“Donne Chiesa Mondo”, tra Stato e mercato la sfida della vita

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Il mensile de L’Osservatore Romano che esce venerdì prossimo celebra il 100.mo numero con una serie di servizi dedicati al rapporto fra donne ed economia, una “missione possibile”. Riportiamo l’intervista integrale all’economista Mariana Mazzucato, che ribadisce: bisogna ripensare il capitalismo

di  Marco Girardo*

Mariana Mazzucato si è data una missione. No, non è solo per il titolo del suo ultimo libro, Mission Economy. A Moonshot Guide to Changing Capitalism (Penguin Books), in italiano edito da Laterza. La sua missione parte da lontano, è iniziata molti anni fa, probabilmente quando era una giovane studentessa negli Stati Uniti, figlia d’italiani trasferitisi nel New Jersey per lavoro — il padre Ernesto come fisico presso il Plasma Physics Laboratory dell’università di Princeton — e iniziava a interessarsi dell’impatto della tecnologia sui lavoratori meno professionalizzati. «Credo per me sia stata molto importante, mentre frequentavo il college, la vicinanza con l’attività sindacale negli Usa di quegli anni, fine Ottanta. Avevo lasciato l’Italia nel 1973, un decennio in cui la sinistra giovanile americana, dopo il Vietnam, s’interessava soprattutto a quanto accadeva oltre il recinto di casa, per provare a costruire un mondo migliore. La grande preoccupazione era la guerra civile in Nicaragua, la situazione a El Salvador. In pochi, soprattutto fra i giovani, guardavano invece alle profonde fratture che si stavano creando nel tessuto sociale degli Stati Uniti. C’erano molti scioperi, non solo per l’orario di lavoro, ma per le condizioni di vita in generale. Penso ad esempio ai tanti ispanici impiegati negli hotel di Boston». Dopo la laurea in Storia e relazioni internazionali presso l’Università Tufts, Mariana ottiene un master e inizia un dottorato in Economia alla New School for Social Research. «Ho continuato in quel periodo, siamo nel 1990, a studiare l’attività sindacale. E a interrogarmi sui primi impatti della tecnologia sull’occupazione». Qualcosa insomma stava cambiando in un sistema economico che aveva probabilmente perso la sua carica innovativa, non riusciva più a trovare un equilibrio tra Stato e mercato e avrebbe, da lì in avanti, generato gravi disuguaglianze, città inquinate, marginalizzazione di larghe fasce di popolazioni e, in molti Paesi sviluppati, una crescita lenta e poco sostenibile se non la stagnazione.

Ecco: da quel momento, probabilmente, la missione di Mariana Mazzucato è diventata ripensare il capitalismo. In modo radicale. E riscoprire chi davvero in un’economia moderna genera “valore”, andando alla radice teorica del concetto, ma tenendo insieme ricerca e lavoro sul campo: «La pandemia ci sta insegnando quanto sia importante ripensare ad esempio il rapporto tra pubblico e privato, tra Stato e mercato, che devono avere una dimensione simbiotica, non certo di opposizione, ma nemmeno di mera supplenza dello Stato laddove il privato non riesce a generare profitti o c’è un cosiddetto “fallimento di mercato”. Come scrisse Karl Polanyi, i mercati sono profondamente inseriti (“embedded”) nelle istituzioni politiche e sociali. Sono i risultati di processi complessi, d’interazioni tra i differenti attori dell’economia, incluso lo Stato. Non si tratta di una questione normativa bensì strutturale: come nascono i nuovi ordinamenti socioeconomici orientati allo sviluppo sociale. Il bene pubblico, cioè, si costruisce concretamente attraverso la co-progettazione, recuperando il ruolo dei governi nella creazione di valore economico e sociale. Esattamente il contrario di quanto sta avvenendo con Big Pharma, espressione di un sistema economico parassitario che estrae valore sociale mentre produce profitto economico». The enterpreneurial State (in italiano Lo Stato innovatore, Laterza) è stato il suo primo libro e il più conosciuto, talvolta aspramente criticato per una lettura distorta in chiave statalistica. Mazzucato continua a unire dimensione teorica ed empirica anche oggi che è considerata una tra le economiste più influenti a livello internazionale ed è consulente di diversi governi e organizzazioni pubbliche. A Mondragón, in Spagna, segue una delle più grandi cooperative europee con i suoi 87 mila lavoratori: «La cooperazione è un modello che va studiato a fondo per la sua capacità di generare bene comune, in Italia c’è una grande tradizione in tal senso», rileva.

