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La pandemia fa tremare l’economia mondiale, scossa anche da forti disuguaglianze

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Quella attuale è la crisi economica più grave dal secondo dopoguerra. A causa della pandemia, un “terremoto” che continua a devastare ampie regioni del pianeta, si registrano in molti Paesi gravi danni nell’economia reale e nel mercato del lavoro. Con noi l’economista Riccardo Moro, che ricorda alcuni degli insegnamenti di Papa Francesco su temi economici

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

L’economia mondiale è oggi un motore pesantemente frenato, in alcuni casi ancora bloccato, dalla pandemia. Il quadro è fosco e presenta situazioni critiche in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, gli analisti prevedono nel secondo trimestre un calo del Pil di quasi il 35%. Si temono crolli della produzione decisamente più gravi di quelli osservati durante la Grande Depressione e negli anni Trenta del Novecento. Anche in Europa, dove è stato recentemente trovato l’accordo sul Recovery Fund per impiegare risorse comuni e arginare il tracollo, lo scenario è critico.

Contrazioni epocali e disoccupazione

La Banca centrale europea (Bce) ha reso noto che gli ultimi dati, nonostante primi segnali di ripresa, fanno registrare nell’area euro una “contrazione epocale” della produzione. In Germania, nel secondo trimestre, si è registrata una flessione del Pil di oltre il 10%. È il peggior calo dal 1970. Un altro fenomeno allarmante, comune in molti Paesi, è quello di un rilevante aumento del tasso di disoccupazione. In Italia, secondo l’Istat, sono stati persi in un anno oltre 752 mila posti di lavoro.

Pandemia e disuguaglianze da superare insieme

Agli effetti della pandemia si aggiungono tra i Paesi del mondo profonde disuguaglianze economiche, sociali e politiche già esistenti. È quanto sottolinea a Vatican News l’economista Riccardo Moro, docente di Politiche dello sviluppo all’Università Statale di Milano e copresidente di “Global Call to Action against Poverty” (Gcap), che ricorda anche alcune delle riflessioni di Papa Francesco sull’economia e sull’attuale crisi.

Ascolta l’intervista a Riccardo Moro

R. – Partiamo da una situazione di disuguaglianze gravi già esistenti. La pandemia determina un impatto che aumenta queste disuguaglianze. Ed è facilmente comprensibile. Pensiamo ad una famiglia che disponga di buone disponibilità e risparmi. Con la pandemia, non potendo continuare a lavorare, riesce ad utilizzare parte dei risparmi per continuare a finanziare parte dei propri consumi. Una famiglia che invece non ha risparmi taglia evidentemente i propri consumi e non ha risorse. Questo sta capitando anche a livello aggregato: abbiamo dei Paesi più ‘robusti’, abbiamo delle dinamiche migliori e più efficienti in alcuni contesti e delle risorse più scarse in altri. La pandemia sta colpendo a 360 gradi. È vero che con la riduzione del lavoro, abbiamo una riduzione dei redditi. Ma abbiamo, contemporaneamente, anche una riduzione dei consumi. Le persone, rimanendo a casa, hanno consumato di meno. E hanno dovuto intaccare meno i loro redditi. Per questo, la fotografia della riduzione del Pil non significa automaticamente un impoverimento nella stessa misura delle persone e delle famiglie. Però non vi è dubbio che l’impatto è molto pesante. E, soprattutto, uno degli elementi complicati riguarda la fase della ricostruzione, dell’uscita da questa crisi e della ripresa. In molti Paesi abbiamo visto che esistono le condizioni per far ripartire l’economia. Ma in molti altri Stati queste condizioni non esistono ancora. E questo, evidentemente, crea un panorama di sfiducia che porta le persone a non investire, a non muoversi, a comportamenti prudenziali. Comportamenti che però, paradossalmente a loro volta, stringono ancor più pesantemente la morsa sulle risorse economiche delle comunità.

