Gioco d’azzardo: il grido d’allarme dei vescovi del Lazio

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Un appello ai sindaci del Lazio con il quale non si intende fare polemiche su quanto è stato fatto, o si poteva fare, per arginare l’azzardo, bensì “porre degli argini alle gravi conseguenze” connesse all’azzardopatia. È quello lanciato il 5 dicembre, dalla Conferenza episcopale del Lazio nel corso del convegno “L’azzardo non è un gioco e sollecita le responsabilità”. Nel 2021 sono stati scommessi, solo nel Lazio, 11 miliardi e 568 milioni di euro con profitti per l’industria del settore pari a 839 milioni e 294mila euro

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Un appello ai sindaci del Lazio con il quale non si intende fare polemiche su quanto è stato fatto, o si poteva fare, per arginare l’azzardo, bensì “porre degli argini alle gravi conseguenze” connesse all’azzardopatia. È quello lanciato il 5 dicembre, dalla Conferenza episcopale del Lazio nel corso del convegno “L’azzardo non è un gioco e sollecita le responsabilità” svoltosi nella sala degli Imperatori del Palazzo Lateranense. Tramite le Caritas diocesane i vescovi del Lazio si sono rivolti direttamente ai primi cittadini della regione per contrastare “una piaga dai mille rivoli” come l’ha definita il cardinale vicario della diocesi di Roma, Angelo De Donatis, intervenuto alla tavola rotonda in qualità di presidente della Conferenza episcopale del Lazio.

Peccato però che della classe politica fosse presente in sala solo Mario Moretti, sindaco di Palestrina, e alcuni amministratori locali, “molti meno di quelli invitati” hanno osservato con rammarico gli organizzatori.

Nell’appello si chiede di introdurre fasce orarie di apertura ridotte delle 378 sale da gioco con ampie superfici aperte nelle cinque province laziali, di interdire l’accesso alle persone in evidente stato di ubriachezza e di procedere con la separazione netta tra lo spazio dedicato alle slot machine – 5.700 quelle installate nella regione – e gli altri ambienti degli esercizi commerciali. Tutte misure che i sindaci hanno il potere di adottare fin da subito in forza della legge regionale del Lazio n. 5 del 2013 emanata per contenere un problema che riguarda tanto i giovani quanto gli anziani. Nel 2021 sono stati scommessi, solo nel Lazio, 11 miliardi e 568 milioni di euro con profitti per l’industria del settore pari a 839 milioni e 294mila euro. Il testo dell’appello è stato illustrato dal vescovo ausiliare di Roma Benoni Ambarus, delegato per la Carità, il quale ha spiegato che, da parte sua, la Conferenza episcopale del Lazio si impegna “a creare ancora più consapevolezza su questo dramma tra le comunità cristiane”. Quello lanciato dal Vicariato è un “grido di dolore” che deve interessare tanto i sindaci quanto le comunità cristiane. Ai primi si chiedono “risposte necessarie e improcrastinabili che rientrano tra le loro possibilità, per regolamentare ed arginare questa deriva dell’economia e fabbrica di miseria che produce solo disgregazione sociale” ha affermato il cardinale Angelo De Donatis. Le comunità cristiane, invece, devono interrogarsi sulle modalità “con le quali poter essere accanto a chi è nelle difficoltà” e a tal proposito ha rimarcato che “non aiuta giudicare” ma “comprendere, aiutare, sostenere, educare”. A nome dei vescovi del Lazio, il cardinale De Donatis ha detto che tutti sono “seriamente preoccupati e molto dispiaciuti che una legge regionale considerata di avanguardia, anche se mai entrata in vigore, come quella approvata nel Lazio nel 2013, sia stata pesantemente annacquata la scorsa estate”.

Durante il convegno la Caritas di Roma e il sociologo Maurizio Fiasco hanno illustrato alcuni dati per far comprendere la portata del fenomeno. Nel 2013 la Caritas di Roma ha inaugurato l’Ufficio “No azzardo” che si è posto gli obiettivi di prevenire, sensibilizzare, formare e rendere i cittadini più consapevoli sulle drammatiche conseguenze del gioco d’azzardo. Attraverso alcuni progetti avviati nelle scuole l’organismo diocesano è entrato in contatto con 966 studenti tra i 14 e i 17 anni. Di questi, il 48% ha dichiarato di giocare abitualmente arrivando a sottrarre documenti e carte di credito ai familiari per accedere ai giochi online. In Italia, stando ai dati aggiornati al 2018, i giocatori abituali sono 5milioni e mezzo, un milione e mezzo dei quali scommettono compulsivamente. Le restrizioni dovute alla pandemia, inoltre, hanno fatto crescere in modo “esponenziale” il gioco online ha detto Fiasco specificando che contro ogni previsione sono soprattutto i cittadini dell’Italia meridionale, campani e siciliani in testa, a giocare telematicamente. L’esperto ha inoltre posto l’accento sulle scommesse tra privati, “una modalità non compatibile con il codice penale. Tra l’altro – ha osservato – un terzo di queste avvengono dall’estero facilitando così il riciclaggio di denaro”.

Ecco quindi spiegato il perché “l’azzardo è ritenuta una fonte primaria di reddito per la mafia, addirittura maggiore allo spaccio di droga” ha detto il generale della guardia di finanza Nicola Altiero, vicedirettore operativo della Dia.

Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma e presidente della Fondazione Salus Populi Romani, ha puntato l’attenzione sul “legame stretto tra sovraindebitamento, azzardo e usura”. Ha quindi proposto una più stretta collaborazione tra le fondazioni antiusura, la promozione di corsi di educazione finanziaria, di una rete di sostegno per le famiglie coinvolte e forme di solidarietà più concrete per chi è caduto nella trappola dell’azzardopatia.

“Non penso che sia possibile rimanere inerti dinanzi ad uno sfacelo simile”, ha chiosato Gianrico Ruzza, vescovo di Civitavecchia-Tarquinia e di Porto-Santa Rufina secondo il quale è necessario intervenire a livello educativo, culturale e politico perché “Con provvedimenti semplici ed efficaci si può opporre un contrasto serio a questo devastante fenomeno”.

Per l’arcivescovo di Gaeta Luigi Vari, l’azzardopatia è una piaga che viene da lontano, infatti, “la si può far risalire a quando i pretoriani si giocarono a dadi la veste di Gesù sotto la croce”.





Da agensir.it

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