I vescovi irlandesi: il suicidio assistito è un fallimento per la società

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Un appello a incentivare le cure palliative viene dai presuli del Paese, commentando il disegno di legge “Morire con dignità”. Non esiste, scrivono in una nota, “una vita senza valore, una vita che non vale più la pena di essere vissuta”

Isabella Piro – Città del Vaticano

“Il suicidio assistito riflette il fallimento della compassione nella società”: lo scrive la Conferenza episcopale di Irlanda (Icbc), in una lunga e dettagliata nota riferita al progetto di legge “Morire con dignità”. Il disegno di legge prevede “l’assistenza per il raggiungimento di un fine-vita dignitoso e pacifico” per gli adulti malati terminali che sono giudicati “competenti a presentarne richiesta” tramite una dichiarazione, la quale dovrà essere contro validata da due medici, dopo opportune verifiche. A firmare la nota episcopale sono il Consiglio per la Vita, organo consultivo istituito dai vescovi irlandesi, e il Gruppo consultivo di bioetica, ente accademico che consiglia i presuli in materia. “Abbiamo la responsabilità morale di prenderci cura del nostro prossimo, secondo l’immagine evangelica del Buon Samaritano”, si legge nel documento che esorta a promuovere “buone cure palliative”, le quali, “rispettando la vita e, allo stesso tempo, riconoscendo la mortalità umana, offrono ai malati terminali la migliore possibilità di giungere alla fine della vita in modo dignitoso e pacifico”.

Non esiste una vita senza valore

I vescovi deplorano, inoltre, “il presupposto che è alla base del suicidio assistito”, ovvero il fatto che “esista una vita senza valore, una vita che non vale più la pena di essere vissuta”. Si tratta di “una falsità che erode inevitabilmente la base stessa del rispetto e della tutela legale di ogni vita umana, indipendentemente dall’età, dalla disabilità, dalla competenza o dalla malattia”.  Il ddl, per di più, “rappresenta una costrizione per la coscienza degli operatori sanitari che vi si oppongono, perché sanno che è gravemente immorale e del tutto incompatibile con la loro vocazione di curare”. E questo peso sulla loro coscienza “è inutile, sproporzionato e gravemente ingiusto”. E ancora: la nota evidenzia che “identificare i professionisti della salute come coloro che assisteranno e, in certe circostanze, eseguiranno effettivamente il suicidio assistito secondo le istruzioni del loro cliente, è seriamente dannoso per l’ethos e la credibilità delle professioni mediche, nonché cambia radicalmente il significato dell’assistenza sanitaria”.

La strada delle cure palliative

La Chiesa cattolica irlandese ricorda, poi, che “qualunque sia la prognosi e per quanto limitata siano le capacità di una persona, il suo valore come essere umano è radicato in ciò che è, piuttosto che nella sua aspettativa di vita o nella sua capacità di raggiungere certi standard di prestazione fisica o mentale”. “La dignità umana si riferisce al valore individuale – continua la nota – ed è inerente ad ogni persona umana, in virtù della sua natura. Non è quindi qualcosa di dato o conferito da una qualsiasi istituzione, legge, processo o standard di benessere fisico o mentale”. L’Icbc mette, inoltre, in guardia dal fatto che, se approvata, una simile proposta normativa “indebolirebbe significativamente le tutele contro l’uccisione non consensuale di classi particolarmente vulnerabili di persone”, che sarebbero quindi sempre più a rischio. Particolare preoccupazione viene espressa dai vescovi per il fatto che il progetto di legge “non richiede ai care givers di fornire adeguate cure palliative alla persona malata terminale”. Ciò significa che “qualcuno potrebbe decidere di porre fine alla propria vita senza aver mai sperimentato ciò che le cure palliative hanno da offrire e, quindi, potrebbe prendere questa decisione senza essere pienamente consapevole delle altre opzioni disponibili”. Un’altra “grave omissione” è che il ddl non riconosce il fatto che “molti pazienti che richiedono il suicidio assistito sono depressi”. Ma se ben curati, questi pazienti migliorano e sentono diminuire il loro desiderio di morte. Quindi, piuttosto che facilitare il suicidio assistito – sottolinea la nota – bisognerebbe “migliorare le cure psichiatriche e mediche per i malati terminali”, offrendo loro nuove possibilità di vita.

Patire con

Quanto al principio della compassione, spesso “presentato come una giustificazione per il suicidio assistito”, i vescovi ricordano che “avere compassione significa proprio ‘patire con’ qualcuno”. Per questo, il ddl rappresenta un fallimento, una sconfitta nella sfida di “prendersi cura dei malati terminali”. Inoltre, “coloro che assistono un suicidio, qualunque siano le loro motivazioni – prosegue il documento – cooperano con l’autodistruzione di un’altra persona”. Rispondendo, poi, a chi ribadisce la necessità di garantire l’autonomia del paziente, i vescovi evidenziano che essa “riconosce il diritto di una persona ad essere trattata e curata secondo i suoi valori personali, le sue speranze e i suoi desideri”, ma non è un principio assoluto, “perché come membri della società le nostre decisioni possono avere serie implicazioni per gli altri”. Quindi, l’autonomia è sì un bene, ma “il suo esercizio deve essere coerente con i diritti degli altri e con tutti i requisiti di un comportamento umano e decente, perché nessun uomo è un’isola”.

Norme contrarie al bene comune

L’Icbc nota anche che prevedere per legge il suicidio assistito, lo renderebbe in un certo senso “buono” o “desiderabile”, con la conseguenza che “le cure di fine vita sarebbero ridotte ad un favore, piuttosto che ad un diritto”, mettendo sotto pressione “emotiva e sociale” i malati terminali, i disabili e altri pazienti vulnerabili, i quali si sentirebbero costretti a “risparmiare ad altri il peso di prendersi cura di loro”. “Le disposizioni del progetto di legge sono radicalmente contrarie al bene comune, all’uguale valore di tutte le vite umane e all’ethos della medicina”, ribadisce ancora il documento episcopale. E a riprova del fatto che “la logica del suicidio assistito spinge l’allargamento della pratica verso gruppi estremamente vulnerabili, come disabili o malati psichiatrici, e verso l’uccisione non consensuale”, la Chiesa cattolica irlandese cita l’esempio di Paesi come il Belgio, l’Olanda e la Svizzera dove si registra “un livello sorprendentemente alto di morti legalmente assistite senza esplicita richiesta”. Non solo: “in Oregon i suicidi assistiti sono aumentati del 218 per cento negli ultimi 10 anni, mentre in Belgio e Olanda tale pratica rappresenta il 4,6 per cento di tutti i decessi, inclusi quelli di bambini e persone vulnerabili”. Pertanto, i vescovi chiedono ai legislatori irlandesi di “non ignorare questi dati e di non sottrarsi alla gravissima responsabilità di riflettere sulla logica che li sottende”, perché “quando l’uccisione medicalizzata è accettata come legittima in linea di principio e quando la verità che tutte le vite umane hanno lo stesso valore è abbandonata, allora non c’è più alcun limite”.

La sfida della pandemia

Guardando infine alla pandemia da Covid-19 e a tutti gli sforzi compiuti da governo, operatori sanitari e popolazione per combatterla e proteggere le persone più vulnerabili, i vescovi si dicono convinti del fatto che, in nome del “servizio migliore nei confronti dell’umanità e del bene comune”, il parlamento irlandese non debba approvare il ddl “Morire con dignità”, ma piuttosto investire risorse in favore delle cure palliative.



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