Lettera alla parrocchia di “nessuno”

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Pubblichiamo il testo della consueta lettera che il Centro di orientamento pastorale diffonde al temine della Settimana di aggiornamento. Quest’anno, al centro dei lavori svoltisi a Lucca, l’interrogativo “Esisterà ancora la comunità cristiana nei piccoli paesi che segue e annuncia Cristo?”

foto SIR/Marco Calvarese

Cara parrocchia di “nessuno”,

finalmente si sono accorti che ci siamo anche noi! Abbiamo saputo di essere una parrocchia delle aree interne. Sì, siamo a mezza montagna, non ci sono ancora state frane e possiamo andare a lavorare tutti i giorni un poco più in giù. Qui siamo rimasti in pochi; un po’ di case e di fienili e stalle e una bella chiesa col campanile; sono marito di una splendida sposa, abbiamo tre bambini e ci sono altre due o tre famiglie giovani, non ancora ben definite, e ci troviamo spesso.

Ai nostri tre figli insegniamo le preghiere, siamo contenti di essere sposati perché quando eravamo fidanzati abbiamo fatto una bella esperienza di preparazione al matrimonio, giù in valle con altre giovani coppie. Là voi preti ci avete convinti che il nostro amore è l’immagine più bella dell’amore di Dio per l’umanità, i nostri tre figli lo hanno capito perché ci vedono volerci proprio bene e ce lo hanno pure dimostrato con la loro vivacità, competitività, capricci e accordi.

Abbiamo dovuto noi raccontare loro qualche bella parabola del Vangelo, perché a scuola non dicono loro niente di questo. È il nostro catechismo per aiutarli a credere in Dio e innamorarsi di Gesù, perché voi vi siete fatti vedere una volta o due e poi siete spariti del tutto. Li vorremmo portare in chiesa qualche volta, ma ce l’avete chiusa alla grande; abbiamo una santella lungo una strada, usiamo quella per qualche bacetto e mazzetto di fiori, ma la chiesa è un’altra cosa. Non l’avete fatta apposta per farci incontrare tra di noi, fare Eucaristia e custodire il Corpo di Gesù?!

Avete fiducia che noi possiamo essere una piccola Chiesa? Siamo tutti battezzati, io e mia moglie siamo cresimati, sposati; viviamo tutti i sacramenti, l’unzione degli infermi è meglio lasciarla ad altri tempi. Non siamo già una piccola Chiesa? Se ci portate qualche volta l’Eucaristia con una messa possiamo fare pure i missionari con i nostri amici. E fare qualche festa religiosa con i compagni di lavoro che passerebbero volentieri qualche serata da noi. Hanno mica cominciato così anche i primi cristiani?

Abbiamo consapevolezza di dover resistere, ma soprattutto di dover ricambiare a Dio l’amore e i figli che ci ha regalato e farlo riscoprire anche ai nostri amici, che magari si sposano pure. Vogliamo essere la Chiesa del Signore in pienezza.

Due sposi e tre figli decisi a ‘fare’ Chiesa





Da agensir.it

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