Cosa accomuna Pietro e Paolo?

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Peccatori amati, mistero pasquale, morte piena di vita, tenebre piene di luce: ecco il mistero della fede che sia Pietro che Paolo custodiranno nella loro coscienza per tutta la vita, e che indurrà il primo a chiedere che si conservasse in eterno nei Vangeli la storia del suo tradimento (e del perdono), e il secondo a raccontare senza riserve negli Atti, e mille volte nelle sue lettere, che razza di fanatico presuntuoso fosse stato, fino a quando il Signore non l’aveva folgorato col suo amore

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Cosa accomuna i due Apostoli fondatori della Chiesa di Roma?
Certo non la vocazione apostolica, infatti Pietro e Paolo sono stati chiamati all’apostolato in tempi e modi molto diversi: Pietro nella ferialità della vita quotidiana a Cafarnao, da un Gesù vicino di casa; Paolo, dallo sfolgorare del Cristo glorificato, in una comunicazione liminale tra l’interiore e la più assoluta trascendenza, tale da costringerlo per tutta la vita quasi a dover giustificare la sua investitura presso presunti “superapostoli”, “super” solo perché istituzionali.
Certo, li accomunerà il martirio, ma quella è la fine… cosa li ha accomunati durante la loro vita avventurosa?

Cosa indusse Pietro, quando si è visto comparire davanti il famigerato Saulo di Tarso, ad accoglierlo nonostante tutto quello che si diceva di lui? Probabilmente fu il ricordo del fatto che anche lui aveva fatto una cosa molto brutta in un certo momento buio della sua vita, eppure gli era stata data un’altra possibilità.

In effetti è proprio questo che li accomuna: una cicatrice piena di luce al centro dei loro cuori, la cicatrice del loro peccato, riempita però dell’amore del Signore.
“Kintsugi” è la tecnica giapponese di restauro delle ceramiche, che ne lascia vedere le crepe riempiendole però d’oro. Questo è il cuore di Pietro e di Paolo: peccatori amati e chiamati.
Non solo “peccatori”: avrebbero fatto la fine di Giuda, che preferì abbarbicarsi al proprio peccato anziché all’altrui perdono, e vi rimase impiccato; non solo “amati”: si sarebbero potuti ritenere in credito con la vita, come i “giusti” che avevano messo in croce Gesù, perché avevano reputato di non avere niente da farsi guarire.

Peccatori amati, mistero pasquale, morte piena di vita, tenebre piene di luce: ecco il mistero della fede che sia Pietro che Paolo custodiranno nella loro coscienza per tutta la vita, e che indurrà il primo a chiedere che si conservasse in eterno nei Vangeli la storia del suo tradimento (e del perdono), e il secondo a raccontare senza riserve negli Atti, e mille volte nelle sue lettere, che razza di fanatico presuntuoso fosse stato, fino a quando il Signore non l’aveva folgorato col suo amore.

L’esperienza del peccato perdonato funziona come un vaccino: del peccato passato trattiene solo il pezzo che serve all’amore e alla vita, ovvero il pezzo in cui Qualcuno ti ha raggiunto nel fondo, e ti ha ritirato su. Questa memoria grata dà tanto calore, che non la si vuole mollare: è quello che i Padri chiamano penthos, la memoria costante del perdono ricevuto, che spezza il cuore di pietra e rende capaci di amare a propria volta.
Sia Pietro che Paolo in un preciso istante si sono visti con lo sguardo di Cristo su di loro: Pietro nel cortile del sommo sacerdote (cfr. Lc 22, 61), l’altro sulla via di Damasco (cfr. At 26), e hanno visto come Lui vedeva il loro peccato, ovvero come il grido di bambini feriti bisognosi di amore e di vita – e questo sguardo li ha sedotti una volta per sempre, portandoli a consegnarsi a gente simile a loro prima di quell’incontro, forse sperando che anche i loro carnefici, un giorno, avessero potuto sentire quello stesso sguardo su di loro.





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