Il Papa, i rischi di una trasferta e il “dovere” di una presenza

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Nelle parole del presidente iracheno e nei volti dei cristiani incontrati nella cattedrale siro-cattolica la profonda gratitudine per il coraggioso gesto di vicinanza del Pontefice

ANDREA TORNIELLI

Al termine della prima giornata trascorsa dal Papa in Iraq si comprendono meglio le ragioni che hanno spinto Francesco a mantenere in calendario questo viaggio, contro tutto e contro tutti. “È un dovere verso una terra martoriata da tanti anni”, ha detto ai giornalisti dopo il decollo. La pandemia galoppante, gli attentati che si sono susseguiti anche nelle ultime settimane… Nulla di tutto ciò ha fatto cambiare idea al Papa, deciso a testimoniare di persona la sua vicinanza e il suo sostegno ai cristiani e a tutti gli iracheni che hanno sofferto e purtroppo ancora soffrono a causa della violenza, del terrorismo, del fanatismo in un Paese che ha contato purtroppo nel 2020 ben 1400 attentati.

Le parole del Presidente della repubblica dell’Iraq Barham Salih Qassim hanno reso evidente quanto la presenza di Francesco fosse attesa, e quanto sia stato apprezzato il suo rimanere fermo nella decisione di visitare la terra da cui partì Abramo: “Gli iracheni esprimono la loro fierezza per la sua presenza, Santità, come un loro grande e caro ospite, nonostante le raccomandazioni di posticipare la visita a causa delle circostanze eccezionali che il mondo sta attraversando a motivo dell’epidemia, e malgrado le condizioni difficili che il nostro Paese ferito sta attraversando. Superare tutte queste circostanze raddoppia in realtà il valore della visita nella considerazione degli iracheni”.

Un sentimento di profonda gratitudine si percepiva nei volti degli appartenenti alla comunità siro-cattolica che nel pomeriggio ha accolto il Successore di Pietro nella cattedrale di Baghdad. Una chiesa bagnata dal sangue di 48 martiri, uccisi mentre partecipavano alla Messa domenicale poco più di dieci anni fa. La comunità commossa si è stretta attorno al Papa venuto da Roma per esserle vicino. Una stele a lato della cattedrale ricorda le vittime dell’attentato per le quali è in corso il processo di beatificazione. Uno spesso muro di cinta protetto dal filo spinato attorno all’edificio sacro documenta quanto ancora sia alto il rischio in un Paese dilaniato dal terrorismo, dalle milizie, dalle fazioni e dove si intrecciano gli interessi delle potenze regionali e internazionali. Ma nei volti dei cristiani rimasti a vivere qui che hanno accolto Francesco con i loro canti nella sera accarezzata dalla brezza di Baghdad, non si leggeva paura, soltanto gioia.

 



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