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Padre Cristoforo da Pescarenico, dai Promessi sposi pennellate di fede

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Fra Cristoforo
Foto: pubblico dominio

Scorrendo il testo dei Promessi sposi ci si imbatte in una molteplicità di personaggi. Ciò contraddistingue il senso letterario dell’opera e dà parte al grande filo che svolge la Provvidenza, nella storia di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella.

Uno di questi che, certo non è secondario, è padre Cristoforo da Pescarenico. Personaggio bellissimo e forte le cui gesta illuminano, a squarci di chiaroscuro, il racconto. E’ l’immagine del cristiano che crede, spera e vive ciò che proclama. Dote rara per chiunque, ma non per quest’uomo che, nel suo cammino, ha saputo viaggiare fra la pietà e la forza. Fra il mondo e Dio.

La sua vicenda è sviluppata nel capitolo IV dell’opera, e narra la vicenda che lo ha condotto ad abbracciare la vita religiosa.

Lodovico, questo il nome prima di mutarlo in quello di Cristoforo, era un bel giovane che a causa di una prepotenza, risponde ad una provocazione, causando la morte di chi lo aveva sfidato.

Nel duello, descritto con pennellate chiare dal Manzoni, si legge la sua forza ma anche la sua debolezza, protetta dalla spada. Nel tenzone perse la vita anche Cristoforo, il servo buono di Lodovico, da cui prenderà il nome da religioso oltre che la bontà. Questi lo aveva seguito fin da ragazzo, accompagnandolo nelle vie della grazia e dell’adolescenza e spirava fra le sue braccia.

I giorni dopo l’accaduto, si rifugio ferito in un convento di Padri Cappuccini e qui mutò vita divenendo religioso.

Un po’ per salvarsi, essendo protetto da immunità ed in quanto malato, visse la sua conversione con pentimento e grande penitenza. Comprese il senso di ciò che aveva fatto. Si pentì non per timore ma in quanto comprese il senso di Dio, nella sua vita e che con quel gesto, seppur non voluto, lo aveva offeso. La sua fu una vera metanoia, una vera conversione. Un passaggio dalla terra al cielo, passando per il dolore. Quella sofferenza, dura ed amara, aveva scavato un solco nel suo animo che portò sempre con se , conducendolo sui sentieri della grazia.

Ripresosi andò, personalmente, a chiedere perdono ai parenti del defunto. Ebbe coraggio e forza di saper comparire in quella Corte, nella quale il suo abito ricopriva l’uomo vecchio che ormai non esisteva più.

La forza che usò per difendersi in quella sfida, la mise nell’affrontare la prepotenza di don Rodrigo, che non temeva in quanto ormai abbandonato da Dio per la sua malvagità.

Ma la cosa che sorprende è che la vicenda degli Sposi, termina con il suo sguardo pietoso su un don Rodrigo, malato di peste e morente al quale il cappuccino, sente di far vedere a Renzo ricordandogli Chi esalta ed umilia, portandolo verso quella parola, che mette fine alla cattiveria, ed assume il volto del perdono. Gesto che salva ed allarga il cuore alla speranza che altro non è che la misericordia del Padre.

Padre Cristoforo dopo quell’incontro muore nel lazzaretto, avendo contratto la peste per curare i malati. La sua carità lo aveva condotto ora nelle mani di Dio e la sua vita donata rifulse di nuova luce, in quanto come scrive San Paolo, nelle sue Lettere, gratuitamente aveva ricevuto e gratuitamente aveva dato, non risparmiando nulla, nemmeno se stesso.

La figura del cappuccino è meravigliosa, in quanto anche la sua conversione non lo denuda della sua virilità, anzi la conferma per il Regno dei cieli.

Gli studi storici sul romanzo hanno evidenziato come, secondo una interpretazione, la sua figura è ripresa della vita di fra Bernardo da Corleone, santo che ferendo un uomo si accorse di appendere la sua spada al muro e prendere la vita del convento. Era la prima spada di Sicilia e divenne il primo dei figli di San Francesco per carità ed umiltà

Oltre a queste notizie, la veridicità sulla figura del frate cappuccino, è testimoniata anche da un altro fatto: leggendo la prima redazione dell’opera, compare con l’appellativo di fra Cristoforo da Cremona e non da Pescarenico. Ciò in quanto ci fu un cappuccino, con questo nome, che spirò realmente di peste, nel Lazzaretto di Milano, appartenente alla nobile famiglia dei Picenardi. Era il 1630.

Storia, santità poesia o quanto altro è bello leggere nel romanzo, la vita di quest’uomo che ha saputo mutar l’abito trasformando in santità, il proprio vissuto fatto di rara umanità e grande fede nel Dio che solo può salvar chi a lui si affida.

 





Fonte: http://www.acistampa.com/