L’offerta di vita dei buoni samaritani

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“Covid-19: preti in prima linea” è il libro di Riccardo Benotti che racconta le storie di sacerdoti uccisi dal coronavirus. Un sacrificio che ha mostrato la vicinanza della Chiesa ad un’Italia impaurita e sconvolta dalla pandemia. Duecentosei preti, “santi della porta accanto”, come li ha definiti Papa Francesco

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

“Perché vuoi diventare prete? Voglio essere riflesso dell’amore di Dio in mezzo alla comunità cristiana, un segno visibile nel mondo di tutti i giorni”. E’ una frase che fa pensare quella scritta dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, nella quale ci sono delle parole chiave: l’amore di Dio e il segno nel mondo, il cuore della vocazione di un sacerdote. Parole che il porporato usa nella presentazione del libro “Covid-19: preti in prima linea” di Riccardo Benotti, caposervizio del Sir, edito dalla San Paolo. Sono 206 i sacerdoti che hanno perso la vita a causa del coronavirus, dal primo marzo al 30 novembre 2020, maggiormente in Lombardia (38%) ed Emilia Romagna (13%), tendenzialmente anziani con un’età media di 82 anni; presenze spesso ancora attive nelle comunità, che vivono accanto alla gente e non la lasciano soprattutto nella difficoltà.

Una Chiesa viva pur nella morte portata dal virus

Il libro è diviso in due parti, la prima con quattro storie come quella del cappellano dell’ospedale San Giovanni Bosco di Torino, del presidente dell’Opera Diocesana Assistenza a Firenze, del cappellano del carcere di San Vittore a Milano e di un parroco della periferia di Roma; nella seconda parte, invece, i profili dei tanti sacerdoti che sono deceduti. La prefazione è firmata dal cardinale Angelo De Donatis, che con il cardinale Bassetti ha condiviso l’esperienza del Covid. Il vicario del Papa per la diocesi di Roma sottolinea la possibilità di incrociare nel libro “sguardi di uomini innamorati di Dio e della Chiesa”, ricorda poi la sua esperienza in ospedale nella quale ha sentito “gli effetti diretti e vigorosi” della preghiera dei fedeli, una supplica che non lo faceva sentire mai solo. Che immagine di Chiesa restituiscono queste 206 vite di sacerdoti? Così l’autore del volume Riccardo Benotti:

Ascolta l’intervista a Riccardo Benotti

R. – La Chiesa italiana si è dimostrata straordinariamente viva anche in un tempo di morte e in un tempo così difficile come quello che stiamo vivendo. I sacerdoti che la rappresentano, i sacerdoti che ho cercato di raccontare nel libro, lo dimostrano anche con la loro presenza in ogni angolo del Paese. Ci sono molti preti che sono presenti dove non ci sono i sindaci, in frazioni di paesi, in paesini sperduti e anche lì vivono il loro ministero e la loro fedeltà al Signore tutti i giorni. E’ un’immagine molto bella perché in realtà sono un punto di riferimento e sono stati un punto di riferimento per intere generazioni perché tanti di loro hanno formato i giovani, si sono impegnati nel sociale e sono stati punto di riferimento più di tante istituzioni che in realtà sono passate nel tempo. Molti preti sono rimasti là per 50 anni e più e quindi anche in età avanzata erano ancora un punto di riferimento. In questo senso mi sento dire che è questo il messaggio che esce dal libro: l’eccezionalità di tanti preti italiani che in realtà risiede soprattutto in una normalità di ministero e spesso di quel ministero che ha l’odore delle pecore, come Papa Francesco ha ricordato fin dalla prima Messa del crisma, poco dopo la sua elezione.

Il cardinale Bassetti nella sua presentazione insiste molto sulla normalità del sacerdozio, lui che è stato colpito dalla coronavirus e quindi ha fatto l’esperienza del deserto in una terapia intensiva; un’esperienza che ha accomunato tanti sacerdoti e che probabilmente segnerà anche la loro vita sacerdotale.

R. – Certamente molti di questi sacerdoti, e sono tantissimi, sono guariti dal coronavirus ma hanno attraversato un periodo molto difficile e sono tornati poi al ministero e tanti al ministero attivo. Non è che i preti siano speciali rispetto agli altri uomini e donne che in questo periodo stanno soffrendo e tanti stanno morendo purtroppo a causa del Covid, però sicuramente questa esperienza li ha avvicinati molto anche alla percezione di un limite che spesso è fisico e che tante persone sperimentano. Il cardinale Bassetti lo ricorda appunto nella presentazione del libro, ma anche il cardinale Angelo De Donatis che ha scritto la prefazione. Pure lui ha vissuto l’esperienza della malattia, tra i primi a viverla con un ricovero anche piuttosto lungo al Gemelli. Mi raccontava, privatamente, di questa sua accoglienza della malattia e anche di essersi sentito sostenuto da una preghiera che lo ha reso più vicino non soltanto ai suoi sacerdoti ma anche al popolo.

