L’orma di Caravaggio sulla chiesa stazionale di Sant’Agostino in Campo Marzio

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Nel quarto giorno di Quaresima presentiamo la chiesa che raccoglie il culto del vicino tempio scomparso dedicato a San Trifone, un luogo impreziosito da un celebre dipinto del Caravaggio “La Madonna del pellegrino”

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Oggi la chiamiamo soltanto di Sant’Agostino, ma in passato ebbe una duplice dedica, al grande santo algerino e a san Trifone, giovane pastore di oche e martire cristiano originario dell’Asia Minore, vissuto tra il 232 e il 250, e morto per decapitazione in seguito alle persecuzioni dell’imperatore Decio. E’ questa la chiesa stazionale del quarto giorno della Quaresima, in cui la Messa viene celebrata oggi alle 18.30 

Prima della basilica di Sant’Agostino

San Trifone in Posterula: così era chiamata una piccola chiesa oggi scomparsa.  Si trovava lungo via della Scrofa e fu distrutta nel 1746 nell’ampliamento del Convento degli Agostiniani. Posterula, che significa piccola porta nascosta, alludeva a un passaggio aperto lungo le mura per raggiungere il greto del Tevere. Le sue origini risalgono all’VIII secolo. Una ricostruzione si ebbe nel 1006 ad opera del prefetto Crescenzio. Nel 1287 Papa Onorio IV la concesse agli eremitani di sant’Agostino, così che fu intitolata a entrambi i santi. 

Nel Catalogo di Torino, redatto intorno al 1320, si attesta che in questa epoca la chiesa di San Trifone e Sant’Agostino era una cappella papale e ospitava venticinque frati dell’Ordine domenicano. Nel 1424 vi sono state traslate le reliquie di santa Monica, madre di Agostino, che prima erano custodite a Sant’Aurea in Ostia. La chiesa si rivelò ben presto insufficiente alle esigenze dell’Ordine, inoltre era soggetta alle alluvioni provocate dal Tevere. Fu così che nel 1479 fu iniziata la costruzione di una nuova chiesa. Gli agostiniani lasciarono San Trifone alla Confraternita del Santissimo Sacramento.

La facciata della basilica minore di Sant'Agostino in Campo Marzio

La facciata della basilica minore di Sant’Agostino in Campo Marzio

La nuova chiesa

La costruzione ex novo fu resa possibile grazie al finanziamento del cardinale Guillaume d’Estouteville, ricordato nell’iscrizione sulla facciata, iniziata nel 1479 e terminata nel 1483, progettata dagli architetti Jacopo da Pietrasanta e Sebastiano Fiorentino. Nell’aprile 1587 Papa Sisto V vi istituì il titolo cardinalizio di Sant’Agostino, mentre nel 1603 divenne parrocchia, con il trasferimento della cura delle anime dalla vecchia San Trifone.
La facciata della chiesa, in cima a una scalinata scenografica, presenta forme squisitamente rinascimentali. Secondo la tradizione per la sua costruzione, con grandi blocchi di travertino sarebbero stati reimpiegati quelli del Colosseo, ispirandosi ai volumi di Santa Maria Novella in Firenze. Somiglianza esaltata in seguito da Luigi Vanvitelli, che aggiunse le grandi volute capovolte ai lati, riequilibrando il dislivello tra corrispondenza della navata centrale con quelle laterali.
E sempre a questo architetto napoletano, tra il 1746 e il 1750, si devono le profonde trasformazioni strutturali della chiesa, come anche la trasformazione della cupola con una volta a catino e il precedente campanile che ebbe l’aspetto di una torre quadrata. L’antica chiesa di San Trifone, come si è già detto, fu demolita e inglobata nella costruzione del convento. È stata elevata a dignità di basilica minore da Giovanni Paolo II nel 1999.

L'affresco di Raffaello © Janusz Rosikon/Rosikon Press/ Le Chiese Stazionali di Roma

L’affresco di Raffaello © Janusz Rosikon/Rosikon Press/ Le Chiese Stazionali di Roma

E’ divisa in tre navate con pilastri sostenenti arcate a tutto sesto, su cui sono dipinte storie della Vergine. Sul terzo vi si appoggia un  gruppo scultoreo, opera di Andrea Sansovino, mentre al di sopra vi è dipinto l’affresco del Raffaello, con il profeta Isaia e due putti che reggono la dedica in greco a sant’Anna, la Vergine e al Bambino, collegando pittura e scultura come un tutt’unico. Il profeta invece svolge un cartiglio con il suo versetto in ebraico Aprite le porte onde il popolo che crede entri (XXVI, 2). La maternità della Vergine è presente in ogni angolo della chiesa, insieme alle storie di Sant’Agostino.
Sull’altare maggiore, progettato nel 1627 dal Bernini e realizzato l’anno seguente, è custodita l’icona bizantina proveniente da Santa Sofia a Costantinopoli, raffigurante la Vergine con il Bambino. Una scultura, opera di Jacopo Tatti detto il Sansovino del 1516 è particolarmente cara ai romani. Si tratta della Madonna del Parto, dove tradizionalmente vengono le puerpere ad appendere fiocchi e coccarde come ex voto. Infine, nella prima cappella a sinistra l’altare con una celebre opera del Caravaggio, la Madonna dei pellegrini o Madonna di Loreto, realizzata tra il 1604 e il 1606.

Il dipinto discusso

Sul Caravaggio sono stati scritti fiumi di parole e altrettanto su quest’opera e sull’identità di Maria, che avrebbe i tratti di Lena, una famosa cortigiana. Anche le reazioni che suscitarono il dipinto, insolito all’epoca, non proprio rispondente ai canoni voluti dal concilio di Trento, sono state molte, anche contemporanee al dipinto. Quello che ha sempre attirato lo spettatore sono i piedi del pellegrino, induriti dal cammino e sporcati dalle strade calpestate senza scarpe e la cuffia sporca della donna a fianco. Nessuna concessione all’ideale, a quello composto del Rinascimento o a quello ridondante del Manierismo. Ogni pennellata è come intinta nel buio e la luce vi erompe a fatica ma violenta come dopo una guerra. Si tratta di una provocazione del vero, che ci mostra senza infingimenti, in modo realistico, la realtà. Quella che era sotto gli occhi di tutti allora, così come oggi se guardiamo ai poveri che vivono per strada e non sono diversi. Anche la bellezza stanca ma splendida di Maria appare insolita, appoggiata allo stipite della porta, rappresentando forse proprio la Casa lauretana prima che venisse rivestita di marmi, nell’atto di sorreggere il bellissimo Figlio, già un po’ cresciuto. E anche i suoi piedi mostrano una postura insolita, incrociati ma appena appoggiati a terra, ricordano quelli delle danzatrici delle opere antiche, come se nell’apparizione alla coppia di pellegrini stesse atterrando proprio in quel momento.  

la tomba di santa Monica

la tomba di santa Monica



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