“Non tutti sanno”, il Covid in carcere raccontato da dentro

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Il nuovo libro di suor Emma Zordan, religiosa delle Adoratrici del Sangue di Cristo e da otto anni volontaria nell’istituto romano di Rebibbia, raccoglie le paure e le emozioni dei reclusi durante la pandemia. Edito dalla Libreria Editrice Vaticana, vanta la prefazione del cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila

Roberta Barbi – Città del Vaticano

“Non tutti sanno che chi è in carcere può cambiare e provare dolore per le vittime del reato che ha commesso; non tutti sanno che la solitudine è il sentimento costante che gli ospiti provano, dovuto alla lontananza dalla famiglia specie ora in tempo di Covid; non tutti sanno che l’indifferenza della società nei confronti di chi è detenuto può uccidere più di ogni altra cosa; non tutti sanno che in carcere ci sono anche persone innocenti e persone meritevoli che potrebbero avere dei benefici che puntualmente non ottengono”. È un fiume in piena questa piccola grande religiosa delle Adoratrici del Sangue di Cristo, suor Emma Zordan, da otto anni volontaria nel carcere romano di Rebibbia dove organizza, tra le altre cose, laboratori di scrittura per i detenuti, i cui lavori vengono poi raccolti e pubblicati affinché anche fuori, finalmente, si sappia davvero come si vive lì dentro. L’ultimo si intitola: “Non tutti sanno”, racconta la pandemia all’epoca del primo lockdown e la prefazione è stata scritta dal cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila grande amico dei detenuti.

Ascolta l’intervista a suor Emma Zordan:

L’indifferenza uccide più del pregiudizio  

Raccontare il carcere attraverso la voce di chi lo vive, quotidianamente, sulla propria pelle, è fondamentale secondo la religiosa: “Gli scritti delle persone ospiti mettono in luce la realtà carceraria dall’interno e servono ad abbattere i pregiudizi e soprattutto l’indifferenza della società nei loro confronti”. Un’indifferenza che può uccidere: “Gli ospiti sanno, quando vengono reinseriti nel lavoro, che nei loro confronti c’è tanta diffidenza, che il carcere è un marchio che non riescono a levarsi di dosso, che li accompagnerà sempre, e questo è mortificante. Importante è invece riscoprire l’umanità di queste persone, considerarle, appunto, persone”. Per questo, ci anticipa suor Emma, la prossima pubblicazione che curerà avrà per tema proprio l’indifferenza nei confronti dei reclusi.

Il libro di suor Emma Zordan

Il libro di suor Emma Zordan

Il carcere al tempo del Covid: un abbandono totale

Nel libro si racconta come si vive in carcere al tempo del Covid, la paura, la solitudine, a partire dal primo lockdown, ormai quasi due anni fa: “Non riuscimmo a spiegare a chi stava dentro cosa stava succedendo fuori perché non ci è stato più consentito di entrare a causa dell’emergenza sanitaria – ricorda suor Emma – scrivevo ad alcuni, ricevevo risposte, ma era tanta l’angoscia di non poter stare vicino a queste persone che hanno tanto bisogno, mi sentivo a disagio così lontana, il disagio di chi si sente fuori da casa propria”. Oggi il lockdown è lontano, ma purtroppo non la pandemia, che è tornata a colpire forte in Italia, tanto è vero che i contagi salgono ovunque, istituti di pena compresi: “Il carcere ancora oggi è abbandonato a se stesso, i progetti sono fermi, i volontari pochissimi, e questo ha un impatto molto forte sui sentimenti dei reclusi, trasforma tutto in passività, dolore, rabbia, sofferenza, mancanza di desiderio di futuro. Il tempo sembra non scorrere più”, è la testimonianza della religiosa.

Il periodo di Natale: solitudine e senso di colpa  

“Il carcere è sempre brutto, ma se possibile durante le feste ancora di più – spiega suor Emma – la distanza dalla famiglia, il ricordo dei Natali passati con i propri cari acuisce il senso di colpa per gli errori commessi. Non riescono a perdonarsi”. La religiosa anche quest’anno ha organizzato per gli ospiti una festa con dolci e regali: “Ma è molto di più quello che ho ricevuto io da loro, ho imparato la pazienza, la resilienza, la solidarietà e il senso dell’umorismo, che nonostante la situazione in cui vivono, è una loro caratteristica”.

“Oggi il carcere è casa mia”

Suor Emma va con la memoria a otto anni fa, al giorno in cui per la prima volta ha messo piede in un carcere: “Anch’io avevo i miei pregiudizi che erano quelli della gente comune, mi esprimevo per stereotipi ben poco evangelici – racconta – poi quando sono entrata tra quelle mura mi si è stretto il cuore. Pian piano ci siamo avvicinati e ho iniziato ad ascoltarli. Oggi queste persone, con cui passo la maggior parte del mio tempo, per me sono fratelli, amici e compagni di viaggio. Il carcere è casa mia: entrarci mi dona gioia e tanta pace”. E ora questo lo sanno tutti.

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