Bolivia: “40 giorni per la vita”, preghiera e digiuno contro l’aborto

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Da mercoledì 17 febbraio fino al 28 marzo, l’iniziativa in favore della tutela della vita nascente. I vescovi nel Paese invitano a tutelare i più vulnerabili e a rispettarne la dignità

Isabella Piro – Città del Vaticano

Porre fine all’interruzione volontaria di gravidanza: con questo obiettivo si svolgerà, in Bolivia, un’iniziativa di preghiera e digiuno in favore della tutela della vita nascente. L’evento, denominato “40 giorni per la vita” – si legge sul sito della Conferenza episcopale nazionale – avrà inizio il 17 febbraio, mercoledì delle Ceneri, e proseguirà fino al 28 marzo. La campagna è iniziata qualche anno fa a La Paz, ma con il tempo si è estesa in 7 città del Paese: Cochabamba, Yacuiba, Oruro, La Paz, Sucre, Potosi e Tarija. Al di fuori della Bolivia, inoltre, l’evento coinvolge altre 60 nazioni.

Una preghiera per la vita

Durante i 40 giorni per la vita, “le persone, le Chiese, le famiglie e i gruppi comunitari sono tenuti a unirsi in preghiera intorno ad un obiettivo comune”. Centrale sarà una Veglia di preghiera di 12 ore davanti ad una struttura sul territorio in cui si pratica l’aborto volontario. La Veglia dovrà essere “una presenza pacifica ed educativa – spiegano gli organizzatori – per inviare un messaggio significativo alla società sulla tragica realtà dell’interruzione volontaria di gravidanza”. Essa, inoltre, dovrà servire anche da esortazione al “pentimento” per coloro che “lavorano nei Centri abortivi o che finanziano tali strutture”. Fino al 28 marzo, inoltre, il messaggio in favore della tutela della vita dovrà arrivare “a tutta la comunità”, attraverso “una campagna di sensibilizzazione” massiccia che possa raggiungere più persone possibile.

Custodire la vita

Da ricordare che in Bolivia, a dicembre 2017, è stata approvata la legalizzazione dell’aborto nelle prime otto settimane di gestazione in caso di povertà, nel caso in cui la madre sia una studentessa, in presenza di malformazioni fetali o quando la gravidanza sia conseguenza di stupro o incesto o coinvolga una bambina o un adolescente. Una decisione controversa, contro la quale i vescovi del Paese si sono battuti più e più volte. Centinaia di migliaia anche i cittadini che, quattro anni fa, sono scesi in piazza per manifestare il proprio dissenso. “Fedeli alla missione profetica della Chiesa – scrivevano all’epoca i presuli – insistiamo sul fatto che questa decisione rappresenta una sconfitta per tutti: essa infatti mostra ai nostri figli un Paese che non affronta i propri problemi rispettando e custodendo la vita e la dignità dei più vulnerabili come i bambini e le donne, ma preferisce risolvere tali sfide eliminando gli innocenti”.



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