Bihac, fratellanza tra i profughi e i “samaritani” del Jrs

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In Bosnia, nell’inferno di gelo dei campi per migranti, operano insieme, per il Jesuit Refugee Service, musulmani, cattolici e ortodossi. “Diamo voce a chi non ce l’ha – ci dice padre Perica, direttore del Jrs per i Balcani – per spezzare il blocco del populismo. E questa collaborazione interreligiosa ci da’ coraggio”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

I “samaritani” di Bihac parlano bosniaco, ma anche croato, serbo, arabo e tra di loro comunicano in inglese. Sono gli operatori, traduttori e mediatori culturali del Jesuit Refugee Service, una quindicina tra cattolici, ortodossi e musulmani, che nella fredda città del nord della Bosnia, a pochi chilometri dal confine con la Croazia, portano “una goccia di umanità nel mare di sofferenza” delle centinaia di profughi pakistani, cingalesi, iracheni, afghani dei campi di Borici e Sedra, e a quelli che dormono nella neve, a 15 gradi sotto zero, dopo l’incendio che all’inizio dell’anno ha distrutto il campo di Lipa.

In pantofole nella neve che arriva fino alle ginocchia

“ È sempre uno shock vedere questi uomini camminare in pantofole nella neve che arriva fin quasi alle ginocchia” racconta da Bihac padre Stanko Perica, il croato direttore del Jesuit Refugee Service (Jrs) per il sud-est dell’Europa. In tanti, per scaldarsi, bruciano la plastica. I bosniaci di Bihac, poveri che, in maggioranza, rifiutano i poverissimi, non li hanno voluti nel vecchio stabilimento di frigoriferi Bira, e alcuni hanno trovato rifugio in una casa di riposo abbandonata, dentro piccole tende estive, sacchi a pelo e montagne di coperte.

Padre Perica (il terzo da destra) con alcuni operatori del Jrs e alcuni profughi a Bihac

Padre Perica (il terzo da destra) con alcuni operatori del Jrs e alcuni profughi a Bihac

Elena, che condivide il suo pasto con chi non lo ha

Lì padre Stanko incontra ogni giorno Elena Kushnir, una giovane ucraina che è tra le poche donne profughe. “Lei è ancora in un campo, dove le danno da mangiare e sta al caldo – ci spiega – e viene qui per condividere quello che le danno con chi ha meno di lei”. Una samaritana anche lei, che stava nei Paesi Bassi, è dovuta rientrare in Ucraina e ora non riesce più a tornare nell’Europa dei ricchi. “In tutta questa sofferenza – ci dice il gesuita di Zagabria – ci dà coraggio la collaborazione interreligiosa, per portare umanità e dare voce a questi fratelli”.

Voce per chi chiede di vivere con dignità

Una voce che gli interpreti del Jrs portano a chi gestisce i campi, allestiti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, e alle autorità bosniache che non rispondono agli appelli all’umanità della Comunità europea e delle Ong impegnate sul campo. Se Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti scrive che “il diritto a vivere con dignità non ha frontiere e nessuno può essere escluso a prescindere da dove sia nato”, il presidente di turno della Bosnia-Erzegovina, il serbo-bosniaco Milorad Dodik sostiene l’importanza di “non accettare i migranti, perché è l’unica politica che dà risultati”.

Balcani, la lezione sul populismo non ancora capita

“ È così facile accendere questo populismo – commenta padre Perica – e purtroppo noi in questa Regione, abbiamo già sofferto tanto negli ultimi decenni a causa del populismo. Ma sembra che non abbiamo imparato molto”. Il futuro al quale questo giovane gesuita guarda con fiducia è quello rappresentato dagli operatori locali del Jrs, che una sera hanno accolto a cena, nella casa di Bihac dell’agenzia, il parroco serbo ortodosso della chiesa della Discesa dello Spirito Santo sui discepoli, Slavisa Milinovic, il vice parroco cattolico fra Ivan Tucic e due missionarie della carità di Santa Teresa di Calcutta, la polacca Katarina e l’indiana Mukti, che ogni giorno portano cibo e vestiti ai profughi nel gelo.

