Festival della Missione: intervista a padre Piero Masolo

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«Fino all’età di 18 anni sono vissuto in una bolla, come un piccolo lord. Sono cresciuto nella bambagia, sulla Maserati biturbo di papà, con il motoscafo e la piscina a Bogliasco, a sciare alla Presolana, a cavallo a Ca’ de Rho, in barca vela a Carate Urio, a caccia alla Mercurina». Chi avrebbe mai scommesso che una persona così sarebbe diventato missionario e sarebbe finito in Algeria, a lavorare nella casbah di Algeri, teatro del martirio di suore e religiosi? Dio, si sa, scrive dritto su righe storte. Quell’ex “piccolo lord” oggi è padre Piero Masolo, classe 1978, missionario del Pime, collaboratore dell’Ufficio missionario dell’arcidiocesi di Milano, nonché direttore organizzativo della seconda edizione del Festival della missione che si tiene a Milano dal 29 settembre al 2 ottobre. C’è un’altra curiosità che spiega perché Credere intervisti padre Masolo: il missionario ha appena pubblicato Ricreare radici (Emi), un volume autobiografico, che ripercorre la vicenda, complessa e affascinante, della sua famiglia (padre imprenditore, mamma archeologa, nonni e parenti della buona borghesia milanese). Una storia che incrocia in più punti la grande Storia. Come nel caso dello zio di padre Piero, Carlo Saronio, rapito e ucciso dalle Brigate rosse: una vicenda che Mario Calabresi ripercorre nel suo recente Quello che non ti dicono (Mondadori). Un libro nato, appunto, dall’incontro con Masolo.


Padre Piero, come nasce la sua vocazione missionaria?


«Questa vita che vedi davanti a te non potrebbe essere la tua? Così è nata la mia vocazione missionaria. Era la notte tra il 15 e il 16 agosto 1999. Mi trovavo in India, a Warangal, ospite di padre Augusto Colombo del Pime. Questa domanda me la sono ritrovata dentro e in modo un po’ incosciente ho risposto di sì. Avevo visto sui volti dei missionari con cui ero a contatto una gioia diversa. Qualcosa di affascinante. In quel momento studiavo architettura al Politecnico di Milano, volevo fare l’architetto, non avevo mai pensato di diventare il prete, anzi: nemmeno andavo in oratorio. Dopo aver frequentato il liceo Leone XIII dei Gesuiti a Milano, per dire, avevo persino giurato a me stesso di stare alla larga dai preti per un po’. E invece il buon Dio fa quello che vuole. Ed è così che ho intrapreso il cammino missionario nel Pime e sono stato ordinato prete il 7 giugno 2008».

Diventato prete, al momento della destinazione il “colpo di scena”: nessuna meta esotica, niente Asia o Africa, ma… Milano.

  

«Lì per lì, non posso nasconderlo, la cosa mi ha stupito e anche un pochino deluso. In realtà quelli passati presso il Centro missionario Pime di via Mosè Bianchi sono stati cinque anni splendidi e intensi. Ricordo i moltissimi incontri nelle scuole dove portavamo proposte di educazione alla mondialità, così come si affacciano alla memoria i tanti giovani che si sono affidati a me e ai miei collaboratori nel loro cammino spirituale e nei percorsi vocazionali in direzione della missione. Davvero un’esperienza significativa che porterò sempre nel cuore».


Nel 2014 vieni assegnato all’Algeria, Paese “difficile” da molti punti di vista e dove il Pime è presente solamente dal 2006…


«I sette anni passati là sono stati come approdare in un altro mondo, anche se ad appena due sole ore di viaggio. Un mondo complesso ma molto affascinante. Cosa ho scoperto? Che c’è tanto da ascoltare. Tutte le volte che uno pensa di aver capito è fuori strada, occorre invece imparare ad abbracciare le contraddizioni. Un ricordo particolare: durante la prima ondata di Covid mi sono reso conto che il coprifuoco per gli algerini non era affatto una novità; loro l’hanno vissuto di persona, quando negli anni ’90 l’Algeria è stata scossa dalla violenza estremista che ha seminato ben 200 mila morti nella guerra civile. L’Algeria è un Paese che mi ha arricchito molto. Del resto, l’essere altrove ti spiazza, ma ti fa crescere e diventare una persona nuova. Al missionario è dato proprio questo dono: di “rinascere dall’alto” come disse Gesù a Nicodemo e di iniziare quasi una seconda vita»

Nel 2015, ispirato dall’enciclica Laudato si’, hai dato vita alla Fondazione Darefrutto. Di cosa si tratta?

  

«Darefrutto è nata dal mio desiderio di valorizzare quanto avevo ricevuto in eredità di famiglia e di aprirlo agli altri, al contempo spossessando – mene. Insieme a quattro professionisti abbiamo costituto questa Fondazione che si occupa, fra l’altro, di organizzare eventi e promuove una scuola di educazione ambientale. Ci sarà presto anche una foresteria aperta. In questo modo, a un’ora da Milano, la tenuta San Marzano Mercurina è diventata un posto vivo e aperto alla scoperta della natura, per tutti».


Cosa ti auguri che lasci il Festival della missione, una volta concluso l’evento?


«La preparazione del Festival è stata una grande esperienza di sinodalità. Credo e spero che il percorso di due anni di post-festival ci lasci questo come tesoro da custodire: una preziosa rete di persone e realtà (220 centri missionari d’Italia, ma anche università, istituzioni ecc) che sanno collaborare. Insieme. Se così accadrà, sarà un dono per tutti».

Festival della Missione: vivere per dono

  

Patrick Zaki, lo studente egiziano perseguitato, il senatore ed ex premier Mario Monti, il ministro della Giustizia Marta Cartabia, il giornalista Mario Calabresi, don Luigi Ciotti, l’arcivescovo di Torino Roberto Repole e quello di Milano, Mario Delpini. È nutrito e di alto profilo l’elenco delle personalità che interverranno alla 2ª edizione del Festival della missione (la prima, nel 2017 a Brescia), a Milano dal 29 settembre al 2 ottobre. Ma a tenere banco saranno soprattutto missionarie e missionari che dai quattro angoli del mondo porteranno la loro testimonianza. Vivere per dono sarà il filo rosso della poliedrica manifestazione, in cui molti linguaggi troveranno spazio (cinema, arte e moda compresi), così come molte dimensioni della missione verranno esplorate: dal dialogo interreligioso alla lotta per il creato. «Abbiamo scelto questo tema», spiega padre Masolo, «per dire che è importante oggi riscoprire questa dimensione. Lo dice il Vangelo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”».





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