Gli yazidi in Iraq, padre Cassar: nelle loro storie, le sofferenze di Cristo

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L’Iraq ha sete di pace e di convivenza fraterna: l’appello, a nome della minoranza yazida perseguitata e dimenticata, arriva dai Gesuiti che lavorano con i rifugiati dei campi profughi nel Kurdistan iracheno. Servire i loro bisogni – dicono – è chinarsi sulle piaghe di Cristo sofferente. Non possiamo dimenticarli

Gabriella Ceraso – Città del Vaticano

Una testimonianza forte che interpella le coscienze di tutti e viene dai Gesuiti in Iraq: riguarda gli yazidi,  comunità minoritaria all’interno della etnia curda con religione propria, che vive soprattutto nella zona attorno alla città di Sinjar, nella provincia di Ninive, nel nord dell’Iraq, non lontano dal confine con la Siria. Questa minoranza è stata perseguitata dal sedicente Stato islamico a partire dal 2014 e poi dimenticata, scomparsa dall’informazione mediatica, eppure ancora vittima di un genocidio silente e in preda ad una sofferenza indicibile che spinge spesso al suicidio, specie i giovani. Nella loro carne è il dramma che il mondo ignora. Le poche notizie di cronaca, per chi le ha notate, risalgono a qualche giorno fa, mercoledì scorso, quando in 26 sono saltati fuori da due container imbarcati su un cargo che, dalla Turchia, è arrivato nel porto di Salerno, con la speranza di raggiungere la Germania. Ancora una volta vittime di una nuova rotta di trafficanti di esseri umani su cui le autorità italiane stanno indagando. 

Ma chi sono e perché fuggono, pochi lo sanno, anche nella loro stessa terra di provenienza, l’Iraq. Lo rivela nella sua drammatica testimonianza padre Joseph Cassar incaricato di guidare il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Iraq. Nel video pubblicato sulla pagina Facebook del Centro Astalli, racconta quanto accade oggi a chi è sopravvissuto alla strage, alle violenze, alle deportazioni degli anni passati, ed è costretto oggi a vivere in campi profughi o all’esterno di essi, in condizioni estremamente difficili. 

“Attraverso le sue parole – scrivono i gesuiti – anche la prossima visita di Papa Francesco in Iraq a marzo assume significati nuovi che ci spingono a conoscere uno dei più impervi crocevia della storia, attraversato oggi da quell’umanità in cammino che ci onoriamo di accompagnare, servire e difendere”.

Ascolta la testimonianza di padre Joseph

“Mi chiamo Joseph Cassar, sono un sacerdote gesuita originario di Malta, da 5 anni vivo in Iraq. Mi trovo nella cittadina yazida di Sharia, di 10mila persone, nel Kurdistan iracheno”. Inizia così il racconto che ha come sfondo le tende del campo profughi della cittadina. All’interno del campo vivono 16mila persone e fuori ce ne sono 18mila in condizioni precarie. In tutto, nella provincia, spiega il religioso, ci sono 300mila sfollati per un totale di 16 campi, ma solo il 40% degli yazidi vive al loro interno.

Storie , famiglie, vite in cui è il Cristo sofferente

“Non si tratta di una massa anonima: sono storie e famiglie e identità e sono yazidi”, rimarca padre Joseph, e dopo 6 anni ,da quando fuggirono sul monte Sinjar, lasciando la loro ” terra ancestrale” spinti dall’arrivo degli estremisti islamici dell’Is, nessuno sa che donne e bambine sono state ripetutamente picchiate, violentate e rivendute, che i bambini e i ragazzi sono stati venduti e arruolati per uccidere e che delle 6400 persone sequestrate, in più di 2800 non sono mai più tornate.

Ecco, in poche parole, il dramma di un popolo le cui ferite non si rimarginano. Per loro i Gesuiti lavorano sia a livello di sostegno psicologico che sociale. “I bisogni sono molteplici – spiega padre Joseph – aggravati dalla pandemia”. Manca cibo, salute, accesso al lavoro e ogni forma di indipendenza economica. Mancano mezzi educativi perché le scuole sono chiuse e l’isolamento è sempre più forte.

In Iraq serve la pace

Di fronte a tutto ciò, l’intervento dei gesuiti si è concentrato su tre fronti: protezione, educazione e salute mentale, ma è quest’ultima che lascia trasparire la drammaticità maggiore. Nelle ultime 37 ore – racconta il gesuita – ci sono stati tre suicidi tra ragazze di età compresa tra i 15 e i 25 anni”. Il loro vissuto è troppo ingombrante. 

“Quando guardo i volti sofferenti delle persone che vengono al nostro Centro di assistenza psicologica, mi viene in mente l’immagine delle piaghe di Gesù. Qui si toccano le piaghe nascoste del Cristo sofferente e con la stessa venerazione noi ci avviciniamo a questa realtà di sofferenza che vivono le persone.”

“Più di tutto in Iraq, occorre la pace: il futuro da costruire è un futuro in cui si vive con gli altri e non malgrado gli altri”



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