«Iliass Aouani è da medaglia anche quando parla». Parola di Massimo Magnani, l’allenatore del maratoneta bronzo a Tokyo, che non nasconde la sua ammirazione per l’uomo al di là dell’atleta. La prova che Magnani ha ragione è nell’intervista a Iliass sul numero in edicola di Famiglia Cristiana.
Magnani non cela la sua legittima soddisfazione per il bronzo portato da Aouani ai Mondiali di Atletica di Tokyo, dopo l’oro agli Europei di Lovanio lo scorso marzo: le medaglie sono la ciliegina sulla torta dei suoi pronostici, dati in tempi non sospetti, in merito alle qualità di Aouani sulle lunghe distanze e su un futuro da maratoneta. Ma da allenatore di lungo corso ripete: «I risultati contano, ma sono la meta e dal mio punto di vista la cosa più bella, più interessante, più sfidante, del percorso intrapreso con Iliass Aouani è il viaggio».
Ci racconta com’è andata tra voi e come è diventato l’allenatore dell’Iliass che oggi conosciamo?
«Quando nel 2021 Iliass è venuto a Ferrara chiedendomi di allenarlo, ci conoscevamo già. Da direttore tecnico della Nazionale, lo avevo convocato quando aveva 20 anni e gli avevo detto che vedevo in lui qualità sulle lunghe distanze. Iliass all’epoca mi guardava stranito, perché gli ripetevo queste cose anche a fronte di risultati deludenti, ma evidentemente i miei messaggi in bottiglia gli sono rimasti dentro, quando è tornato dagli Stati Uniti, con la laurea in ingegneria, è venuto a cercarmi e io l’ho accolto dapprima in casa mia, poi essendo giusto che avesse spazi suoi, ora abita nella casa che era di mia madre».
Lei ripete che il percorso è stato più importante dei risultati, che significa?
«Iliass è un bambino immigrato a due anni, cresciuto in un quartiere periferico di Milano, in una famiglia con cinque figli: tutti con una esperienza di liceo alle spalle e tutti laureati, questo dovrebbe far pensare molto coloro che si esprimono con molta leggerezza e molto barbaramente nei confronti di chi lascia il proprio Paese per cercare una situazione più adeguata! Dopo la laurea in America, Iliass è venuto da me e abbiamo cercato di sviluppare un progetto che potesse valorizzare le sue qualità atletiche, dopo che lui aveva già lavorato attraverso gli studi su quelle umane».
I risultati vi hanno dato ragione.
«Il primo anno ha vinto quattro titoli italiani in discipline diverse, cosa mai accaduta a nessun mezzofondista. Nel 2022 il suo debutto nella maratona a Milano è stato il miglior debutto di sempre, poi l’anno successivo ha fatto il record italiano, risultati che lo hanno fatto conoscere per tutte le sue qualità, non solo sportive».
Avere qualità oltre lo sport serve anche a finire meglio le maratone?
«Io sono convinto di sì, lo sport non è mai un fatto solo muscolare, sbaglia chi lo pensa. Le persone non sono fatte solo di muscoli, ma anche di spirito, di testa, di cuore e tutte le componenti entrano in gioco. Io sono un vecchio appassionato di atletica prima di tutto e quando vedo in un ragazzo dei talenti cerco di incoraggiarli. Ho sempre creduto in Iliass perché oltre alle doti fisiche si porta dietro un bagaglio che non sempre è facile trovare».
Un conto è crescere un giovane, altro è relazionarsi con un atleta già formato anche come persona. Com’è cambiato nel tempo il vostro rapporto?
«Quando Iliass è arrivato io avevo più di settant’anni, ho un figlio di 47, so che cosa è il sentimento paterno, è con Iliass s’è instaurato un affetto quasi paterno. Quando i sentimenti sono forti capita che sorgano contrasti. Perché volendo entrambi dare il meglio a volte si possono anche fare errori, magari perché il rapporto è troppo stretto. Il nostro rapporto si è interrotto per sei mesi, ma la porta tra noi non si è mai chiusa. Ciascuno di noi in quel tempo si è messo in discussione e quando abbiamo deciso di ripartire, non è stata una minestra riscaldata ma una nuova progettualità, forte degli errori commessi, da non ripetere, e capace di nuove più forti ambizioni. Posso dire che il ne siamo usciti più forti con una sintonia nuova».
I risultati del 2025 hanno confermato la bontà del vostro lavoro, dove volete arrivare?
«Il 2025 è stato la sua stagione migliore, ma 30 anni non sono tanti per un maratoneta, la nostra è una disciplina in cui si dà il meglio da esperti».
Lei ha insegnato per tutta la vita: allenare e insegnare sono lavori parenti?
«Ho fatto sempre l’insegnante per scelta: insegnare e allenare significa dare strumenti perché uno valorizzi le proprie qualità, imparando a compiere delle scelte in autonomia: vedere Ilias, che oggi è un atleta e un uomo completamente autonomo, esprimersi come a Tokyo è una grande soddisfazione».
Quanto dura una maratona per lei che guarda?
«Quanto quella dell’atleta compreso il ciclo di preparazione, perché la si vive insieme tutti i giorni negli allenamenti più importanti, in quelli più semplici, nei giorni belli e in quelli duri. Quella di Tokyo l’abbiamo iniziata insieme la notte precedente, nel senso che io ho dormito un sonno meno ristoratore del consueto, poi è continuata quando Iliass è andata in camera di chiamata, dove gli atleti non possono più avere contatto con i dirigenti ed è continuata per 42 chilometri nei quali io davanti a uno schermo ho visto come gestiva la gara e ho preso coscienza del fatto che si stava realizzando quello insieme avevamo pianificato da tempo».

