Mosca, don Caruso: la visita del cardinale Zuppi, un evento storico che porterà frutti imprevisti

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All’indomani della due giorni dell’inviato di Papa Francesco in Russia, il cappellano della comunità cattolica italiana e missionario da 25 anni nel Paese, esprime la rinnovata speranza per cui la guerra “non ha l’ultima parola”. Condivide l’esperienza di aver concelebrato con Zuppi la solenne liturgia nella cattedrale di Mosca, confermando nella necessità di centrarsi sull’unità tra le Chiese che è fondamento della pace

Antonella Palermo – Città del Vaticano

All’indomani della missione di due giorni a Mosca del cardinale Matteo Zuppi, inviato del Papa, la comunità cattolica locale si aggrappa ancora di più alla speranza. Di “evento storico” parla il missionario italiano don Giampiero Caruso, cappellano della comunità italiana di Mosca, dove risiede da undici anni, dopo averne passati quattordici in Siberia. 

Ascolta l’intervista con don Caruso

La missione dell’inviato del Papa porterà frutti imprevisti

“La mia impressione personale è che è sicuramente un evento storico”, commenta a Vatican News. “Il fatto stesso della presenza di Sua eminenza Zuppi qui a Mosca è a mio avviso un fatto di cui solamente in futuro potremo capire la portata effettiva. Ci sono dei fattori politici e storici che sono da considerare e da giudicare, certamente, però non dobbiamo dimenticare che c’è un fattore che è al di là di tutto questo e che sfugge a qualsiasi analisi umana: la certezza che a condurre la storia è Cristo. Quindi io sono certo che porterà dei frutti, imprevedibili e imprevisti”.

Messa con Zuppi: l’unità tra le Chiese, fondamento di pace

Don Caruso ha partecipato, insieme ai vescovi della Conferenza dei vescovi cattolici della Russia, e a un nutrito gruppo di sacerdoti e alla presenza di ambasciatori e di rappresentanti del Ministero degli Affari Esteri, alla Santa Messa presieduta il 29 giugno nella Cattedrale di Mosca. Una liturgia solenne, “imponente”, racconta precisando che “non è stata casuale la coincidenza con la solennità dei Santi Pietro e Paolo”. Ricorda quanto “il coro è stato meraviglioso”, tanto che “il cardinale alla fine lo ha ringraziato dicendo che non ha niente da invidiare al coro della Cappella Sistina. Le parole dell’omelia sono state molto significative per il contesto storico che stiamo vivendo. Ha sottolineato l’unità come il fondamento tra le Chiese perché la pace possa accadere”.

“Viviamo con timore e tremore”

Che i cristiani siano insieme per una pace giusta e stabile in Ucraina è proprio l’auspicio di Papa Francesco espresso nuovamente ieri, 30 giugno, ricevendo in Vaticano la delegazione ecumenica del Patriarcato di Costantinopoli. Quanto incide effettivamente l’unità dei cristiani sulla risoluzione del conflitto? “Credo che incida non solo sul conflitto ma proprio per il compimento della storia tout court”, precisa Don Giampiero, il quale accenna al clima di sospensione che vivono i fedeli in questo frangente, all’indomani del tentato golpe nel Paese. “Noi della cappellania italiana eravamo in pellegrinaggio a Vladimir in quei giorni [a circa duecento chilometri a nord est di Mosca, ndr] il sabato, quando è successo, ed eravamo logicamente preoccupati, tanto che abbiamo deciso di tornare tempestivamente a Mosca perché le notizie non erano del tutto chiare e per evitare di non poter più rientrare”, racconta. “Quindi viviamo con timore e tremore”.

Ciascun credente si chieda: cosa posso fare per la pace?

Serve una pace creativa, ha detto in questi giorni monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo di Mosca. Parlare di pace creativa “vuol dire che ciascun credente deve chiedersi in coscienza che cosa personalmente può fare perché ci sia la pace anche se non vive in un contesto così vicino a quello che viviamo noi”, spiega il prete italiano. Insiste su questo aspetto che dovrebbe davvero tenere unite le intenzioni alle diverse latitudini. “Credo che sia una responsabilità di qualsiasi credente di capire nella quotidianità come si può portare la pace di cui ha bisogno il mondo intero e alcuni in modo più puntuale”. 

L’ultima parola non è la guerra, ma la vittoria di Cristo risorto

Don Caruso, con tono amaro, dice che molti italiani sono ritornati in patria oppure che le ditte internazionali per cui lavorano hanno chiesto di andare in altri luoghi. “Io lavoro come insegnante di religione alla scuola Italo Calvino. Molte famiglie italiane sono andate via e, come dire, è una caratteristica della comunità italiana a Mosca, questo continuo riciclo ma adesso, in questo ultimo periodo, non c’è un ritorno. Gente che va… ma non ci sono famiglie che arrivano”. E conclude sul moto di speranza che deve continuare ad animare i cuori: “Ciò che continuo a dire al popolo cui sono affidato è che la speranza è la certezza di qualcosa che è già accaduto. Il Signore della storia è Cristo, come dicevo, Cristo risorto. E il fatto che sia risorto non vuol dire semplicemente che è ritornato in vita ma che proprio ha cambiato il corso della storia e noi non dobbiamo dimenticarci questo: anche se con dolore accadono ancora queste cose, non sono l’ultima parola. L’ultima parola è certamente la vittoria di Cristo, la sua risurrezione”.



Da vaticannews.va

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