“Non si può morire di speranza” – Chiesacattolica.it

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Pubblichiamo l’omelia pronunciata dal Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, in occasione della Veglia di preghiera “Morire di Speranza” in ricordo dei tanti migranti morti nel tentativo di giungere in Europa e negli Stati Uniti, celebrata a Roma nella Basilica di Santa Maria in Trastevere. 

Dimenticare è un doppio tradimento della vita, che chiede, sempre, per tutti, di essere difesa e ricordata. Per i pagani l’oblio era la vera morte. È atroce essere “dimenticati” da vivi, che significa non essere visitati, attesi, rivestiti di importanza. Dimenticato in mezzo al mare, con l’angoscia del tempo che passa e la disperazione che nessuno si accorga. Non posso non pensare alle ore di attesa. Dimenticati. Volutamente dimenticati. Dimenticare toglie valore a quel libro che è ognuno di noi, sempre unico e degno per tutti. I cristiani si affidano a un Padre che conta perfino i capelli del nostro capo, che conosce il nome di uno sconosciuto che sta alla porta del ricco e lo solleva dalla sua miseria rivestendolo con il suo bene. Anzi: ci fa capire che così uno sconosciuto diventa il prossimo di cui abbiamo bisogno. Il nostro è un Dio che ascolta il grido dei suoi eletti che giorno e notte cercano giustizia. Dio si è fatto vittima. Si identifica con esse, con il loro corpo e la loro anima, ce le affida talmente che siamo giudicati proprio se facciamo quello che la loro condizione chiede. Dio è il custode e ci insegna a non rispondere mai che non siamo noi i custodi, accusando Dio di chiederci qualcosa di eccessivo: “Sono forse io?”, cioè “che c’entro io con Abele?”. Quando la vita non è custodita è condannata. Dio non dimentica, risponde alle richieste: non aspetta per vedere come va a finire, se ci può pensare qualcun altro, per stabilire di chi è la competenza. Dio conosce e protegge la fragilità delle persone. Ognuna è sua ed è preziosa. Ognuna è un mondo, un mondo da salvare. La celebrazione di oggi è di salvati che non possono dimenticare i sommersi. Noi siamo salvati. Non dimentichiamo e non smettiamo di ringraziare che siamo sopravvissuti. Alcuni tra noi lo sono fisicamente perché erano esattamente nelle stesse condizioni di chi non ce l’ha fatta e qualcuno porta con sé il grande, infinito dolore perché qualche amico, qualche fratello, qualche mamma non sono mai arrivati. Che dolore. In realtà tutti siamo salvati dalla tempesta del mare, dalle onde della guerra che quando si alza travolge ogni persona e tutti inghiotte nei suoi flutti di morte. Salvati vogliamo salvare, perché nessuno sia sommerso, per restituire la grazia ricevuta e perché capiamo come la sicurezza, la pace, il benessere non sono perduti se accogliamo, ma si perdono proprio quando li teniamo per noi, non facciamo agli altri quello che altri hanno fatto a noi. È allora una festa bellissima questa, perché piena di sofferenza e di memoria ma anche di bellezza perché oggi si ricompone il mosaico della vita, con i tratti umani e divini, tutto splendente di luce, anche quelli che non sono più, unica speranza perché altrimenti come Rachele non vogliamo essere consolati perché non sono più. Qui storie, provenienze, diversità, colori, lingue si compongono insieme, si intonano l’una all’altra senza confondersi, riunendo tutte le genti che non parlano la stessa lingua ma tutti impariamo quell’unica lingua dell’amore, capendoci e non ignorandoci o contrapponendoci. Non dobbiamo mai accettare che sia messa in discussione in nessuna occasione l’umanissima e responsabile legge del mare, regola di umanità per cui chiunque stia in pericolo sia salvato e custodito. È in pericolo. Si salva.
