Comece, partire dal racconto di chi arriva in Europa per capire come accogliere

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Un webinar per far ascoltare il racconto di chi è migrato in Europa e per approfondire la posizione di chi deve accogliere. Lo propone la Commissione delle conferenze episcopali della Comunità europea oggi pomeriggio. Con noi padre Manuel Barrios Prieto, segretario generale della Comece

Francesca Sabatinelli e Gabriella Ceraso – Città del Vaticano

Chi emigra vive la separazione dal proprio luogo di origine, uno sradicamento culturale e anche religioso. Chi emigra è maggiormente vulnerabile ed esposto al rischio di essere vittima di discriminazione, intolleranza e persino di trattamenti inumani e degradanti. Allo stesso tempo, nel processo di integrazione nelle società ospitanti, si possono trovare esempi di resilienza che, con tenacia e determinazione, superano i problemi che devono affrontare nella loro vita quotidiana. E’ dall’esigenza di conoscere queste storie, ma anche dall’esigenza di riflettere su come l’Unione europea potrebbe divenire ambiente più favorevole all’accoglienza, che nasce il webinar previsto oggi pomeriggio, dal titolo “Dignità umana e resilienza: migranti e comunità ospitanti” promosso dalla Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece), in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio Europe.

Sarà un momento di confronto tra chi è arrivato nell’Unione europea per cercare rifugio e ospitalità e chi, dall’altra parte, ha accolto. E sarà anche un momento di verifica delle politiche attuate a livello europeo per gestire la situazione delle migrazioni. Il webinar, spiega la Commissione, mira a “far sentire la voce dei migranti, dei richiedenti asilo e delle comunità ospitanti e di ascoltare i problemi che hanno dovuto affrontare sul campo e come li hanno superati”. Tra i relatori, padre Manuel Barrios Prieto, segretario generale della Comece:

Ascolta l’intervista a p. Barrios Prieto

R. – Noi, in questo webinar, vogliamo ascoltare le testimonianze dei migranti, che ci dicano qual è stata la loro esperienza e quali le difficoltà incontrate e che molte volte sono legate al viaggio, all’arrivo in Europa, all’accoglienza, al primo discernimento che si fa della loro situazione. Quindi, vogliamo proprio ascoltare la loro testimonianza, la loro esperienza e vogliamo anche sentire la voce dei responsabili politici, quali proposte si stanno facendo per questo dramma che affligge tante persone, quali proposte concrete si stanno facendo in Europa. Di fatto, questo seminario, si colloca proprio nell’ambito di questa proposta nuova dell’Unione Europea di un nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, e vogliamo proprio ascoltare le voci delle persone direttamente implicate per avere le idee un po’ più chiare.  

Quindi, all’Europa viene chiesto di divenire un ambiente favorevole per i migranti. Però, recenti sondaggi e studi, hanno di nuovo evidenziato come l’europeo sia animato da sentimenti di ostilità verso i migranti, verso le minoranze in generale. Padre, lei teme che l’Unione europea stia diventando meno accogliente?

R. – Non saprei. Ciò che come Chiesa noi cerchiamo di fare è di cambiare un po’ la narrativa. Queste persone che arrivano, se vengono ben accolte e ben integrate, sono per i nostri Paesi una ricchezza, non un peso. Io credo che sia nostro compito cambiare questa narrativa che si è creata, ossia che le persone che vengono tolgono i posti di lavoro, creano difficoltà, fanno aumentare la criminalità, bisogna fare lo sforzo di cambiare il pensiero. È evidente che l’Europa abbia i suoi problemi, ora accentuati con il Covid. Il Papa ce lo dice, che non si tratta solo di accogliere, ma anche di sapere integrare nelle nostre società queste persone che arrivano, quindi non c’è da essere ingenui o superficiali, sono problematiche complesse e noi, come Chiesa, anche presente in Europa, alziamo la voce a favore delle persone più vulnerabili, spingendo le istituzioni a fare la loro parte. Quindi, questa proposta che si sta portando avanti di un nuovo patto sulle migrazioni e l’asilo, noi l’abbiamo studiata, lo hanno fatto i nostri gruppi di lavoro alla Comece anche con gli esperti di diverse Conferenze episcopali, abbiamo visto le cose positive, ma ci sono anche dubbi. E questo credo sia il nostro compito, cercare di fare in modo che le politiche europee siano più solidali, alzare la voce anche a favore di queste persone più deboli, più vulnerabili che cercano di venire in Europa per trovare un futuro migliore, a volte fuggendo da situazioni veramente difficili e complicate.

