Iran in fiamme, le donne bruciano l’hijab per rivendicare la loro libertà

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Le donne iraniane bruciano l’hijab, il velo islamico, per le strade. Protestano pubblicamente e senza paura, dopo la terribile morte di una ragazza iraniana curda di 22 anni, Mahsa Amini, dopo essere stata arrestata dalla polizia morale di Teheran perché, secondo le forze dell’ordine, non indossava correttamente il velo. Un decesso di cui la polizia religiosa è ritenuta colpevole: la giovane è morta in ospedale tre giorni dopo essere stati rinchiusa in un centro di detenzione ed essere caduta in coma a seguito di un collasso. La foto di Mahsa è comparsa sulle prime pagine dei giornali iraniani e le proteste per la sua morte si sono estese oltre i confini dell’Iran, dal Libano agli Sati Uniti.

La tragedia di Mahsa Amini è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso già colmo di un vasto movimento femminile in Iran che, da tempo, non sopporta più la pesante ingerenza dello Stato, la leadership clericale della Repubblica islamica sciita, nella vita privata delle persone – delle donne ma anche degli uomini -, le imposizioni dall’alto di un rigido codice di abbigliamento. L’obbligo del velo – che vale per tutte le donne nel Paese, sia iraniane che straniere – risale alla Rivoluzione islamica del 1979, guidata dall’ayatollah Khomeini, che pose fine al regime monarchico filo-occidentale dello scià Mohammed Reza Pahlavi. Alle donne venne imposto di coprire il capo e di indossare un veste lunga e ampia che nascondesse le forme del corpo. 

La polizia morale o polizia religiosa islamica (Gasht-e Ershad), è stata istituita nel 2005 con il compito di vigilare sul rispetto della moralità pubblica, controllare che cittadine e cittadini rispettino le norme sull’abbigliamento e punire chi trasgredisce. Dopo l’uccisione di Mahsa Amini, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro questo corpo delle forze dell’ordine. «Condanniamo questo atto nei termini più duri e chiediamo al governo iraniano di mettere fine alla violenza contro le donne», ha dichiarato la segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen. In una intervista alla Bbc (come la Tv britannica riporta), un membro della polizia morale, coperto da anonimato, ha affermato che la ragione per la quale viene loro spiegato di dover lavorare in questo corpo delle forze dell’ordine è che devono proteggere le donne, perché se non si vestono in modo appropriato gli uomini si sentono provocati e possono fare loro del male.

Come spiegava in un’intervista a Famiglia Cristiana del 2019 Shirin Ebadi, avvocata e attivista per i diritti umani iraniana, Nobel per la pace 2003, le donne iraniane hanno sempre protestato, in diversi periodi e con modalità differenti, nel corso del decenni contro l’obbligatorietà del velo. La prima manifestazione avvenne l’8 marzo del 1979, appena un mese dopo la Rivoluzione. Combattere contro l’obbligo del velo non significa combattere contro il velo in sé, bensì contro un’imposizione che mortifica la lbertà della donna, la sua possibilità di decidere autonomamente se indossare o meno l’hjab. 

Oggi, ad alimentare, diffondere, rendere molto più visibile e globale la protesta delle iraniane sono i social network. Nel 2014 Masih Alinejad, giornalista, scrittrice, attivista iraniana che vive negli Stati Uniti, ha lanciato un movimento online, My stealthy freedom (la mia libertà furtiva) nato da una pagina Facebook nella quale le donne iraniane, per protesta contro l’obbligo del velo, postavano selfie in cui si mostravano senza hijab. Dagli Usa, Alinejad continua a sostenere la battaglia delle iraniane: il suo account Instagram conta attualmente quasi 8 milioni di follower.

Tuttavia, in un Paese in cui la maggioranza della popolazione studentesca universitaria è composta da ragazze, il cammino delle donne verso l’affermazione dei loro diritti e della loro libertà è ancora lungo. Non va dimenticato il calvario di Nasrin Sotoudeh, famosa avvocata per i diritti umani e paladina dei diritti delle donne, chiusa nel carcere di Evin, a Teheran, dal 2018. Sotoudeh sta scontando una condanna a 33 anni di prigione e 148 frustate : la sua colpa, aver assunto la difesa legale di una donna arrestata per aver manifestato contro l’obbligo del velo, oltre al fatto di opporsi apertamente alla pena di morte nel suo Paese. Durante la pandemia del Covid-19 la coraggiosa avvocata aveva iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le pessime condizioni di detenzione dei carcerati. Ricoverata in ospedale, Sotoudeh è stata poi riportata in prigione. Amnesty international porta avanti una campagna per la sua liberazione.

(Nella foto Reuters: un iraniano legge un giornale sul quale campeggia la foto di Mahsa Amini)





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