Koch: i cristiani sono oggi i più perseguitati nel mondo

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Il presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani ha partecipato alla celebrazione ecumenica nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, a Roma, per ricordare i 106 anni del genocidio armeno: il martirio oggi – ha detto – è ecumenico, e si deve parlare di un vero e proprio ecumenismo dei martiri

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Uno sguardo al “grande e sanguinoso martirio dei cristiani armeni” e al martirio di oggi di tanti perseguitati solo perché cristiani; un martirio che è segno d’amore, di fedeltà a Cristo e che può essere seme di unità. Sono i temi forti dell’omelia del cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, in occasione della commemorazione ecumenica svoltasi nella Basilica romana di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, il Santuario dei nuovi martiri del XX e XXI secolo, per il 106.mo anniversario del genocidio armeno. Presenti alla liturgia ecumenica, esponenti della Chiesa armena apostolica e di quella cattolica di rito armeno, membri di altre chiese e comunità cristiane e gli ambasciatori di Armenia presso la Santa Sede e l’Italia.

Il segno distintivo del martirio cristiano è l’amore

Il porporato, ricordando che Gesù ha trasformato la violenza su di lui in amore offrendo la sua vita in croce, afferma che “il martire cristiano si caratterizza per il fatto che non cerca il martirio in sé, ma lo assume come conseguenza della sua fedeltà alla fede in Gesù Cristo”.

Il segno distintivo del martirio cristiano è dunque l’amore. Poiché il martire mette in pratica la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte, il martirio cristiano si manifesta come atto supremo di amore per Dio e per i fratelli e le sorelle.

L’ecumenismo dei martiri

“Il Concilio – ha osservato Koch – riconosce questa ‘suprema prova di carità’ non solo nei martiri nella Chiesa cattolica, ma anche in quelli delle altre Chiese e Comunità ecclesiali cristiane. Questo profondo riconoscimento si è diffuso sempre più tra noi cristiani, in particolare nell’ultimo secolo, all’inizio del quale si è verificato il grande e sanguinoso martirio dei cristiani armeni durante il genocidio di questo popolo”. Da allora – ha aggiunto – “il cristianesimo è diventato sempre più una chiesa di martiri in misura incomparabile. Di fatti, ci sono oggi ancora più martiri che durante la persecuzione dei cristiani nei primi secoli. L’ottanta per cento di tutti coloro che vengono perseguitati per la loro fede oggi sono cristiani”.

La fede cristiana è oggi la religione più perseguitata nel mondo. Questa situazione comporta il fatto che oggi tutte le Chiese e le Comunità ecclesiali cristiane hanno i loro martiri. I cristiani oggi non sono perseguitati perché sono ortodossi o ortodossi orientali, cattolici o protestanti, ma perché sono cristiani. Il martirio oggi è ecumenico, e si deve parlare di un vero e proprio ecumenismo dei martiri.

Guardando da questa prospettiva si percepisce “un’unità di fondo” tra i cristiani: da qui l’augurio del porporato perché “il sangue di tanti martiri odierni diventi seme per la futura unità dell’unico Corpo di Cristo lacerato da tante divisioni”.

Il martire non muore per un’idea ma con Cristo

“I martiri armeni – ha proseguito il cardinale Koch – ci hanno aperto gli occhi su questa profonda visione, all’inizio del cruento ventesimo secolo segnato dalle due sanguinose guerre mondiali. Ci hanno ricordato che il martirio non è un fenomeno marginale nel cristianesimo, ma è il fulcro stesso della Chiesa”. Il martire muore per amore, non per un’idea ma “con Cristo”, che “è già morto per lui”.

I martiri armeni hanno testimoniato in modo speciale questa dimensione cristologica. Come membri di uno Stato che fu il primo Stato cristiano nella storia, sono rimasti fedeli alla loro fede apostolica e hanno dato la vita per Cristo.

“Sono nel senso originale della parola greca ‘martys’ – ha concluso Koch – vale a dire testimoni, certamente non solo testimoni a parole, ma anche testimoni di fatto della fede”. Il cardinale ha anche riferito che Papa Francesco è unito con la preghiera alla celebrazione di questa sera ed ha inviato la sua benedizione. 

Nel ringraziare i presenti, l’arcivescovo Khajag Barsamian, rappresentante della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede, ha citato San Gregorio di Narek, monaco, filosofo e mistico armeno, proclamato nel 2015 Dottore della Chiesa da Papa Francesco, che nel 2016, lo aveva citato durante la Preghiera ecumenica per la Pace:

Ricordati, [Signore,…] di quelli che nella stirpe umana sono nostri nemici, ma per il loro bene: compi in loro perdono e misericordia. […] Non sterminare coloro che mi mordono: trasformali! Estirpa la viziosa condotta terrena e radica quella buona in me e in loro (Libro delle Lamentazioni, 83,1-2).



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