Burkina Faso, tre vittime in un agguato terroristico tra cui due giornalisti

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L’azione riporta in primo piano la pericolosità del Paese dove ampie aree sono in mano a gruppi jhadisti, dal 2015 operano anche i terroristi legati al sedicente Stato islamico

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

“Un gesto che annienta ogni libertà di espressione e di parola”. E’ quanto ha scritto l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Josep Borrell, dopo l’uccisione in Burkina Faso di due giornalisti spagnoli e un cittadino irlandese probabilmente per mano di terroristi legati ad Al Qaeda. 

Probabile matrice di AlQaeda

Erano stati rapiti lunedì nel corso di un’imboscata in un’area nell’est del Paese, dove vivono degli elefanti minacciati dai bracconieri, che li uccidono per impossessarsi delle zanne e venderle sul mercato nero dell’avorio. I reporter David Beriain, 43 anni, e Roberto Fraile, 47 anni, entrambi originari del nord della Spagna, sarebbero stati giustiziati da un gruppo forse legato ad AlQaeda, che avrebbe inviato un messaggio di rivendicazione, insieme all’irlandese Rory Young, direttore di una ong ambientalista. Facevano parte di un gruppo composto da 40 persone, 15 uomini di scorta, caduto in un’imboscata nel quale ha perso la vita anche un’altra persona.

 

Giornalismo coraggioso vittima dei terroristi

Beriain era noto documentarista in particolare sul mondo dei narcos e della criminalità organizzata. Il cameraman Fraile aveva già rischiato la vita in diversi conflitti tra cui quello in Siria dove, ad Aleppo nel 2012, era stato ferito. “Il nostro apprezzamento – ha detto la ministra degli esteri spagnola  – va a quanti, come loro, svolgono quotidianamente un giornalismo coraggioso ed essenziale dalle zone di conflitto”. L’azione riporta in primo piano la pericolosità del Burkina Faso dove ampie aree sono in mano a gruppi jhadisti, dal 2015 operano anche i terroristi legati al sedicente Stato islamico.

Gruppi forti in uno Stato debole

Questi gruppi “sono numerosi e indipendenti l’uno dall’altro anche se poi proclamano delle affiliazioni allo Stato Islamico del Grande Sahara”, spiega a Vatican News l’africanista Luciano Ardesi. “La loro forza sul territorio”, spiega, “sta nel fatto che l’esercito del Burkina Faso è un esercito molto debole e la loro capacità di attacco è molto forte. Scelgono poi di stare nelle regioni boschive dove è più facile nascondersi”.

Ascolta l’intervista di Michele Raviart a Luciano Ardesi

Una soluzione politica, non militare

Le incursioni dei jihadisti non riguardano tuttavia solo il Burkina Faso ma tutta la fascia del Sahel. “Ci sono alcuni elementi costanti”, ribadisce Ardesi, “che sono la precarietà economica e l’estrema povertà  che hanno in un qualche modo aizzato delle rivendicazioni storiche tra gruppi. Finora c’è stata solo una risposta di tipo militare, anche con l’invio di diverse missioni. In Mali sono presenti le Nazioni Unite. C’è la Francia, l’Unione Europea… Ma questo approccio si sta rivelando molto limitato. Forse bisognerebbe dare più spazio ad una dimensione politica cercando anche di risolvere i problemi soprattutto di natura economica che sono all’origine di tutti i Paesi del Sahel



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