Parrocchia San Michele Arcangelo

Oltre il Covid: economia della cura, una nuova centralità. Non servono più cose, ma più persone

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Lo shock dell’epidemia da coronavirus, dal quale stiamo faticosamente cercando di emergere, porta allo scoperto un elemento-base: la centralità delle relazioni e del servizio, del lavoro di cura, rispetto ai prodotti di consumo, che impone una riparametrazione del loro rispettivo valore, intrinseco ed economico.
Ci siamo persi un’intera collezione primavera-estate, non abbiamo utilizzato cosmetici e trattamenti estetici, non sappiamo ancora precisamente in quale misura potremo tornare a godere di ristorante, cinema, aperitivo, discoteca e viaggi. Questi beni di consumo ci mancano: ma riusciamo a sopravvivere. Sarà enorme il danno economico per coloro che li producono e che da essi traggono reddito, e pertanto andranno sostenuti col sacrificio di tutti, mettendo da parte furbizie ed egoismi: però potremo riprenderci.

Paola Pessina

Ma se ci vengono a mancare la presenza, l’energia e le competenze degli operatori socio sanitari, di quelli della formazione, di quelli dei servizi che reggono le esistenze fragili di persone malate, anziane e disabili, o che accompagnano quelle sane e in crescita, il deserto si fa spazio tra di noi, inarrestabile. L’abbiamo sotto gli occhi, l’angoscia negli ospedali, la tragedia nelle residenze protette, nelle comunità dove l’unica materia prima che assicura la vita è la cura, quella che gli operatori (e le operatrici!) decimati dal virus nelle fasi acute hanno fatto sempre più fatica ad assicurare, per cui abbiamo chiamato in soccorso anche chi è in pensione, chi si è appena diplomato, chi ci è venuto in aiuto dall’estero; e, senza la stessa drammaticità ma con uguale senso della necessità, abbiamo fatto di tutto per non interrompere la didattica, la preziosa trama di comunicazione dei saperi e dei significati, che tiene insieme i più giovani della tribù con gli adulti di riferimento e con i loro pari. Di questa risorsa, davvero, non avremmo potuto fare a meno.
Non ci servono “più cose”, ma “più persone”. Più energie, più competenze. Un servizio che non si improvvisa, che esige vocazione e formazione. Di valore inestimabile. Il coronavirus ha confermato che neanche i farmaci e le tecnologie salvano, se non c’è presenza e competenza di umani che li adattino ad altri umani: abbiamo toccato con mano che i milioni spesi a decine per attrezzare un ospedale nuovo sono improduttivi se non si trova la squadra di professionisti e assistenti che lo facciano funzionare. E non sono i soldi che garantiscono quell’infinita produzione di cura che nel mondo è prestata – in massima parte a titolo gratuito e in minor proporzione a titolo professionale – dalle donne e dagli uomini impegnati nei servizi. Le donne e gli uomini che senza essere pagati quanto i calciatori, le star, i designer, i manager, gli stilisti, i finanzieri, i politici e tutti coloro che producono cose o immagine, e perciò dividendi, producono vita. Loro sono quelli che ci servono. Servono a noi perché servono noi.
Il coronavirus è diabolico, nel senso letterale del termine: divide, ci costringe ad allontanarci gli uni dagli altri per salvarci. Ma paradossalmente ci dimostra quanto per salvarci abbiamo bisogno di relazioni, prima che di consumi, di presenze parole e gesti, oltre che di beni. Di competenze, non di immagine. Di quello sguardo che tra gli umani siamo propensi ad associare a quello specifico delle donne, le più disposte a possedere meno purché possano amare e sentirsi amate di più; le più motivate – socialmente, storicamente, culturalmente – a calcolare il valore della relazione come parte della remunerazione, intrinsecamente gratificante al di là del riscontro monetario.
Perciò non si può continuare a sottacere quanto il valore della cura gratuita sia misconosciuto e dato per scontato se viene prestato in ambito familiare: per lo più da parte delle donne, giova rimarcarlo ancora una volta. Che proprio perché “servono” rischiano sempre di esser trattate da “servi”, ovvero – letteralmente – persone le cui prestazioni sono dovute per inferiorità di status e perciò non prevedono corrispettivo e tutela, e le cui competenze non hanno rilevanza.
Per analogia, le professioni di cura, a meno che non siano esercitate a livelli elevati di qualifica, vengono remunerate meno e sono le prime a cui si rinuncia in caso di necessità, ri-scaricando all’interno della cerchia familiare, in ambito privato, funzioni di accudimento e cura che con un po’ più di respiro si socializzerebbero in termini di servizi condivisi. Quanto vale il lavoro delle infermiere, le Asa, le Oss, le badanti, le Colf, le educatrici, le maestre, le insegnanti, le psicologhe, le fisioterapiste ecc.? Scriverlo deliberatamente al femminile aiuta in questo caso ad accertare quello femminile come il genere prevalente nei servizi, che riassume in sé quello maschile complementare. Quanto vale? Ce lo possono raccontare le mamme che a casa in smart-working – o a casa e basta – hanno retto in privato il peso del lockdown, con una capacità di tenuta cui nessun applauso da balcone ha reso giustizia.
O ce lo possono raccontare, con evidenza ancora maggiore, paragonando il loro servizio alla loro retribuzione e sicurezza occupazionale, le medesime lavoratrici e i lavoratori che svolgono queste professioni, soprattutto se inquadrate in organizzazioni di Terzo settore, ovvero in quel mondo variegatissimo che si incunea tra il settore pubblico e quello privato, con un modello di imprenditorialità peculiare, che è un altro outlook di sorprendente prospettiva, in questa crisi.


Origine Articolo AGENSIR