Giornata della Poesia. La ricerca sulla parola nelle solitudini della pandemia

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Il 21 marzo si celebra la Giornata mondiale della Poesia. Con lo sguardo al Nobel assegnato alla Glück e alle celebrazioni su Dante, passando attraverso la scomparsa di Franco Loi, un focus sull’impatto della pandemia nella ricerca, espressione e condivisione della parola poetica. Interviste al critico Daniele Piccini e alla poetessa Ida Travi

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Al di là del contrappunto segnato dalla cadenza annuale della Giornata mondiale della Poesia – e che nel 2021 cade tra il Nobel a Louise Gluke e i settecento anni dalla morte di Dante – perché può essere utile il nutrimento dei versi? Alcune chiavi di lettura ce le offre Daniele Piccini, critico, poeta e docente universitario. La sua raccolta “Inizio fine” è appena stata ristampata da Crocetti:

Ascolta l’intervista a Daniele Piccini

La poesia della Glüke, sussurro alla solitudine di questo tempo

Nell’ottobre scorso la poesia di Louise Glück convinceva l’Accademia di Svezia nell’assegnazione a questa donna americana, dalle origine ebraico-ungheresi, del Nobel per la Letteratura. Una poesia sui traumi e la natura intrisa di suggestioni mitiche. “Louise Glück ci sembra una poetessa apparentemente semplice – spiega Piccini – in realtà è di grande complessità e i suoi libri tradotti in Italia, L’iris selvatico e Averno, si presentano come un intreccio di voci tra cui quelle delle creature paiono continuamente rivolgersi a Dio per chiedere conto dell’esistenza delle cose e del perché. Una poesia profondamente meditativa che nasce dalla solitudine ma – precisa – per dialogare con gli esseri umani. E’ una poesia che credo, in questo tempo solitudine e di isolamento, ci possa accompagnare e in qualche modo sussurrare all’orecchio”.

Franco Loi, poeta dell’aria invisibile che fa guardare il mondo

Ci ha lasciato il 4 gennaio di quest’anno, Franco Loi, uno dei massimi poeti italiani del Novecento. Piccini ha frequentato a lungo la sua casa milanese, aperta sempre a tutti, lui che sempre generoso era nei modi e disponibile, con un’autentica passione per il dibattito e per la discussione. Si è speso nel fare critica, non solo versi, e “la sua poesia in milanese è una grande invenzione. Ha adottato questo dialetto trasformandolo in una lingua ariosa”. Piccini si sofferma su un elemento ricorrente nella poesia del grande maestro, scomparso all’età di novant’anni: l’aria. Aria della memoria è il titolo dell’antologia che raccoglie larga parte della sua produzione e, secondo Piccini, ci dice molto di ciò che ci lascia: “L’aria e qualcosa di impalpabile, invisibile, ma che è fondamentale per guardare il mondo. E’ una specie di non essere che custodisce il segreto dell’essere. La poesia di Loi è così: piena di presenze di cose del mondo, ma che continuamente vuole andare oltre, vuole sfondare le quinte della realtà proprio attraverso la metafisicità dell’aria, fino a chiamare e a rivolgersi a Dio”. L’aria che sta mancando a tante persone che si ammalano, l’aria che ci manca stando chiusi forzatamente nelle nostre case. “Devo dire che la poesia di Loi – aggiunge il professore – a proposito di questi tempi difficili, dolorosi e faticosi, è capace anche di allegria, non è una poesia solo della ricerca e dell’inchiesta metafisica. E’ una poesia a volte anche capace di celebrare la vitalità, la forza e l’energia della vita. E’ una lettura a salutare”.

Verso le celebrazioni di Dante, poeta “altissimo e domestico”

Ci proiettiamo verso le celebrazioni dei 700 anni dalla morte del sommo poeta. Come avvicinarci a questo anniversario, facendo in modo che Dante – caposaldo non sono stilistico e poetico, ma anche culturale e filosofico del nostro Medioevo – sia più frequentato che citato? “Ogni volta che adoperiamo la nostra lingua in maniera acuta e approfondita, noi stiamo respirando l’aria della poesia dantesca”, spiega Piccini, sottolineando come Dante abbia pensato con grande forza l’integrità dell’essere umano. E ricorda il XIV Canto del Paradiso, in cui “gli spiriti beati, alle parole di Salomone che parla della resurrezione dei corpi, dicono una sorta di amen, si dimostrano trionfanti, felici e gioiosi. Dante infatti ha celebrato nel suo poema l’unità dell’essere umano fatto di anima e di corpo, per cui perfino le anime dei beati, attendono di riunirsi con il proprio corpo, anche quasi per un senso di carità, per poter essere riconosciuti da coloro che hanno avuto cari nella vita e per poterli riconoscere”. La peculiarità di Dante è di essere “un poeta altissimo e al tempo stesso domestico. Un poeta che è profondamente e intimamente vicino a noi e alla nostra vita e ci parla della condizione degli esseri umani che si proiettano nella bellezza senza fine dell’eternità che Dio ci prepara”.