Alla pandemia, che oltre a mietere vittime è anche l’innesco di questa profonda crisi economica, si aggiungono virus che hanno radici purtroppo consolidate come quelle dell’avidità finanziaria, di stili di vita definiti dal consumismo. Come ha più volte auspicato il Papa durante il Pontificato, si deve ripensare il rapporto dell’uomo con il suo habitat naturale e si deve anche costruire un nuovo modello economico…

R. – Paradossalmente, la pandemia può essere uno stimolo a ripensare anche il modo di curare la ‘casa’. Economia vuol dire cura della casa e dunque, per estensione, si deve curare il nostro modo di gestire la casa, il pianeta. Si devono curare le relazioni economiche sia per offrire a tutti una possibilità di contribuire, cioè un lavoro, sia dal punto di vista della sostenibilità del pianeta. Il problema è che, se abbiamo degli stimoli positivi in questa direzione – il Papa ha parlato molto spesso di questo –  è però anche vero che altre dimensioni, come quelle dei mercati finanziari, per certi aspetti non si sono interrotte. Hanno cercato di massimizzare, in modo ancora più spregiudicato, le opportunità che avevano a disposizione. Dunque, se è vero che questa condizione di maggiore fatica ci porta a pensare a come concentrare le risorse economiche verso ciò che ha più significato – ciò che è meglio rivolto al bene dell’uomo e al bene del pianeta – è vero però che, dall’altra parte, abbiamo attori di questa complessa interazione della comunità internazionale che, comunque, non si muovono in questa direzione. Secondo me, bene ha fatto il Papa a ricordare, con molta forza e in più occasioni, che da questa crisi non si esce da soli. Da nessuna crisi e si esce da soli. Non tutti sembrano essersene ancora accorti. Ci sono però dei passaggi che sembrano mostralo: il caso dell’Europa, per quanto riguarda il nostro Continente, è un esempio molto interessante da questo punto di vista.

Riferendosi alla pandemia, Papa Francesco ha ricordato che tutti siamo sulla stessa barca. Nessuno deve essere lasciato indietro. Anche la solidarietà tra Stati deve essere considerata un’urgenza, esattamente come quella di trovare un vaccino contro il coronavirus…

R. – Noi ci troviamo in contesto di globalizzazione, di interdipendenza sistematica. Nel momento in cui abbiamo tutte queste interazioni, non possiamo pensare che di fronte ad una crisi qualcuno posso uscire da solo. Non possiamo pensare a percorsi singoli per uscire dalla crisi. Abbiamo bisogno di una forte sinergia e di una forte solidarietà. Il fatto che qualcuno possa avere maggiori risorse, avendo una migliore condizione nel brevissimo periodo, non durerà nel lungo periodo. Sarà penalizzato dal fatto che gli altri sono rimasti indietro. Non solo c’è un esigenza di solidarietà verso chi rimane indietro, ma c’è anche un’esigenza che riguarda tutti. Ed è legata al fatto che se qualcuno rimane indietro, tira indietro tutti gli altri. Da qui non si esce da soli.

Un’altra emergenza riguarda il mercato del lavoro. Come ha più volte ricordato il Papa, è necessario garantire la “dignità del lavoro”. Una dignità oggi messa a rischio in molte regioni del mondo, specialmente in questo periodo, da forme di sfruttamento e di schiavitù…

R. – Assistiamo, da un lato, a forme di sfruttamento nei confronti delle persone che non godono di tutele. Parallelamente, abbiamo persone che beneficiano di contesti meglio normati. Ci sono figure lavorative che, anche con la chiusura dovuta alla pandemia, hanno potuto mantenere le loro protezioni con sistemi di sicurezza sociale, di protezione sociale. Hanno integrato o mantenuto gli stipendi eccetera. Questo è molto buono. Non è assolutamente giusto, però, che questo però avvenga per qualcuno e non per altri. Abbiamo bisogno di estendere gli strumenti della protezione sociale. Per questo è importante garantire liquidità per tutti. Questo non si fa togliendo diritti ad alcuni per equiparare tutti verso il basso. Ma si fa elevando i diritti per quelli che oggi non li vedono tutelati. La meta non è una fantomatica efficienza di mercato o un aumento dei profitti di alcuni. Ancora una volta si esce insieme costruendo percorsi in cui a tutti sia data questa possibilità.


Origine articolo Vatican News