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Il Papa: la pace di Dio nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà

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Nella Messa del giorno della solennità del Natale del Signore, Leone XIV sottolinea che il Verbo fattosi carne grida il desiderio divino di incontrarci. E come non vedere nella fragilità del Bambino Gesù quella di chi “chiede cura, invoca accoglienza”, “cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone”? Da qui l’invito a non dimenticare quanti vivono nelle tende a Gaza, profughi, rifugiati e senza dimora. La strada della missione è quella verso l’altro

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

“Oggi è nato in una stalla nella notturna oscurità. Egli, il Verbo, si è incarnato e venne in questa povertà” canta la schola della Cappella Sistina nella Basilica di San Pietro coinvolgendo i fedeli nel tradizionale “Gli angeli delle campagne”. È la solennità del Natale del Signore e Leone XIV presiede la Messa del giorno, “un nuovo giorno”, nel quale “celebriamo” il dono della pace di Dio all’umanità, il suo Verbo – “parola che agisce” e “non è mai senza effetto” – fattosi carne. Seimila i fedeli presenti alla celebrazione, mentre 4mila la seguono dai maxischermi, fuori, nell’emiciclo del Bernini.

Melodie gioiose echeggiano nelle navate mentre il Papa, che indossa una casula utilizzata da Benedetto XVI nei periodo di Natale, si dirige verso l’altare maggiore abbellito con diversi fiori rossi e davanti al quale c’è Gesù Bambino, che parla al mondo con “la sua semplice, fragile presenza”. Posto in un tronetto insieme a un evangeliario, lo circondano tante candide orchidee, mentre alla base delle colonne tortili del Baldacchino di San Pietro spicca il rosso di svariate stelle di Natale. A sinistra la statua lignea della “Madonna della Speranza”, che richiama il tema dell’Anno santo ormai al termine. Adornata di rose bianche, è arrivata dalla parrocchia San Marco Evangelista di San Marco di Castellabate, nella provincia di Salerno.


Il Papa davanti alla Madonna della Speranza   (@Vatican Media)

Quei fratelli spogliati della loro dignità

Leone celebra la liturgia natalizia del giorno a 31 anni dall’ultima officiata da un Pontefice – quella di Giovanni Paolo II nel 1994 – e nella sua omelia sottolinea che “il Verbo di Dio” viene tra gli uomini “come neonato che soltanto piange e vagisce” e non parla ancora, fragile e bisognoso di premure, come quei tanti che oggi necessitano dell’essenziale.

«Carne» è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio. La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone.

L’evangelista Giovanni, ricorda il Papa, scrive che a quanti lo hanno accolto Dio ha dato il potere di diventare suoi figli. Un dono “coinvolgente”, che “cerca accoglienza e attiva la dedizione”, ed è “il modo paradossale in cui la pace è già fra noi”. Questo potere, però, “rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole”. Lo ha evidenziato Papa Francesco, nella Evangelii gaudium, che talvolta c’è “la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore”, mentre “Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana”, “la carne sofferente degli altri”, uscendo dai nostri agi, per “entrare in contatto con l’esistenza concreta” e conoscere “la forza della tenerezza”.

Il Papa all'altare maggiore

Il Papa all’altare maggiore   (@Vatican Media)

Le tende di profughi e rifugiati come quella di Dio fra gli uomini

Quella di Gesù è carne che “grida il desiderio divino di incontrarci”, “il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda”, spiega il Papa, che guarda poi alla realtà odierna e a coloro che gridano aiuto.

Come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città?

Un momento della celebrazione

Un momento della celebrazione   (@Vatican Media)

I fragili di oggi

E ci sono tante altre fragilità che non si possono ignorare per il Vescovo di Roma, quella “delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte”. E sono fragili “le menti e le vite dei giovani costretti alle armi” che “al fronte” si rendono conto dell’“insensatezza” di quanto viene loro richiesto e della “menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire”, prosegue il Pontefice, che invita a riflettere su come la pace si fa strada nell’uomo.

Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia.

La strada della missione è verso l’altro

È Gesù, il Logos, “il senso da cui tutto ha preso forma”, chiarisce Leone XIV, citando, ancora il Vangelo di Giovanni: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”. Si tratta di un “mistero” che “ci interpella” dai nostri “presepi”, che “ci apre gli occhi su un mondo in cui la Parola risuona ancora, ‘molte volte e in diversi modi’, continua il Pontefice, “e ancora ci chiama a conversione”. Tuttavia occorre prendere coscienza che “il cammino della Parola di Dio” è “come una strada impervia, disseminata di ostacoli”. Ma è “su questa via” che “gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo” ed è tale via che raggiunge i “cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono”, rimarca il Papa volgendosi all’intera comunità ecclesiale ed incoraggiandola ad andare incontro agli altri.

Il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato. Non serviamo una parola prepotente – ne risuonano già dappertutto – ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio. Ecco la strada della missione: una strada verso l’altro. In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa.

Nulla nasce dall’esibizione della forza

A questo “rinnovamento” esorta pure il Concilio Vaticano II, rammenta il Pontefice e avvertendo che lo si potrà vedere fiorire “solo camminando insieme all’intera umanità, mai separandocene”, perché “il movimento dell’Incarnazione è un dinamismo di conversazione”.

Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui.

Ci è d’aiuto Maria, “Madre della Chiesa”, “Stella dell’evangelizzazione” e “Regina della pace”, la quale ci insegna “che nulla nasce dall’esibizione della forza” conclude Leone, ma “tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta”.

Nella preghiera dei fedeli in diverse lingue, l’invocazione a Dio perché la Chiesa “annunci la luce che vince le tenebre” (in polacco) e affinché “il Papa e tutti i pastori incoraggino con forza gli affaticati e gli oppressi” (in portoghese) e quanti “governano le nazioni, come custodi delle sorti delle genti, superino l’indifferenza e l’odio che chiude i cuori” (malayalam). Orazioni sono state, inoltre, levate (in francese) “per i poveri, gli emarginati e i profughi, poiché “vivano la gioia della condivisione e dell’amicizia” e infine (in cinese) per l’assemblea presente, perché “alimenti la preghiera e il gusto del bene”.

All’offertorio una coppia e due famiglie hanno presentato al Pontefice patena, acqua e vino e pisside, mentre all’altare, hanno concelebrato i cardinali Leonardo Sandri, vice decano del Collegio Cardinalizio, Marc Ouellet, prefetto emerito del Dicastero per i Vescovi e presidente emerito della Pontificia Commissione per l’America Latina.

Durante la comunione si sono levate le note del “Tu scendi dalle stelle”, l’antico canto composto da Sant’Anfonso Maria de’ Liguori, quest’anno tra i personaggi del presepe di piazza San Pietro, progettato nella diocesi di Nocera Inferiore – Sarno, dove ha vissuto il vescovo-compositore. E dopo la benedizione finale il Papa ha lasciato la basilica di San Pietro mentre tutti cantavano l’“Adeste, fideles”.



Dal sito Vatican News

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