Hinder: nello Yemen resta il sacrificio delle suore per un intero popolo e per la pace

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La “Commissione Nuovi Martiri – Testimoni della Fede” istituita da Papa Francesco per la catalogazione dei cristiani uccisi negli anni recenti in tutto il mondo è accolta con gratitudine da quanti sono testimoni dell’eroicità della fede e della carità di donne e uomini che, in contesti difficili, donano fino in fondo la loro vita a Dio e al prossimo. Nell’intervista, il vescovo ricorda le religiose uccise nel Paese mediorientale nel 2016

Deborah Castellano Lubov e Adriana Masotti – Città del Vaticano

Quattro suore Missionarie della Carità, la congregazione fondata da santa Madre Teresa di Calcutta, da tempo operanti nello Yemen, rimasero vittime di un attentato terroristico ad Aden, una delle principali città del Paese, dove persero la vita insieme ad altre 12 persone. Era il 4 marzo 2016. Alle 8 del mattino i jihadisti facevano irruzione nella casa di cura dove le religiose asssistevano anziani abbandonati, esplodendo colpi di arma da fuoco. Si chiamavano suor Annselna, suor Judith, suor Margarita e suor Reginette e provenivano rispettivamente da India, Kenya e dal Rwanda.

L’importanza di fare memoria dei martiri di oggi

Di queste religiose e di quanti hanno sacrificato la loro vita per amore al prossimo negli ultimi 25 anni, rimanendo fedeli alla chiamata di Dio in contesti di precarietà e di violenza, vuol fare memoria il lavoro della “Commissione Nuovi Martiri – Testimoni della fede”, istituita per volontà di Papa Francesco. Ai microfoni di Vatican News, il vicario apostolico emerito dell’Arabia, monsignor Paul Hinder, ricorda le suore che ha potuto conoscere personalmente e dice l’importanza di mantenere viva la memoria del loro sacrificio. I martiri, afferma, non sono solo quelli dei primi secoli della Chiesa, ce ne sono tanti anche oggi:

Ascolta l’intervista a monsignor Paul Hinder

Monsignor Hinder, qual è l’eredità lasciata dal martirio di queste quattro suore Missionarie della Carità nello Yemen?

L’eredità delle suore rimane come testimonianza in una zona conflittuale da lungo tempo. Ciò che colpisce è la semplicità con cui hanno vissuto durante quasi cinquant’anni nel Paese. La loro uccisione nel 2016 fu un evento veramente inaspettato, anche se il rischio c’era. La loro testimonianza, assieme a quella delle altre persone che sono state uccise nello stesso momento, alcuni collaboratori musulmani ma anche un cristiano, rimane una specie di sacrificio per una Chiesa sofferente, e non soltanto per la Chiesa, ma per un popolo che soffre. Penso che questa violenza sia stato uno shock non soltanto per i cristiani, ma per il Paese che ha stimato e continua a stimare molto la presenza di queste missionarie della carità e del cuore. Io facevo visita a loro ogni anno. La prima volta nel 2004, ancora con il mio predecessore. Poi sono tornato da solo come vicario apostolico e gli incontri, le Messe e anche una conferenza per le suore facevano sempre parte del programma. Ho visto la loro testimonianza e il loro lavoro tra le persone anziane e handicappate. Mi ha sempre colpito molto vedere questa loro dedizione alle persone più povere, delle quali nessuno si occupava, eccetto le suore. Queste visite mi rimangono nella memoria. Io non ero presente quando sono state uccise, è stato uno shock quando ho ricevuto la notizia e allo stesso tempo ci siamo sentiti disarmati perché non c’era possibilità di portare aiuto subito, perché il contatto con loro era quasi impossibile, ma io ricordo tutto. 

 

Qual è, secondo lei, il valore del riconoscimento da parte dalla Chiesa di questi “nuovi martiri” tra cui queste suore e tutti coloro che hanno dato la vita per la fede e per aiutare gli altri?

Io direi anche per la pace in un mondo di guerra, anche di guerra civile. Questo rimane, secondo me, anche se è chiaro che nella situazione dello Yemen non ha fatto e non continua a fare grande rumore. Molto spesso è così con la testimonianza dei cristiani o delle cristiane autentici, non fanno grande rumore però la loro è una testimonianza efficace per quelli che sanno leggere i segni. A me, che ho potuto conoscere queste suore, ha sempre colpito e continua ancora a colpire questa fedeltà e questa fiducia nel Signore, anche con il rischio di perdere la vita, di essere uccisi, ma questo è difficile da comunicare agli altri: si deve vedere e si deve credere che ha un senso, che la fede è un seme per una vita più grande che forse nascerà più tardi.

L’iniziativa del Papa di istituire questa Commissione per ricordare i “nuovi martiri” a suo parere è una cosa importante?

Sì certo, perché noi quando sentiamo parlare di martiri pensiamo ai primi secoli della cristianità, però il fenomeno del martirio continua durante tutta la storia e anche oggi e dobbiamo ricordarli. Ed è per questo che noi qui abbiamo introdotto un memoriale a livello di Vicariato ogni 30 giugno – il giorno dopo la solennità dei santi Pietro e Paolo – , per ricordare i martiri moderni della zona, che non sono canonizzati, ma che ci ricordano che noi viviamo la fede in un contesto dove altri o altre hanno dato la loro vita.



Da vaticannews.va

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