La lezione di Giorgio La Pira per la guerra in Ucraina

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Firenze, città animata dalla profonda testimonianza di Giorgio La Pira, ci vuol ricordare, allora come oggi, che una decisione bellica non può essere giustificata soltanto dalle ragioni di Stato, ma deve sempre rispondere agli aneliti delle persone che in esso ci vivono. È necessario tener conto soprattutto del pensiero della gente che vive in quel luogo, dove i confini territoriali sono frutto di convenzioni politiche e geografiche e tutelano i legami di sangue e di lingua, ma sono assolutamente relativi dal punto di vista culturale

(Foto ANSA/SIR)

La grave situazione che si è accesa in questi giorni in Ucraina, accompagnata dalle parole di Papa Francesco in favore della pace, così come il discorso di apertura tenuto dal presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, in occasione dell’inaugurazione dell’incontro dei vescovi e dei sindaci a Firenze, rendono quanto mai profetiche ed essenziali le opere e le parole di La Pira. Il “sindaco santo” del capoluogo Toscano fu infatti testimone, per nulla passivo, della famosa “crisi dei missili di Cuba” e del relativo confronto tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica in merito al dispiegamento, in territorio cubano, di missili balistici Urss.

Una crisi pericolosissima, iniziata il 14 ottobre del 1962, quando un aereo U-2, appartenente alle forze armate degli Stati Uniti d’America, riscontrò, con prove fotografiche, l’allestimento sull’isola di Cuba di una postazione per missili SS-4 di matrice sovietica. Questa azione permetteva all’Unione Sovietica, all’epoca guidata da Nikita Sergei Kruscev, di poter essere maggiormente offensiva nei confronti degli Stati Uniti d’America, che, a loro volta, alla fine della seconda Guerra Mondiale, avevano installato i loro missili “Jupiter” in Inghilterra, in Turchia e anche nel nostro territorio, precisamente in Puglia, presso la base militare di Gioia del Colle. Dopo due giorni dalla scoperta della postazione, il Presidente americano John Fitzgerald Kennedy diede vita ad una crisi diplomatica, durata tredici giorni, durante i quali divenne concreto il rischio di una terza guerra mondiale e nucleare.

Quanto Giorgio La Pira, nella sua azione in favore della pace, aveva cercato di stigmatizzare sembrava invece concretizzarsi. Egli, infatti, sin dalla fine del secondo conflitto mondiale e in particolar modo a partire dagli anni ’50, aveva messo in guardia tutta la società civile sui rischi di una nuova guerra, che si sarebbe rivelata molto più distruttiva rispetto alle precedenti. Ci limitiamo a ricordare soltanto tre delle iniziative attuate dal sindaco santo di Firenze in favore della pace:

i Convegni internazionali per la pace e la civiltà cristiana (1952), con invito alla partecipazione esteso ai rappresentanti qualificati della cultura,  procedere ad uno scambio di idee sulle condizioni della civiltà cristiana nel mondo, avendo come fine la pace e l’unificazione tra i popoli; il Convegno dei Sindaci delle Capitali del Mondo (1954); i Colloqui del Mediterraneo (1958), nati dall’esperienza del suo pellegrinaggio a Ebron, presso la tomba del patriarca Abramo: padre comune delle tre grandi religioni monoteistiche (Ebrei, Cristiani e Mussulmani). Durante la crisi di Cuba, quindi, La Pira si mobilitò notevolmente in favore della pace, in particolar modo con l’invio di numerosi telegrammi, sia a Kruscev che a Kennedy, come anche al segretario delle Nazioni Unite U Thant, atteso che l’eventualità di un conflitto bellico non avrebbe risparmiato l’Europa, compresa l’Italia, stante la presenza dei missili “Jupiter” in Puglia. Molte associazioni e corporazioni trovarono in Giorgio La Pira il loro punto di riferimento nel manifestare la loro contrarietà alla guerra.

Così, La Pira, scriveva a Giovanni XXIII un mese dopo i gravi fatti di Cuba: “Beatissimo Padre, […] Perché vi scrivo? Ecco: è passato un mese dalla apertura del Concilio: durante questo mese sono avvenuti fatti di dimensioni davvero immense e ‘paurose’ per la storia del mondo: durante questo mese la Chiesa è diventata ogni giorno più ‘la città sul monte’ che tutti i popoli della terra (senza esclusione alcuna) guardano con fiducia, con amore, con rispetto: la ‘città della pace’: la ‘città della speranza’: ‘la città della luce’! Questo Concilio […] appare ogni giorno più lo strumento operoso, efficace, per l’unità e la pace […] della intera famiglia dei popoli di tutta la terra! È retorica questa? È esagerazione ‘pietistica’ questa? È illusione utopistica, questa? No: è realtà storica: è sperimentazione storica; basta alzare gli occhi e vedere. Basta pensare alla crisi recente di Cuba: basta pensare alle ‘significative fermentazioni’ che si stanno operando presso tutti i popoli e, specie, nelle ‘zone socialiste’, per persuadersi della verità delle cose dette! […] e segni […] sono l’impossibilità fisica della guerra mondiale e la inevitabilità della pace e della unità fra tutti i popoli e tutte le nazioni della terra! Io sono stato in questi ultimi tempi in Algeria ed in Israele: ho visto uomini responsabili di ogni livello: ho parlato con tanti: la nota comune? La speranza comune? Il Concilio, la Chiesa! […] Sogniamo, ci illudiamo? Siamo utopisti? Ma, Beatissimo Padre, è la realtà che, malgrado tutto, dice queste cose” (Carte Fanfani, Sez. I, Serie I, Busta 133, fasc. 1.7).

Firenze, città animata dalla profonda testimonianza di Giorgio La Pira, ci vuol ricordare, allora come oggi, che una decisione bellica non può essere giustificata soltanto dalle ragioni di Stato, ma deve sempre rispondere agli aneliti delle persone che in esso ci vivono. È necessario tener conto soprattutto del pensiero della gente che vive in quel luogo, dove i confini territoriali sono frutto di convenzioni politiche e geografiche e tutelano i legami di sangue e di lingua, ma sono assolutamente relativi dal punto di vista culturale. La guerra, ci direbbe La Pira, è una sciagura, poiché comporta la morte dell’uomo, la distruzione delle città, con conseguente perdita di tutto quel patrimonio culturale, sociale, economico e identitario, che la persona ha ricevuto dal suo luogo natio.



Fonte Agensir

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