Livatino è beato, il cardinale Semeraro: “Morì perdonando i suoi uccisori”

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Cerimonia solenne, oggi, presieduta dal prefetto delle Cause dei Santi nella cattedrale di Agrigento, per la beatificazione del “giudice ragazzino” ucciso dalla Stidda nel 1990. Sarà commemorato ogni 29 ottobre. Esposta in una teca la camicia indossata durante l’agguato. L’arcivescovo di Agrigento, Montenegro: “La Sicilia ancora soffre per la mentalità mafiosa, faccia tesoro della sua lezione”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

L’argento cesellato del reliquiario con la camicia azzurra a quadri macchiata di sangue splendeva questa mattina sotto le volte barocche in oro della cattedrale di Agrigento, dove l’intera Sicilia ha celebrato la beatificazione di uno dei suoi più luminosi testimoni: Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” martire di mafia, che la Chiesa oggi ha proclamato beato e che commemorerà ogni 29 ottobre.

Palme e lenzuoli bianche per celebrare la beatificazione 

Nella basilica agrigentina del XII secolo, ornata solo da palme, simbolo del martirio, dove campeggiava un dipinto del magistrato con indosso la toga, erano pochi i presenti alla cerimonia, presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Un intero popolo ha tuttavia partecipato, tramite la tv, gli streaming web o la semplice preghiera, a questa celebrazione tanto attesa. Una festa grande per l’intera regione, come testimoniavano i lenzuoli bianchi e i manifesti appesi in tutta la città e in molti altri luoghi della Sicilia. A cominciare da quella Canicattì dove il giovane magistrato abitava e dove, la mattina del 21 settembre 1990, a 38 anni, trovò la morte per mano di un commando mafioso che avvicinò in moto la sua Ford Fiesta e, dopo una disperata fuga, lo freddò in mezzo a una scarpata.

La camicia macchiata di sangue

Una scena cruenta, della quale rimangono oggi, dopo 31 anni, quelle chiazze di sangue rappreso sulla camicia che ha costituito finora un “reperto” nei diversi processi in Corte d’Assise a Caltanissetta. La Curia di Agrigento ha chiesto e ottenuto in via temporanea l’affidamento di questa sorta di reliquia, che resterà esposta per l’adorazione dei fedeli nella sua teca argentea dove sono evidenti le scritte “Codice penale – Vangelo”.

Semeraro: “Livatino è morto perdonando” 

Una sintesi, queste due parole, di quelle che sono state le direttrici della vita e dell’opera di Livatino: la giustizia e la fede. “Una giustizia sostenuta dalla credibilità di chi per la giustizia si spende fino a dare la vita”, ha detto il cardinale Semeraro in una intensa omelia. Ricordando quelle tre lettere “STB, Sub Tutela Dei”, che Livatino “scriveva in pagine particolari e qualche volta l’ha scritto sovrastato dal segno della Croce”, il cardinale ha affermato: “Livatino è morto perdonando, come Gesù, i suoi uccisori. È il valore autentico delle sue ultime parole dove risentiamo l’eco del lamento di Dio: popolo mio, che cosa ti ho fatto”. Non “un rimprovero”, né “una sentenza di condanna”, ma “un invito sofferto a riflettere sulle proprie azioni, a ripensare la propria vita, cioè a convertirsi”.

Eroe della legalità e martire di Cristo

E tante conversioni ha suscitato in questi anni la testimonianza del beato, “eroe della legalità”, certo, ma soprattutto “martire di Cristo”, ha detto Semeraro. Come affermava Papa Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e se ascolta i maestri è perché sono testimoni”. Ecco, Livatino è stato testimone e testimone “credibile”: “La sua morte non è solo il sacrificio di un rappresentante delle istituzioni ed è stata anche più della uccisione di un magistrato cattolico. Egli è testimone della giustizia del Regno di Dio che affronta il male per salvare vittime e carnefici”, ha detto il prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi.

Il postulatore: testimone dell’inconciliabilità tra Vangelo e mafia 

All’inizio del Rito, il postulatore della causa di canonizzazione, monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, ha ricordato la vita del nuovo beato. “Il suo martirio – ha detto – è stato ed è tuttora testimonianza della insanabile inconciliabilità tra Vangelo e mafia”. Il “silenzio” che gli fu imposto oggi è “un canto di lode” e “onora la magistratura”.

Montenegro: “Il grido di Wojtyla ancora attuale”

Prima della conclusione, ha preso la parola il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, che ha ringraziato il Papa per aver iscritto nel registro dei martiri questo figlio della terra di Sicilia: “È il primo giudice proclamato martire a motivo della fede professata e testimoniata fino all’effusione del sangue”. “Quanto abbiamo vissuto – ha aggiunto il porporato – ci responsabilizza a testimoniare con coraggio il Vangelo con una vita di fede semplice e credibile come quella del giudice Livatino”, ha aggiunto il porporato, esprimendo il concreto auspicio “che questa nostra terra di Sicilia, che purtroppo ancora soffre a motivo della mentalità mafiosa, faccia tesoro di questa lezione”.

Il pensiero del cardinale Montenegro è andato ai “tanti magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici e a quanti altri sono stati vittime della violenza dei malavitosi ma anche a coloro ai quali era rivolto il grido di San Giovanni Paolo II”. Quel grido “Convertitevi”, che – ha ricordato Montenegro – il Pontefice polacco elevò il 9 maggio 1993 nella Valle dei Templi, proprio sotto il cielo di Agrigento, poco dopo aver incontrato i genitori del giudice livatino.

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