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Il primato della persona

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Sono tanti, forse troppi, gli episodi di cronaca recenti che occupano le pagine dei giornali, le trasmissioni tv e tutti i social. E sempre più spesso la cronaca è riferita a fatti di violenza, di sopraffazione dalle motivazioni che appaiono a volte assurde. A volte si ha l’impressione che l’equilibrio, la giusta misura sia stata completamente persa. Colpisce sempre più l’episodio di violenza da parte del “forte” sul “debole”: chi esercita un potere, anche piccolo e limitato, dimentica che quel suo “potere” se non è “servizio” è “violenza”. Fa riflettere e suscita ancor più clamore quando episodi di sopraffazione avvengono ad opera di uomini in divisa. E si, diciamo tutti.
Quando si indossa una divisa lo si deve fare con onore, con fedeltà. È vero. Quando ad operare violenza è un uomo in divisa decisamente ci colpisce, perché la cosa si manifesta con tutta la sua evidente gravità. E non possiamo non concordare. Ci preme altresì sottolineare che esiste anche una violenza materiale che viene subito coperta e tante altre violenze nascoste sia materiali che morali. Non per nulla è risaputo che quello che fa più male è la violenza morale, quella operata con le parole che distruggono più delle fiamme del fuoco. Solo come esempio facciamo riferimento al caso nazionale di Stefano Cucchi. Giovane vittima di assurde violenze da parte di uomini in divisa.
Verità nascosta per ben nove anni e poi svelata nel modo che tutti conosciamo. Abbiamo detto che giustamente questi episodi suscitano un dibattito forte e prolungato. Dobbiamo anche noi con forza ribadire che la quasi totalità dei nostri uomini in divisa la indossano con piena dignità e nel servizio concreto alla persona umana. E questo a riferimento di tutte le divise. Basti pensare agli atti eroici dei nostri uomini in divisa in occasione degli eventi sismici. La mela marcia non deve rendere tutte le mele marce. Ma la stessa mela marcia se non viene tempestivamente tolta rischia di far marcire tutte le altre mele. Se errori si compiono è importante riconoscerli e saper chiedere tempestivamente scusa. Questo a partire dalla relazione educativa che intercorre tra genitore e figlio per allargarsi al rapporto tra insegnante ed alunno, tra capo ufficio ed impiegato, tra medico e paziente, tra giudice ed imputato …. Vale sempre il “non giudicare” ed in ogni caso il giudizio può verificarsi nei confronti del fatto, mai nei confronti della persona. Se sono diversi i ruoli che occupiamo nel nostro contesto sociale certamente non è diversa la dignità della persona umana che è uguale per tutti, unica, sacra ed inviolabile. Nessuno sa quali motivazioni possano spingere una persona a compiere determinati gesti: a volte non le conosce nemmeno la persona stessa.
Torna con forza il “non giudicate e non sarete giudicati”.

(*) direttore L’Araldo Abruzzese (Teramo-Atri)



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