Italia, la cultura riapre al pubblico tra euforia e timori

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Il bilancio della prima giornata di riapertura di musei, teatri e sale cinamatografiche in Italia è incoraggiante. Il premier Draghi assicura 8 mld a turismo e cultura. Intervista al direttore del Regio di Torino: pubblico entusiasta, operatori soddisfatti, ma molti hanno ormai disertato il settore

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Da ieri, ripartono gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche, live-club e in altri locali o spazi anche all’aperto, ma esclusivamente con posti a sedere preassegnati e a condizione che sia assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro sia per gli spettatori, che non siano abitualmente conviventi, sia per il personale. La capienza consentita non può essere superiore al 50% di quella massima autorizzata e il numero massimo di spettatori non può comunque essere superiore a 1.000 per gli spettacoli all’aperto e a 500 per gli spettacoli in luoghi chiusi, per ogni singola sala.

Un centinaio le sale cinematografiche riaperte

Nel Recovery Plan, assicura il premier italiano Mario Draghi, 8 miliardi finanzieranno i settori di turismo e cultura. “C’è un bisogno di cultura e l’offerta culturale, come abbiamo visto ieri, sta già richiamando persone che aspettavano da tanto tempo che si tornasse al cinema, al teatro, al museo”, ha commentato il ministro Franceschini, alla presentazione del programma della Triennale di Milano. Ieri, un centinaio di sale cinematografiche hanno riaperto con buone presenze nelle 15 Regioni in zona gialla. “Un piccolo segnale, ma incoraggiante. C’è la sensazione di una graduale, ma interessante ripartenza”, così Mario Lorini, presidente dell’Anec, l’associazione nazionale degli esercenti del cinema.

Il teatro Regio di Torino

E il primo teatro di prosa in Italia a rialzare il sipario è stato il Regio di Torino. Filippo Fonsatti, il direttore, nonché presidente di Federvivo (la Federazione dello Spettacolo dal vivo), racconta quali sono oggi gli stati d’animo:

Ascolta l’intervista a Filippo Fonsatti

Pubblico caloroso. Operatori soddisfatti ma con timore

“C’è molta soddisfazione. Abbiamo visto una risposta del pubblico piena, convinta, calorosa. Solo ieri abbiamo staccato 1100 biglietti. Però occorre dire che noi ci troviamo nelle condizioni più favorevoli per riaprire”, precisa. “Siamo sostenuti dai contributi del Ministero e dalle amministrazioni locali. I teatri privati e le compagnie indipendenti di produzione si trovano ad affrontare una situazione, invece, di insostenibilità rispetto al mercato per il contingentamento dei posti in sala che non consente un adeguato ricavo rispetto ai costi. C’è dunque un sentimento contrastante: di speranza, sicuramente di apertura, ma anche di timore – spiega – e in certi casi di impossibilità di riprendere la normalità. C’è da prevedere che questa arriverà solo in autunno, se non all’inizio del 2022”.

Crollo dei ricavi per il settore e l’indotto

Il calo del settore è pari al 75-80% dei ricavi da botteghino, riferisce il direttore del Regio di Torino. “E’ un crollo spaventoso – commenta – solo le fondazioni lirico sinfoniche hanno stimato una perdita da botteghino di 60-70mln di euro. E’ vero che nel nostro sistema questo canale di guadagno costituisce solo una parte relativa (tra il 15 al 30%), ma – spiega – è la parte che va a coprire i costi di produzione. Senza sostegni adeguati – scandisce – significa condannare al deficit anche strutture solide”.

Fonsatti sottolinea inoltre il limite del coprifuoco alle 22, considerato un deterrente per gli spazi all’aperto. Con la luce diurna la proiezione cinematografia è impossibile e l’esecuzione teatrale viene di fatto privata di una componente essenziale: la magia delle luci. “Sarà necessario che le prossime settimane si introducano dei correttivi”, spiega, citando anche la difficoltà di un pieno ritorno a regime della fruizione e delle lunghe tournée che attraversano i territori, che di fatto sono a rischio.

Una intera generazione ha deciso di cambiare mestiere

Fonsatti ricorre cautamente alla metafora della guerra che – dice – ci impone di parlare più che di caduti illustri, di caduti dei militi ignoti: “migliaia di giovani attori, artisti, musicisti, tecnici, maestranze, lavoratori che da 14 mesi non hanno più avuto una scrittura. Sicuramente il grande artista ha potuto accumulare delle riserve – sottolinea – ma i giovani appena affacciati alla professione, oppure con remunerazioni molto modeste alle spalle, ai limiti della dignità salariale, quelli li abbiamo persi. Si tratta di prendere atto che una intera generazione di giovani operatori – lamenta – ha deciso di cambiare mestiere per sempre”.

La voglia di tornare a esperienze estetiche di comunità

Il fatto che per lunghi mesi sia venuta a mancare la fruizione di cinema o teatri, in particolare dello spettacolo dal vivo, non pregiudica nulla: è come andare in bicicletta – spiega il direttore – quando si ha di nuovo l’occasione riaffiora subito la spigliatezza e la voglia del pubblico. Perché la cultura non è uno spreco, è una funzione sociale determinante. E cita Kant e la bellezza come categoria morale. “La cultura veicola valori identitari comuni e contribuisce a creare cittadinanza, stimola la creatività di un popolo e contribuisce a essere attrattiva per una nazione”.    

L’accelerazione del digitale è un bagaglio da salvare

Il ricorso allo streaming anche per alcune attività culturali ha fatto prendere coscienza agli operatori del ritardo tecnologico che affligge le nostre istituzioni, conclude Fonsatti. “Come per il Metropolitan di New York o per il National Theatre, penso che possa essere integrativa questa offerta per raggiungere persone che magari sono in luoghi scomodi o che abitualmente non vengono a teatro. Ci è anche servito per un processo di innovazione del prodotto. Se c’è qualcosa da salvare è l’accelerazione che abbiamo vissuto come bagaglio che ciascun teatro si porterà dietro”.



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