Il Papa, domenica scorsa, ha ringraziato la Colombia per aver implementato lo Statuto di protezione temporanea per i migranti venezuelani presenti nel Paese. Francesco ha sottolineato come questa azione sia stata fatta da un Paese non ricco, con tanti problemi sociali e di violenza. Secondo lei, in qualche modo, era un messaggio diretto all’Europa o al mondo più ricco?

R. – Se lo era o no non lo so, ma certo come Europa dobbiamo ascoltarlo. Ci dice che la solidarietà e l’accoglienza si devono esercitare non solo quando si è nell’abbondanza e quando ci avanzano le cose, ma anche quando siamo in difficoltà, anche quando abbiamo i nostri problemi, la solidarietà si vive sempre. E il messaggio del Papa dice anche all’Europa che la solidarietà, l’accoglienza, il rispetto della dignità delle persone e l’aiuto, vanno dati anche quando siamo in difficoltà, anche se siamo in questa pandemia del Covid, anche se le cose non sono tanto facili, non solo quando è facile essere solidali.

L’Europa in questo momento sta vivendo la crisi legata alla rotta dei Balcani, lei che cosa pensa di quello che sta accadendo?

R. – La rotta dei Balcani è una delle rotte di entrata di persone in Europa, soprattutto che vengono dall’Afghanistan, dal Pakistan, anche dal Bangladesh, anche dall’Africa usano questa rotta. Sappiamo poi che molte persone restano bloccate in Bosnia, ai confini con la Croazia, abbiamo visto in questi ultimi mesi la drammaticità legata al freddo, siamo in inverno. È una situazione veramente drammatica e io credo che Europa sia chiamata a fare di più.

Dal primo gennaio, il Portogallo ha preso il semestre di presidenza del Consiglio d’Europa, la Comece ha consegnato un documento all’ambasciatore con le proprie indicazioni sul fronte migranti. Qual è il contributo da parte delle Chiese d’Europa e quali sono le richieste?

R. – Noi, come Chiesa cattolica dell’Unione europea, insieme anche alla Kek (Conferenza delle Chiese europee ndr) che rappresenta le altre Chiese cristiane, cerchiamo di incontrarci sia con l’ambasciatore che rappresenta il Paese qui a Bruxelles, sia con il governo stesso del Paese, all’inizio della loro presidenza del Consiglio, proprio per dare un nostro contributo, il nostro modo di vedere la realtà europea, anche le priorità che dovrebbe affrontare il Paese dal nostro punto di vista, della prospettiva cristiana. Quando abbiamo incontrato l’ambasciatore, gli abbiamo dato un documento elaborato congiuntamente con la Kek con vari temi, perché la presidenza portoghese deve affrontare soprattutto il grave problema del recupero dalla pandemia, con le conseguenze che di certo ci saranno. Un altro tema sarà la conferenza sul futuro dell’Europa che si vuol iniziare in questo semestre e, certamente, anche le migrazioni, con questo nuovo patto che propone la Commissione, sarà una delle priorità della presidenza portoghese. Noi, come Chiesa, abbiamo detto quello che crediamo si debba fare in questo ambito, pensiamo che si debba superare la convenzione di Dublino e crediamo anche che alcuni temi che non ci convincono, in questa proposta della Commissione, dovrebbero essere rivisti, soprattutto per quanto riguarda la prima accoglienza, quello che si chiama il primo screening, per decidere se la persona è un migrante, un profugo, in cerca di asilo. Ci sono certi aspetti in questa proposta che, secondo noi, avrebbero ben studiati e quindi, sì, abbiamo dato questo contributo su questo tema che per noi, per le Chiese d’Europa, è fondamentale.



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