Libia, verso la nomina dell’esecutivo di transizione

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Partita oggi nei pressi di Ginevra una nuova sessione del dialogo politico libico, sostenuto dalle Nazioni Unite. L’obiettivo da raggiungere, entro il 5 febbraio, è il voto del Consiglio presidenziale e del premier, che porteranno la Libia alle elezioni del prossimo dicembre. Intervista a Claudia Gazzini, dell’International Crisis Group: “Il sistema di voto è complesso e ci sono fazioni rivali tra loro sui nomi da scegliere”

 Elvira Ragosta – Città del Vaticano

La Libia verso la formazione del governo provvisorio, che guiderà il Paese fino alle elezioni del 24 dicembre prossimo. I 75 rappresentanti delle fazioni che stanno partecipando al negoziato sostenuto dall’Onu si riuniscono da oggi al prossimo 5 febbraio in una località, non ufficializzata, nei pressi di Ginevra. Dovranno votare il Consiglio presidenziale – composto da un presidente e due vice-presidenti – e il primo ministro. La scelta avverrà sulla base di una lista di 45 candidati approvata nei giorni scorsi dagli stessi rappresentanti del dialogo intra-libico.
In preda all’instabilità da quasi 10 anni, dopo la deposizione del colonnello Gheddafi nel 2011, la Libia ha visto il contendersi del potere tra il governo di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale e guidato da Fayez a-Serraj, e il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. La scorsa estate un’offensiva di Haftar contro Tripoli è fallita. A ottobre è stato siglato un cessate il fuoco, che sta reggendo abbastanza, mentre i passi avanti fatti nel dialogo hanno portato all’appuntamento di oggi. Per Claudia Gazzini, analista dell’International Crisis Group, questo nuovo appuntamento di dialogo intra libico non è privo di ostacoli, sia per il complesso sistema di voto, sia per la rivalità tra le fazioni libiche su chi vorrebbero vedere al potere in questa prossima fase.

Ascolta l’intervista a Claudia Gazzini

I Candidati

Trai i 45 candidati, una ventina per il Consiglio presidenziale e una ventina per la carica di premier, ci sono nomi importanti della politica libica. Riguardo alla rivalità tra le fazioni circa la scelta dei componenti del governo di transizione, Gazzini aggiunge: “C’è una fazione che vuole una Libia unita dove c’è spazio per un dialogo tra Tripoli e il generale Haftar; c’è un’altra fazione che non vuole l’apertura verso Haftar; c’è, ancora, chi vuole un governo tecnocrate e c’è poi una quarta fazione che non vuole proprio vedere l’arrivo di un nuovo governo, perché crede che invece la soluzione siano le elezioni che si dovrebbero tenere a fine anno”.

Il coinvolgimento della società civile

Ridotta risulta la partecipazione della società civile libica a questa fase di dialogo: solo pochi dei 75 rappresentanti che si riuniscono a Ginevra sono anche esponenti della società civile, mentre la maggior parte di essi sono politici di carriera o rappresentanti tribali o delle municipalità. “Le Nazioni Unite – prosegue l’analista dell’Icg – hanno cercato di aprire alla popolazione in senso più ampio, facendo delle videoconferenze in cui la rappresentante Onu per la Libia, Stephanie Williams, spiega alla società questo processo politico che in realtà si tiene soprattutto a porte chiuse”.

L’economia e il petrolio

Dalla stabilità politica libica deriva anche quella economica. Nei giorni scorsi si è scongiurata una crisi del pane, che aveva visto una diminuzione della produzione a causa dell’aumento del prezzo della farina; mentre sul versante petrolifero, secondo quanto riportato dal Libya Observer, gli affiliati del ramo sud occidentale delle Guardie petrolifere hanno minacciato di chiudere i giacimenti petroliferi a causa della detrazione delle loro indennità. Per Gazzini queste crisi sono riflesso di un grosso problema finanziario dovuto a come negli ultimi mesi si è deciso di distribuire i proventi delle vendite di petrolio: “Da settembre, quando la Libia ha ripreso a esportare il petrolio, si è deciso che i ricavati non vadano nelle casse della Banca centrale, ma in un conto chiuso di proprietà dell’ente petrolifero libico. Il che significa che non ci sono in cassa soldi per pagare gli stipendi e che ogni necessità di distribuzione del denaro, come appunto pagare gli stipendi, va concordata e ciò comporta grandissimi ritardi”.



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