Delle storie raccontate nel tuo libro, quale quella che più ti ha colpito?

R. – Sono tutte storie belle, ma una che mi è rimasta particolarmente impressa è quella di un sacerdote di Bergamo don Fausto Resmini che, forse, nel resto d’Italia non è così conosciuto ma a Bergamo è stato, ed è ancora anche dopo la morte, una figura molto importante. E’ una figura di riferimento, è stato il cappellano del carcere per tantissimi anni, tanto importante che adesso il carcere di Bergamo è dedicato a lui. Don Fausto cresce, fin da quando è piccolo, all’interno del Patronato di san Vincenzo, fondato da don Bepo Vavassori, che era un’altra figura storica di Bergamo, un prete di riferimento, una figura importante di prete del secolo scorso. Tutta la sua vita è spesa per stare accanto a chi è più debole, siano essi i senza dimora che lui avvicina con un camper che attraversa Bergamo per cercare di andare dove c’è bisogno, siano i bambini abbandonati dai genitori, le prostitute. Per chiunque avesse bisogno don Fausto c’era, ma nel carcere esprime forse al meglio la sua vocazione di vicinanza a chi è in difficoltà. Muore all’inizio di marzo quando ancora neanche si capiva esattamente quali sintomi caratterizzassero questa nuova malattia. Da qualche giorno aveva cominciato a soffrire un pochino di stanchezza, era affaticato, aveva una sorta di raffreddore ma quando lo visitano in comunità gli dicono che probabilmente aveva contratto il Covid ma di non preoccuparsi perché sarebbe passato in pochissimo tempo. Invece in pochi giorni la situazione precipita, lo ricoverano e quando lui esce dalla comunità per andare in ospedale – mi ha raccontato chi era con lui – tutti credono possa ritornare presto perché nessuno pensa che don Fausto sia fragile, tra l’altro era anche molto giovane, aveva poco più di 60 anni. In molti si preoccupano di parlare con il vescovo per dirgli di tenerlo a riposo una volta tornato. In realtà lui non è più tornato ed è morto in ospedale, vivendo e facendo vivere a chi era vicino a lui, a chi gli voleva bene, come è successo per tanti italiani, l’esperienza del dolore, di un distacco in solitudine. Questo è il ricordo che mi è rimasto particolarmente impresso.

Un libro così rende memoria alla vita di quei sacerdoti scomparsi, come nasce l’idea di questa pubblicazione?

R. – Era un tentativo di tracciare un bilancio perché poi spesso i numeri sono sterili ma in realtà rendono l’idea di quanto è successo. Se pensiamo che nei primi mesi di pandemia sono morti 206 preti italiani e nel primo mese, a marzo, sono morti una media di circa 3-4 al giorno, ci rendiamo conto che è un numero molto alto in relazione al bacino dei preti italiani. Questo rende un po’ l’idea di quello che è stato il tributo della Chiesa italiana. In realtà nel libro ho inserito anche storie di sacerdoti che hanno attraversato questo periodo ma che non sono morti, che non si sono tirati indietro nel loro servizio. Uno di questi, che mi ha colpito particolarmente, è il cappellano dell’ospedale San Giovanni Bosco di Torino, è un ragazzo giovane. Lui è stato, ed è ancora tutti i giorni, nel reparto Covid per portare la vicinanza della Chiesa a chi ha bisogno. Ecco sono figure come questa che raccontano una chiesa che è presente lì dove c’è bisogno.

Papa Francesco ha definito “santi della porta accanto” i sacerdoti, gli infermieri, i medici che si sono spesi in pandemia. È un’espressione che anche tu utilizzi, rappresenta al meglio quanto vissuto dalla Chiesa?

R. – Quando l’Italia s’è trovata chiusa in casa, alcune persone non l’hanno potuto fare, pensiamo a tutte le persone che ci hanno aiutato nella vita di tutti i giorni, ma anche ai tanti preti perché se non c’erano loro sarebbe mancata la vicinanza, ad esempio, a chi chiedeva un pasto o un luogo dove potersi lavare. Non ci sarebbe stato qualcuno che era accanto ai malati negli ospedali che avevano bisogno, non soltanto di un aiuto medico, ma anche di qualcos’altro. Non ci sarebbe stato qualcuno che poteva essere vicino a persone che, in quel momento così difficile per tutti, magari potevano cadere in uno stato d’animo di depressione, di difficoltà e quindi c’era bisogno di una vicinanza, di qualcuno che si facesse prossimo, non soltanto tramite i social o tramite il telefono, ma anche occhi negli occhi. Molti dei nostri preti sono entrati in quelle case, in quelle famiglie dove c’erano tensioni magari irrisolte, storie di violenza che in un ambiente domestico potevano rischiare di esplodere, sono intervenuti per cercare di mantenere gli equilibri. Molto è stato fatto in questo senso. 



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