  Con il termine ‘cultura’ io credo che Papa Francesco intenda qualcosa di profondamente radicato in un popolo, nelle sue convinzioni più chiare, nel suo modo di vivere. La cultura ha che fare con i desideri, con gli interessi, con il modo in cui le persone vivono le loro vite. Allora è qualcosa in divenire, di dinamico, in via di sviluppo, qualcosa di profondamente contestualizzato storicamente, non un pacchetto di nozioni teoriche che si tramandano di generazione in generazione. All’atto pratico, l’esperienza quotidiana dell’incontro è quella che facciamo anche noi ogni giorno, ed è prima di tutto un mettersi in ascolto di ciò che fa vibrare l’altro. O anche, meno poeticamente, direi, di ciò che l’angoscia, di ciò che lo accaparra totalmente da impedirgli di vivere in pienezza. E’ proprio una maieutica, cioè permettere una nascita, permettere le condizioni di un racconto di sé costruendo un ambito di sufficiente fiducia per farlo.

Padre Monge e i dialoghi tra fedi, culture e confessioni diverse

Padre Monge e i dialoghi tra fedi, culture e confessioni diverse

L’ho sperimentata tante volte questa dimensione, laddove ad esempio, liberi l’altro dall’oppressione dell’idea che ti sei fatto, o che lui semplicemente creda che tu abbia di lui. Si aprono delle strade straordinarie di incontro. Ricordo una carissima amica con cui ho lavorato tanti anni, musulmana praticante, turca, preparavamo spesso insieme degli interventi per delle conferenze. Un giorno, mentre bevevamo un tè, le ho detto: “Non ti ho mai chiesto qualcosa della tua fede, soprattutto di come tu preghi. Dimmi qualcosa di come tu preghi”.  E mi ricordo che mi guardò e scoppiò in lacrime, perché era talmente felice e nello stesso tempo sorpresa, pur conoscendomi come religioso, come prete, che le ponessi una domanda così intima che la riconosceva come credente, come qualcuno che si riconosceva in qualcosa di profondo che fa vibrare anche me. Si liberava implicitamente dell’etichetta che spesso gli occidentali, che io rappresentavo in quel momento, hanno quando incontrano ad esempio, un musulmano. Ecco, aprire frontiere, sfondare muri affinché diventino i passaggi, soglie che ci permettano di incontrarci e di vivere in pienezza. 

In questo solco si inseriscono le riflessioni, che la vedono coinvolta, della teologia dell’ospitalità. Come potrebbe sintetizzarci questo approccio?

R. – Bisogna imparare innanzitutto a gestire il rapporto – che apparentemente è paradossale – tra gli impegni di fedeltà al proprio cammino di ricerca della verità e l’atteggiamento di apertura, di rispetto, anche di stima, nei confronti della ricerca dell’altro. Ho detto ricerca e non possesso. Perché la verità eccede la comprensione che possiamo avere di essa. E’ sempre un invito all’oltre, nel quale la figura dell’altro, inteso come cercatore, non può lasciarmi indifferente, in quanto mi stimola e mi ispira. Certo, non c’è ospitalità possibile senza interiorità, senza quella casa, quel luogo dove possiamo accogliere, in modo tale da non fare dell’ospite un ostaggio. E’ una rivoluzione del rapporto, tra l’altro anche relativamente al tempo e allo spazio: non come qualcosa di gestito e di appartenenza esclusiva, ma come spazio come luogo dove l’accesso e l’uscita esprimono la massima libertà dell’incontro.

Risuonano forti le parole del Papa nel momento straordinario di preghiera il 27 marzo dell’anno scorso: “Nessuno si salva da solo”. A quasi un anno di distanza, ritiene che la pandemia abbia accentuato il bisogno di fratellanza, oppure hanno prevalso la paura e la chiusura in se stessi?

Mi verrebbe da dire entrambi. Abbiamo drammaticamente scoperto come la pandemia sia tutto fuorché democratica. Certo, il virus non conosce barriere e può insinuarsi nell’esistenza di qualsiasi persona, ma la possibilità di difendersene e poi di guarirne non è la stessa, lo scopriamo in questi giorni anche con la vicenda dei vaccini. Il fatto che siamo inevitabilmente interconnessi fa sì che la nostra salvezza passa per la salvezza degli altri e non può concepirsi da sola e questo, attenzione, è un dato economico e geopolitico prima ancora di essere un dato teologico. Non bisogna essere credenti per intuirlo. Eppure, spesso e volentieri, rischiamo di perdere questa straordinaria occasione della pandemia, drammatica, per certi versi,  per davvero diventarne consapevoli e agire di conseguenza.