Tornata in Europa e mamma di quattro figli, Mariana diventa nel 2017 professore dell’University College London in Economia dell’innovazione e del valore pubblico, fondando e dirigendo l’Institute for Innovation and Public Purpose. Nel 2019 le viene assegnato il premio Madame de Staël per i valori culturali di All European Academies, l’anno successivo si aggiudica il John Von Neumann Award. A inizio aprile il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le ha conferito l’onore del Grande Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana.

Conversiamo al telefono ai primi di marzo, quando Londra è in pieno lockdown. Mariana pubblica ogni tanto sui social network qualche istantanea della città deserta. La crisi sanitaria e sociale alimentata dal Covid-19 genera anche un rinnovato impegno a ripensare il nostro modello di sviluppo in cui, troppo spesso, «si socializzano i rischi e privatizzano i guadagni. Già la crisi finanziaria globale iniziata nel 2008 — dice — aveva scatenato una miriade di critiche del moderno sistema capitalistico: è troppo “speculativo”; ricompensa i “cercatori di rendite” anziché i “creatori di ricchezza”. E ha consentito la rapida crescita della finanza, permettendo che gli scambi speculativi di attività finanziarie fossero retribuiti più degli investimenti che portano a nuove attività reali e alla creazione di posti di lavoro». I dibattiti su una crescita non sostenibile sono diventati sempre più frequenti, negli ultimi anni, con preoccupazioni non solo sul tasso di crescita, ma anche sulla sua direzione. Una riforma seria di questo sistema “disfunzionale”, per Mazzucato, già include una varietà di rimedi: rendere il settore finanziario più concentrato su investimenti a lungo termine, cambiare la struttura di governo delle imprese in modo che siano meno attente al prezzo delle azioni e ai risultati trimestrali o tassare più pesantemente veloci operazioni speculative e limitare gli eccessi nelle retribuzioni degli alti dirigenti. «Ma questi rilievi e proposte pur importanti — continua Mariana — non riusciranno a portare una riforma reale del sistema economico finché non saranno saldamente inserite in un dibattito sui processi tramite i quali è creato il valore economico. Bisogna andare alle fondamenta del modello di valore, standardizzarne tutta la catena, fino all’analisi di come le grandi aziende distribuiscono o estraggono il valore. Un colosso come Pfizer è un buon caso di studio in tal senso: Pfizer è riuscita a produrre in poco tempo un ottimo vaccino, distribuendo così valore, ma a monte, con le operazioni di buyback (riacquisto di azioni proprie, ndr) o la geografia societaria per pagare meno tasse, lo estrae finanziariamente dal sistema economico». Detto in altro modo: «Per un reale cambiamento dobbiamo andare oltre i singoli problemi e sviluppare uno scenario che ci permetta di plasmare un nuovo tipo di economia: quella che lavorerà per il bene comune». Non è abbastanza, cioè, arrivare a misurare e includere in quella che chiamiamo crescita il valore implicito del lavoro non pagato per la cura del prossimo, l’istruzione, la comunicazione gratuita via internet. Non è neppure abbastanza tassare la ricchezza o misurare il benessere: «La sfida più grande è definire e quantificare il contributo collettivo alla creazione di ricchezza, in modo che sia meno facile per l’estrazione di valore passare per una creazione di valore».

