Myanmar: collasso dell’economia, rischio crisi umanitaria

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Le vittime della repressione della giunta militare contro chi chiede il ritorno alla democrazia in ex Birmania sono più di 160. Cresce il rischio di violenze generalizzate e l’economia del Paese è bloccata. I leader della Chiesa cattolica locale esprimono la loro gratitudine a Papa Francesco per la solidarietà e il sostegno a chi chiede un dialogo pacifico per il ritorno della democrazia

Stefano Leszczynski – Città del Vaticano

Nuovi episodi di violenta repressione in Myanmar all’indomani dell’appello di Papa Francesco in favore di un dialogo pacifico per il ritorno alla democrazia. I manifestanti uccisi dal 1 febbraio, giorno del golpe, sono più di 200, mentre migliaia sono i manifestanti rimasti feriti negli scontri. Eppure le parole di Papa Francesco all’Angelus, che si è posto simbolicamente in ginocchio nelle strade del Myanmar ad imitazione di quanto fatto da alcuni religiosi birmani frapponendosi tra i militari e i civili, sono state interpretate come un forte motivo di speranza dai birmani e dalla Chiesa locale. Una Chiesa minoritaria fatta di circa 600mila persone su oltre 50 milioni di abitanti, ma che gode di fiducia e rispetto anche da parte degli altri leader religiosi del Paese.

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Una resistenza disperata

La popolazione del Myanmar resiste nelle strade con la speranza che l’attenzione del mondo possa spingere i generali a restituire la parola alla democrazia. La leader birmana Aung San Suu Kji, vincitrice delle elezioni che hanno preceduto il golpe, è tuttora agli arresti e in attesa di processo. Di fronte a questa drammatica situazione la comunità internazionale non è ancora riuscita a varare un’azione concertata. Al di là delle parole di condanna da parte di singoli organismi delle Nazioni Unite – a cominciare dal segretario generale Antonio Guterres – sembra improbabile che possa essere varato un sistema di sanzioni che costringa la giunta militare a più miti consigli. Diversi paesi europei e la stessa Ue hanno annunciato l’intenzione di colpire gli interessi economici dei militari, ma senza risultati apprezzabili.

Manifestanti nella citta di Nyaung-U

Manifestanti nella citta di Nyaung-U

Isolamento e rischio crisi umanitaria

Intanto il Myanmar appare sempre più isolato dal resto del mondo. La giunta ha applicato severe restrizioni nell’accesso ad Internet e gli organi di stampa indipendenti sono stati costretti a chiudere. L’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha denunciato l’arresto di almeno 37 giornalisti, cinque dei quali sarebbero morti mentre erano in custodia. Se la situazione non cambierà in fretta – spiegano gli analisti – alla perdita di democrazia si assocerà il pericolo di una grave crisi umanitaria. Ampi settori economici e produttivi del Paese erano già in sofferenza per le conseguenze della pandemia e le azioni di disobbedienza civile lanciate in queste settimane hanno aggravato la situazione; senza contare la fuga degli investitori stranieri. L’impennata dell’inflazione delle ultime settimane ha reso difficile anche l’approvvigionamento di cibo e carburanti e presto decine di milioni di persone potrebbero trovasi in condizioni di grave emergenza.

In coda per ritirare i risparmi

In coda per ritirare i risparmi

La casta dei militari

La posizione dei militari sembra restare granitica anche grazie alla condizione di casta privilegiata, con i vertici che controllano le principali risorse economiche e finanziarie del Paese. Finora anche le poche centinaia di defezioni di singoli militari e poliziotti fuggiti in India non sembrano scalfire il sistema. Un quadro che non lascia dunque presagire nulla di buono anche sul fronte delle proteste, animate soprattutto dalla parte più giovane della società, che finora hanno mantenuto un carattere fondamentalmente pacifico. La tensione è in crescita, così come la sfiducia che una spinta al cambiamento possa arrivare dall’esterno.

Scontri in Myanmar

Scontri in Myanmar



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