Messa in Coena Domini. Il cardinale Re: dall’Eucaristia un appello alla solidarietà

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Il decano del Collegio cardinalizio ha presieduto nella Basilica vaticana la Messa che apre il Triduo pasquale. L’Eucaristia, ha detto, è il cuore della vita della Chiesa e di ogni cristiano e nel tempo difficile della pandemia spinge a “sostenerci l’un l’altro, a non abbandonare nessuno”

Adriana Masotti – Città del Vaticano

La Messa in Coena Domini si celebra in una Basilica vaticana semivuota, alla presenza di un numero limitato di fedeli. A presiederla, al posto di Papa Francesco, è il cardinale Giovanni Battista Re all’Altare della Cattedra. Una liturgia privata del tradizionale rito della lavanda dei piedi, che ricorda il gesto sconvolgente di Gesù nei riguardi degli apostoli. Un gesto preceduto, osserva il porporato nell’omelia, dalle parole riportate dall’evangelista Giovanni: “Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. Gesù li amerà fino alla fine sulla croce, ma già la sera del Giovedì Santo, offre l’estrema testimonianza dell’amore.

I doni di Gesù la sera del Giovedì Santo

In quell’Ultima cena Gesù istituisce l’Eucaristia, il sacerdozio e pronuncia il suo comandamento. Il cardinale Re afferma:

La sera del Giovedì Santo ci ricorda pertanto quanto siamo stati amati; ci dice che il Figlio di Dio, nel suo affetto per noi, ci ha dato non qualcosa, ma ci ha donato se stesso – il suo Corpo e il suo Sangue – cioè la totalità della sua persona, e che, per la nostra redenzione, ha accettato di subire la morte più ignominiosa offrendosi come vittima.

L’Eucaristia: luce, forza e nutrimento della Chiesa

L’Eucaristia, dunque, è la dimostrazione dell’amore di Cristo per noi, la sua volontà di starci vicino per sempre. “La Chiesa ha sempre considerato il sacramento dell’Eucaristia come il dono più prezioso di cui è stata arricchita”, dice il porporato. Tramite l’Eucaristia Cristo è per noi luce, forza, nutrimento e sostegno. E’ “la sorgente e il culmine di tutta la vita cristiana”, afferma il Concilio Vaticano II, e il cardinale Re spiega che con queste parole si vuol dire che “nella vita e nella missione della Chiesa, tutto viene dall’Eucaristia e tutto porta all’Eucaristia”. E prosegue:

L’Eucaristia è il centro e il cuore della vita della Chiesa. Essa deve essere il centro e il cuore anche della vita di ogni cristiano. Chi crede nell’Eucaristia non si sente mai solo nella vita. Sa che nella penombra e nel silenzio di tutte le chiese c’è Uno che conosce il suo nome e la sua storia, Uno che lo ama, che lo aspetta e che volentieri lo ascolta. E davanti al tabernacolo ognuno può confidare quanto ha nel cuore e ricevere conforto, forza e la pace del cuore.

Una realtà da vivere nell’apertura agli altri

Ma non è tutto, l’Eucaristia è anche una realtà da vivere mettendo in pratica il comandamento dell’amore. Afferma il cardinale Re:

L’Eucaristia è appello all’apertura verso gli altri, all’amore fraterno, al saper perdonare e al venire in aiuto di chi è in difficoltà; è invito alla solidarietà, al sostenerci l’un l’altro, a non abbandonare nessuno; è richiamo all’operoso impegno per i poveri, per i sofferenti, per gli emarginati; è luce per riconoscere il volto di Cristo nel volto dei fratelli, specialmente delle persone ferite e più bisognose.

Chiediamo insieme a Dio che ci liberi dalla pandemia

Dopo l’Eucaristia, ecco il dono del sacerdozio, perché l’Eucaristia stessa e il perdono dei peccati fossero rinnovati nella Chiesa. Il porporato ricorda che, tradizionalmente, il Giovedì Santo dopo la Messa in Coena Domini, nelle chiese si usa prolungare l’adorazione all’Eucaristia nella notte, iniziativa che quest’anno non sarà possibile a causa delle norme anti Covid, ma ritornando a casa, esorta, “dobbiamo continuare a pregare col pensiero e col cuore pieni di gratitudine per Gesù Cristo, che ha voluto restare presente fra noi”. Da Lui, continua il cardinale, “vogliamo attingere la forza di cui abbiamo bisogno, ora più che mai, per far fronte alle grandi sfide di questa pandemia”.

Abbiamo sperimentato in modo universale come un piccolo virus possa mettere in ginocchio il mondo intero. Affinché abbia termine questo dramma, dobbiamo fare ricorso a tutti i mezzi umani che la scienza mette a nostra disposizione, ma c’è bisogno di un insostituibile passo in più: dobbiamo elevare una grande corale preghiera perché la mano di Dio ci venga in aiuto e ponga fine a questa tragica situazione che comporta preoccupanti conseguenze nel campo della salute, del lavoro, dell’economia, dell’educazione e dei rapporti diretti con le persone.

L’amore di Dio e il tradimento dell’uomo

Il cardinale Re si avvia alla conclusione della sua omelia con un’ultima considerazione: san Paolo nella seconda Lettura della celebrazione di questa sera afferma: ”nella notte in cui veniva tradito…”. Nella sera stessa in cui si manifesta in misura così sconfinata l’amore di Cristo, afferma, si assiste anche al tradimento dell’uomo con tutta l’amarezza che comporta, e conclude:

Il Giovedì Santo è pertanto anche un invito a prendere coscienza dei propri peccati; è un appello a mettere un po’ di ordine nella nostra vita e a metterci sulla strada del pentimento e del rinnovamento per ottenere da Dio il perdono.

L’amore di Cristo reso visibile attraverso l’Eucaristia e il Sacramento della Riconciliazione non ci abbandona mai e ci invita sempre ad “iniziare una ripresa spirituale col cuore più aperto a Dio e a tutti i nostri fratelli e sorelle”.



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