Se dunque, in questo modo, l’economista italo-americana ha finora contribuito a riabilitare il ruolo dello Stato come capace di generare valore, il passo successivo è legare sistemi di welfare e accelerazione tecnologica: «Il prossimo libro — racconta — lo vorrei dedicare a unire il tema della cura a quello dell’innovazione. Per mettere l’innovazione al centro dello Stato sociale: per passare dal Welfare State all’Innovation State. Unire questi due concetti a livello culturale, visto che ad esempio non esiste una declinazione di bene comune in campo digitale. E per farlo dobbiamo tornare a guardare alla produzione, al chi fa cosa, nel mondo della salute, in quello dell’energia, dell’istruzione e persino nell’economia spaziale».

Una sfida per una mente femminile, capace di tenere insieme dimensioni diverse. Nel Dopoguerra una simile radicalità di pensiero, in campo filosofico, fu propria di pensatrici donne, come Hannah Arendt, citata non a caso nel suo ultimo libro, Simone Weil o Maria Zambrano, donne protagoniste di quel Novecento tanto fecondo dal punto di vista culturale quanto caratterizzato dall’orrore della Storia. Tra gli economisti di riferimento di Mariana ci sono anzitutto i classici, da Ricardo ad Adam Smith, da Schumpeter — soprattutto — a Marx, «economisti che pensavano sia alla creazione del valore sia alla sua redistribuzione, insieme, a differenza di quanto avverrà con il paradigma neo-classico dove il valore è ridotto a dimensione soggettiva del prezzo». Nella sua biblioteca quotidiana, uno scaffale di rilievo è comunque occupato anche da economiste donne. Come Elinor Ostrom — insignita del Premio Nobel insieme a Oliver Williamson per l’analisi della governance e, in particolare, delle risorse comuni come l’acqua o la terra — o la più vicina, anche a Mariana, Carlota Perzez. Nei suoi libri e alle sue conferenze pubbliche si trovano pure echi di Jane Austen e Rosa Luxemburg. «Per avere uno sguardo femminile sull’economia — precisa — non basta e non serve naturalmente solo essere donne. Si tratta piuttosto di estendere anche a livello di analisi e di proposta teorica quelle tipiche capacità di accudimento per i bambini, per gli anziani, per la famiglia alla necessità di curare la comunità, il lavoro, la Terra stessa». Sono i temi sviluppati sul piano antropologico e teologico da Papa Francesco nelle ultime due encicliche Laudato si’ e Fratelli Tutti. «Un riferimento profetico — sostiene Mazzucato — per comprendere la differenza tra bene pubblico e bene comune. E per il necessario cambio di paradigma economico». O di narrazione, direbbe un altro Nobel per l’Economia come Robert Shiller.

Già, perché anche l’economia è fatta di storie. O meglio, ci sono storie in grado di influenzare l’economia. Certo, ci vuole il coraggio di riconoscerle, le buone storie, e di raccontarle con chiarezza. «Il presidente John F. Kennedy che sperava di mandare il primo astronauta americano sulla luna — ripete spesso Mariana Mazzucato — usò un linguaggio coraggioso quando parlava dell’esigenza per lo Stato di avere una missione. Alla Rice University nel 1962 dichiarò: “Abbiamo scelto di andare sulla luna in questo decennio e di fare altre cose, non perché sono facili, ma perché sono difficili, perché quell’obiettivo servirà a organizzare al meglio le nostre energie e le nostre capacità, perché è una sfida che siamo disposti ad accettare, che non vogliamo posporre, che intendiamo vincere, insieme alle altre”. Probabilmente risolvere i problemi sociali che abbiamo davanti a noi oggi è più difficile che andare sulla Luna, ma nulla vieta di provarci. Possiamo solo cominciare a trovare risposte per provare a ristrutturare il capitalismo e renderlo più inclusivo e guidato dall’innovazione, di modo che affronti i problemi concreti.

Gli obiettivi, per i governi, dovrebbero essere già ben chiari: sono i 17 Goals dell’Agenda 2030 nelle Nazioni Unite per uno sviluppo davvero sostenibile».

*giornalista di “Avvenire”



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