Ricorderemo tanti nomi di quanti non sono stati salvati. Ci sono cari, ci diventano cari. Il prossimo. Sentiamo anche l’umiliazione di non potere ricordare i nomi di tutti quei santi innocenti che non hanno trovato chi li proteggesse da Erode. Nel Vangelo Gesù ci aiuta a guardare quello che accade, e ci rende consapevoli che può accadere, che accadrà! Il Vangelo ci parla di popolo che si solleva contro altro popolo e regno contro regno. Quante guerre, inaccettabili, terribili. Dobbiamo avere speranza, anche contro ogni speranza. Quanti profughi ne sono una delle conseguenze, che si manifestano anche dopo tanti anni! Gesù ci ricorda che vi sono anche carestie e terremoti, in vari luoghi. Ci mette in guardia dai falsi profeti che ingannano facendoci credere sicuri mentre siamo solo più esposti e meno umani. I falsi idoli riempiono di furore le nostre giornate e svuotano i cuori di amore. Vediamo tanta iniquità e l’amore raffreddato, come sempre avviene quando non amiamo il prossimo come noi stessi, anzi pensiamo che sia amore tolto a noi! Ecco allora l’invito ad essere perseveranti, cioè a non smettere di amare. La perseveranza è ricordarci la storia di Osama, di 25 anni, e Shawq Muhammad, di 22 anni, siriani, annegati insieme a Moshin, Abdul e Sami, pakistani, la notte tra il 13 e il 14 giugno 2023 davanti a Kalamata, in Grecia, a causa del capovolgimento del barcone dopo un viaggio di 5 giorni iniziato a Tobruk, in Libia. Ricordiamo i 700 passeggeri, di cui molte donne e bambini, provenienti soprattutto da Siria, Egitto e Pakistan. Si sono salvati solo in 108. La perseveranza è un amore che sente lo scandalo e la vergogna per tanta enorme sofferenza, non si abitua a questa e ne fa motivo e urgenza per scegliere, per finalmente scegliere un sistema di protezione e di accoglienza sicuro per tutti, un sistema legale perché solo con la legalità si combatte l’illegalità, cioè il criminale lucro di persone. E l’Europa, figlia di chi è sopravvissuto alla guerra e che non smette di sentire quelle voci lontane di umili nomi e di quanti ci hanno consegnato questa libertà e questa giustizia, deve garantire i diritti che detiene, garantendo flussi che siano corridoi umanitari, di lavoro, corridoi universitari, ricongiungimenti familiari che garantiscono futuro e stabilità, l’adozione di persone che cercano solo qualcuno che dia fiducia e opportunità. E darla ce le fa trovare! Non si può morire di speranza! Chi muore di speranza ci chiede di cercare in fretta perché non accada lo stesso ad altri, per trovare risposte possibili, degne di tanta nostra storia, consapevoli del futuro, della grandezza del nostro continente e della nostra patria. Ecco perché questa celebrazione ci fa soffrire ma accende anche tanta luce. Come vorremmo che nella notte buia in mezzo al mare si accendano cuori che accolgono, attendono, orientano! È davvero la grande occasione da non fare perdere e da non perdere, per essere quello che siamo e perché siano quello che desiderano con tanta fortissima speranza. Perché è proprio vero che c’è la banalità del male ma anche quella del bene. E questa celebrazione ce lo mostra in maniera commovente e straordinariamente umana. L’Italia, l’Europa ritrovano se stesse grazie all’accoglienza.
Sessanta anni fa Giovanni XXIII, il Papa Buono, scriveva (PT 12): “Ogni essere umano ha il diritto, quando legittimi interessi lo consiglino, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse. Per il fatto che si è cittadini di una determinata comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale”. Nel 109° Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato (quanto è lunga la storia dei migranti, lunga quanto la storia!) Papa Francesco ci affida la preoccupazione di garantire la libertà di scegliere se migrare o restare. “È necessario uno sforzo congiunto dei singoli Paesi e della Comunità internazionale per assicurare a tutti il diritto a non dover emigrare, ossia la possibilità di vivere in pace e con dignità nella propria terra”. Ecco una visione per cui vale la pena vivere, investire energie, risorse, che ci aiutano a cercare il futuro, che è come la casa del mondo, uno solo.
“Dio, Padre onnipotente, donaci la grazia di impegnarci operosamente a favore della giustizia, della solidarietà e della pace, affinché a tutti i tuoi figli sia assicurata la libertà di scegliere se migrare o restare. Donaci il coraggio di denunciare tutti gli orrori del nostro mondo, di lottare contro ogni ingiustizia che deturpa la bellezza delle tue creature e l’armonia della nostra casa comune. Sostienici con la forza del tuo Spirito, perché possiamo manifestare la tua tenerezza ad ogni migrante che poni sul nostro cammino e diffondere nei cuori e in ogni ambiente la cultura dell’incontro e della cura”.



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