I giovani e la poesia

Quali sono i temi più ricorrenti che affiorano nella poesia dei più giovani? Piccini nota una vena tenace anche tra coloro che sono nati negli anni Novanta e che c’è un punto di partenza autobiografico molto forte unito a un’idea artigianale del verso, quindi alla “riscoperta del lavoro sulla parola e sulla metrica del verso”. Riscontra un tentativo nelle nuove generazioni di mettere l’esperienza della propria vita al servizio di una scoperta più grande, di un’epifania. Il giudizio, da studioso, è promettente. “I giovani sono profondamente fiduciosi nell’uso della parola, credono nella possibilità della parola di aprire dei mondi, e questo mi sembra che li contraddistingua”.

La parola poetica è visione

La parola poetica è visione

Il silenzio di questo tempo, gestazione della parola

Ida Travi è una delle voci più originali della poesia italiana, antesignana di un percorso che la porta a stare sempre nel solco tra oralità e scrittura, con ricorrenti approdi al teatro. Nella sua produzione, “Tolki, i parlanti” è la serie – edita in Italia da Moretti&Vitali – più identificativa della sua poesia. L’ultimo suo libro è “Marie canta la famiglia del secolo” (Edizioni volatili). 

Ascolta l’intervista a Ida Travi

La pandemia, con la ridefinizione degli spazi dell’abitare e delle relazioni, come sta incidendo sulla ricerca e la capacità di esprimere e di condividere la parola poetica?

R. – L’impressione è che da quando è cominciata la pandemia la mia casa si sia ristretta. Tutti lì, tutto il giorno, nelle stesse stanze. Non è facile vivere così. Per esempio, quello che prima in casa era uno posto tutto per me, adesso viene usato dagli altri, e non posso dire niente. Nessun privilegio, mi adatto. Faccio anch’io il mio turno per il pc fisso e la scrivania però… per fortuna la poesia mi aiuta. Spesso spengo il pc e mi cerco un angolo qualunque. Basta un posto qualsiasi, una sedia, una poltrona, o anche a letto, anche nel buio. Mi metto lì e comincio a scrivere, solo mentalmente. È un po’ come se il soffitto o il muro fossero un foglio. Scrivo ad occhi chiusi, solo mentalmente e imparo a memoria. Poi sul foglio riporto quando posso. Questo funziona, è incredibile, e non serve niente, solo un po’ di concentrazione. Questo è stato un espediente, un modo per riappropriarmi di uno spazio che non ho più.

La sua parola è disseppellita da sotto la neve, affiora nel freddo, in un silenzio ancestrale… è un tempo di ‘gestazione’ quello così doloroso che stiamo attraversando? Come sarebbe utile viverlo?

R. – Sì, sì, è così. Credo proprio sia un tempo di gestazione e penso anche che questo tempo lo stiamo vivendo male. Penso che dovremmo pensare di più a ciò che probabilmente nascerà, non limitarci alla gestione del disastro. Adesso, mentre lo dico, penso come sono vicine le parole ‘gestazione’ e ‘gestione’, sono vicinissime, me ne accorgo adesso. Questo tempo ce lo dimostra: da gestazione a gestione purtroppo il passo è breve. Sono due concetti opposti eppure così connessi, anche nel suono, che ci fanno pensare.

Come a dire che accanirsi sul rimedio ci sta portando fuori pista?

R. – Io credo che la parola in questi momenti, in cui anche il nostro volto resta nascosto dietro una maschera, perda potenza, ci lasci disarmati e con poco linguaggio da usare. Ogni forma di parola, anche quella che ci scambiamo nei momenti in cui ci sentiamo più spensierati, è qualcosa di molto complesso. C’è sicuramente una creatività di partenza nell’usare le tecnologie per incontrarsi, ma una parte della creatività questi mezzi ce la portano via. Non riusciamo ancora bene a capirne la portata sulla nostra espressione: quanto la potenzino e quanto la mortifichino in qualche modo, la riducano o la portino su un altro piano.

A coloro che hanno vissuto il dramma della malattia da coronavirus è mancata l’aria e il tocco degli affetti familiari. Cosa dice questa dimensione, osservata, letta o anche vissuta sulla propria pelle, al poeta?

R. – Prima hai paura, ma poi se ti ammali, se sei nella malattia, pensi solo a difenderti. La parola? La parola è importante, certo, anche quella poetica. Ma deve essere portata con amore, altrimenti diventa qualcosa di freddo e di distante come tutto il resto fuori.

Non poter dire la parola poetica di fronte a persone in carne e ossa quanto penalizza? Cosa può insegnare?

R. – Io mi sono abituata a mettere la parola in relazione all’altro, di fronte a qualcuno che mi ascolta. Sicuramente, non poter esser lì di persona penalizza tanto. C’è la tendenza a organizzare incontri online, presentazioni online che però mi mettono sempre un po’ di tristezza, perché l’altro non c’è davvero. E neppure io ci sono davvero. Certe volte mi sembra di stare tra i fantasmi, mi sembra di parlare coi fantasmi. E non è una cosa facile da reggere. Insomma, non vedo l’ora che tutto questo finisca, e ci si possa guardare in faccia, puliti puliti, senza mascherine. Che si ritorni a una cosiddetta normalità. Poi, a migliorare questa normalità, ci penseremo tutti insieme. 



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