Cosa intende quando lei dice che bisogna attuare una rivoluzione di sguardo sul mondo, da economicistico a mistico? E come ciò influisce sulla fratellanza umana?

R. – La visione economicistica, ce lo ricorda ripetutamente Francesco – anche nell’enciclica Fratelli tutti ma fin dalla Evangelii gaudium – direi, è una logica funzionalistica, indifferente alla cura del mondo e alle persone che lo abitano. Monetizza i rapporti con un orientamento antropologico che riduce l’uomo a uno solo dei suoi bisogni, il consumo. Feticizza il denaro, tutto deve avere una resa immediata e soddisfare interessi immediati che spesso ridicolizzano le visioni d’insieme. Il problema è che di fronte all’esaurimento di alcune risorse si creano via via scenari favorevoli a nuove guerre, a nuovi scontri, magari mascherati con nobili rivendicazioni. Le crisi permanenti che attraversiamo, politico-economiche, ambientali e sociali, non sono che l’epi-fenomeno di una crisi più radicale, che è antropologica, ancora una volta. La negazione del primato dell’essere umano sui beni che dovrebbero essere semplicemente a suo servizio. La visione contemplativa rimette al centro il primato dell’essere umano. Consiste nel guardare alla grandezza sacra del prossimo, vedere Dio in ogni essere umano. Dobbiamo operare una sorta di mistica della fraternità che ci faccia vedere in tutti – in particolare, ci dice Papa Francesco, nei poveri, nei disabili, negli anziani, nei migranti, nei bambini – la presenza di Dio e l’amore di Dio stesso. Perché non amiamo gli altri perché siamo buoni, ma perché Dio, in cui diciamo di credere, li ama, è lui che è buono. Non è semplice filantropia. Papa Francesco spiega l’urgenza e l’esigenza di ripensare la solidarietà, non più come semplice assistenza nei confronti dei più poveri, ma come ripensamento globale di tutto il sistema, come ricerca di vie per riformarlo, di correggerlo in modo coerente con i diritti fondamentali dell’uomo e di tutti gli uomini.

Come guarda, nella prospettiva che abbiamo delineato sulla fratellanza, al viaggio di Papa Francesco in Iraq, paese confinante con la Turchia?

R. – E’ un viaggio che si inserisce in una trilogia fondamentale di cui fanno parte il viaggio ad Abu Dhabi e quello in Marocco. Qui il Papa si riaffacciava nel mondo islamico magrebino per esprimere la solidarietà tra credenti e la chiamata comune a porsi a servizio dell’intera famiglia umana, una sorta di messa in pratica immediata di quelle che erano le premesse del Documento di Abu Dhabi. All’epoca, le motivazioni erano: dialogo interreligioso, questione dei migranti, sostegno alla presenza della piccola comunità cristiana. Temi che si riprongono anche in Iraq, con delle particolarità straordinarie. Il tema interreligioso assumerebbe una valenza straordinaria anche intra-islamica: è difficile immaginare un evento più rilevante del possibile incontro tra Papa Francesco e il grande Ayatollah Al-Sistani nella città santa di tutti gli sciiti, Al-Najaf. Sarebbe davvero allargare l’appello ai fratelli dell’islam in modo significativo e simbolico.

Oggi l’Iraq è dilaniato da un conflitto percepito come espansionistico iraniano sciita. Firmare il documento di Abu Dhabi anche a Al- Najaf sarebbe veramente di portata straordinaria. Poi non dobbiamo dimenticare la rilevanza straordinaria interreligiosa, soprattutto in riferimento a grandi figure dei monoteismi semitici. Mosul e Ur dei Caldei: da una parte ci rimandano alla figura di Giona e all’invito alla conversione, dall’altra ad Abramo, alla vocazione radicale dell’uomo, del credente per antonomasia, del sottomesso alla volontà di Dio che chiama i credenti nel Dio unico a un dialogo, alla comunione. Sarebbe, credo, un viaggio di una portata straordinaria che assocerei al pellegrinaggio di San Giovanni Paolo II, nel 2000, in Terrasanta, quando compì il gesto storico di infilare quel fogliettino di richiesta di perdono nelle fessure di ciò che rimane del muro del tempio di Gerusalemme.



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