La risposta alla pandemia in un mondo diseguale

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Il Segretario Generale di Caritas Internationalis sulle pagine dell’Osservatore Romano indica la via da seguire con il vaccino per evitare nazionalismi e diseguaglianze a danno dei Paesi e dei popoli più svantaggiati

di Aloysius John

Il COVID-19 ha trasformato le nostre società, sconvolgendo le economie, le comunità, le famiglie e i singoli individui. Un vaccino appare ora all’orizzonte, ma siamo pronti a farne un uso equo e corretto?

La pandemia ha dimostrato che l’intera umanità è interconnessa e che tutto ciò che accade in un luogo riguarda l’intera umanità. Il Nord e il Sud del mondo non possono più essere visti come realtà a sé stanti. Inoltre, la pandemia oggi non è una mera questione sanitaria, bensì un complesso fenomeno politico, sociale, economico, culturale e globale. 

In questo quadro, il vaccino non rappresenta un’opzione, bensì uno dei principali strumenti per uscire da questa pandemia. Il dibattito sulle vaccinazioni deve pertanto essere olistico, orientato verso le persone e fondato sul multilateralismo e sulla volontà politica di promuovere un accesso indistinto alle vaccinazioni.

Adottare la logica di un “vaccino per le persone” aiuterà a rifuggire dalla naturale tentazione di trarre profitto dai vaccini. In un momento in cui l’umanità intera è stata colta di sorpresa e dal panico, miliardi di dollari sono stati investiti nelle aziende farmaceutiche al fine di trovare una soluzione rapida alla pandemia e tornare alla normalità. Ma i finanziamenti pubblici alla ricerca, elargiti senza condizione alcuna, hanno fatto sì che i Paesi investitori chiedessero vaccini esclusivamente per le proprie popolazioni nazionali. In questo frangente servirebbe un meccanismo di regolamentazione globale, ma il multilateralismo ha lasciato spazio al nazionalismo e agli interessi nazionali, relegando la solidarietà globale in secondo piano.

L’accesso al vaccino è un problema morale e globale che non può essere affrontato con soluzioni nazionalistiche. Tanto più che in un contesto di interconnessione globale, l’esclusione dei Paesi più poveri dall’accesso ai vaccini pregiudicherà decenni di progresso economico e rappresenterà un rischio anche per le economie avanzate. Se opereremo una distinzione tra Nord e Sud senza curarci dei Paesi in cui risiede la maggior parte della popolazione globale, tale decisione ritornerà come un boomerang sulle nazioni più ricche perché l’economia globale non potrà essere riavviata e le nostre società ricostruite se la mancanza di accesso alle vaccinazioni condanna alcuni Paesi all’isolamento in quanto potenziali vettori di trasmissione del COVID-19.

Nessuno deve essere lasciato indietro. I vaccini costituiscono un diritto umano fondamentale e dovrebbero essere accessibili a tutti, come ha più volte ribadito Papa Francesco. Si stima invece che i governi di Paesi in cui vive appena un sesto della popolazione mondiale abbiano già riservato più della metà dei vaccini per le proprie popolazioni nazionali.

I leader di tali nazioni si trovano ora di fronte a due opzioni: possono guardare soltanto entro i propri confini e dare priorità agli interessi finanziari delle aziende farmaceutiche, oppure rinunciare al “nazionalismo dei vaccini” e cercare soluzioni innovative a beneficio dei più vulnerabili al mondo.

Questa emergenza globale può essere affrontata solo se vi è la volontà politica di rendere disponibile il vaccino anti COVID-19 in tutti gli angoli della terra e a prezzi accessibili. È il momento di dare priorità alla vita rispetto ai brevetti, sospendendo i diritti di proprietà intellettuale sulla produzione di vaccini.

Nel Sud del mondo, raggiungere l’immunità di gregge sarà una sfida fondamentale, specie in considerazione del fatto che mancano le risorse per gestire il volume di vaccini richiesto. Ciò è dovuto alla mancanza di strutture, infrastrutture e personale qualificato. In molti Paesi le persone soffrono a causa della malnutrizione e delle scarse condizioni igieniche e il loro stato di salute rischia di aggravarsi a seguito della vaccinazione. Sarà pertanto necessario un attento monitoraggio di quanti verranno vaccinati.

Nei Paesi più poveri, l’immagazzinamento e il trasporto del vaccino rappresenterà inoltre un importante problema logistico che necessiterà di investimenti importanti. I dispensari dei villaggi rurali hanno scarso accesso all’energia elettrica e mancano di refrigeratori e delle necessarie competenze sui possibili effetti collaterali del vaccino.

Un’attenta sensibilizzazione delle comunità deve essere poi sistematicamente intrapresa per motivare le persone a recarsi nei centri di vaccinazione. A tal fine sarebbe opportuno incorporare la sensibilizzazione sull’importanza del vaccino nei progetti di sviluppo. Sarà inoltre essenziale coinvolgere le commissioni sanitarie nazionali delle Conferenze episcopali cattoliche e le Caritas locali, affinché possano esercitare le opportune pressioni sui governi locali e mettere i dispensari della Chiesa a disposizione del processo di vaccinazione.

Nei Paesi in via di sviluppo, il COVID-19 rappresenta oggi anche un’opportunità unica per il rafforzamento sostenibile dell’intero sistema sanitario.

La ricerca condotta deve essere considerata come un bene comune e deve andare a beneficio di ogni persona umana. È quindi fondamentale che i governi occidentali pongano condizioni ai finanziamenti pubblici concessi alle aziende farmaceutiche per la ricerca così da garantire che il vaccino anti COVID-19 sia un bene pubblico globale.

È inoltre urgente un coordinamento sovranazionale, che deve vedere coinvolte le Nazioni Unite a livello di Consiglio di sicurezza al fine di creare un organismo internazionale indipendente e promuovere una conferenza internazionale sui vaccini anti COVID-19 che includano la partecipazione di interlocutori del Sud del mondo e di organizzazioni della società civile.

Parallelamente a quanto già detto, deve proseguire il lavoro di advocacy per la cancellazione e la riconversione del debito dei Paesi meno avanzati, poiché senza investimenti la pandemia si risolverà in una crisi prolungata, difficile da controllare. 

Infine non devono essere dimenticate le fasce di popolazione più a rischio, quali migranti e rifugiati, che rappresentano una delle priorità per Caritas. Queste persone sono altamente vulnerabili, specie nelle aree di conflitto, e non devono assolutamente essere escluse dal processo di vaccinazione.



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