Alla stessa tavola si prega in croato, serbo e arabo

Tre confessioni in preghiera intorno alla tavola

Prima di mettersi a tavola, il responsabile del Jrs per la Bosnia, Hamdija Lipovača, nato musulmano ma convertitosi al cristianesimo ortodosso, ha proposto una preghiera prima cattolica, poi ortodossa, infine musulmana, recitata dal coordinatore dei mediatori culturali del Jrs in Bosnia, il libanese Hesham Almaghbaub, la prima sura del Corano, Al-Fatiha. Anche questa è fratellanza umana.

Padre Stanko: portare umanità a chi non ha più nulla

Ecco la testimonianza di padre Stanko, che ha ascoltato molti tristi racconti di chi ha tentato “The Game”, come lo chiamano i profughi: l’azzardo di attraversare il confine con la Croazia o la Slovenia, per essere riempiti di botte e rimandati in Bosnia, dove oggi ci sono 5 campi attivi e circa 8 mila migranti, in attesa di entrare nel “sogno” europeo.

Ascolta l’intervista a padre Stanko Perica (Jesuit Refugee Service)

R. – La situazione in Bosnia è davvero drammatica, ma proprio questa collaborazione interreligiosa è un aspetto incoraggiante di tutta questa crisi così triste. Tutti lavoriamo insieme, cattolici, ortodossi e musulmani, per aiutare e per restituire un po’ di dignità a questa gente che è arrivata qui. Tutti abbiamo le stesse emozioni, gli stessi sentimenti. Tutti siamo toccati davvero, vedendo questa sofferenza davanti a noi. I profughi mostrano la debolezza umana: tanti di loro dormono all’aperto, in questi freddi giorni invernali, riscaldandosi bruciando la plastica, e dall’altro lato questi “samaritani” mostrano la compassione, la vicinanza, l’umanità.

Ci sono musulmani anche tra gli operatori e traduttori del Jesuit Refugee Service. Vi unisce vedere nei migranti che assistite dei fratelli?

R. – Sì, certamente. Abbiamo una ventina di mediatori culturali, quasi tutti i musulmani, che traducono per i profughi e così danno loro una voce. Tanti profughi non parlano inglese o almeno non sufficientemente bene e non possono esprimersi. La nostra missione del Jrs si basa su tre parole: accompagnare, servire e difendere. In questo contesto, forse è più difficile difendere, siccome questo è una crisi provocata anche dalla politica e in un discorso politico è facilissimo, politicamente spesso utilissimo, attaccare coloro che non hanno voce. Per questo noi vogliamo dare a loro questa voce, essere la loro lingua.

Padre Perica (a destra) con alcuni profughi nell'ex ospizio abbandonato di Bihac. Al centro Elena Kushnir

Padre Perica (a destra) con alcuni profughi nell’ex ospizio abbandonato di Bihac. Al centro Elena Kushnir

E c’è in tutti voi la consapevolezza che, come scrive il Papa nell’enciclica Fratelli tutti, “il diritto a vivere con dignità non ha frontiere e nessuno può essere escluso a prescindere da dove sia nato”?

R. – Sì, e vogliamo che questa consapevolezza sia presente in tutti. Il Papa ha ben notato il pericolo del populismo irresponsabile e questa è davvero una grande minaccia. E’così facile accendere questo populismo e purtroppo noi in questa Regione, (i Balcani, n.d.r), abbiamo già sofferto tanto negli ultimi decenni a causa del populismo, ma qualche volta sembra che non abbiamo imparato tanto. Io spero che questa situazione di emergenza che affrontiamo oggi, sarà un insegnamento per futuro.

Tra questi migranti, i fedeli musulmani sono la grande maggioranza. Voi cristiani, cattolici e ortodossi, riuscite a vedere Cristo nei loro volto?

R. – E’ molto facile vedere Cristo nel loro volto. E’ davvero uno shock vedere i migranti in pantofole che camminano nella neve che arriva fin quasi alle ginocchia. Tanti mi dicono che vedendo loro, dimenticano i propri problemi, e davvero è così. Vedere tutto questo ci cambia, come l’incontro con Cristo cambia l’uomo. Le cose assolute diventano relative e viceversa, la prospettiva cambia. E’ proprio un’esperienza religiosa.

La cena nella casa del Jesuit Refugee Service di Bihac. Sedute a destra, le due missionarie della carità Mukti e Katarina

La cena nella casa del Jesuit Refugee Service di Bihac. Sedute a destra, le due missionarie della carità Mukti e Katarina

In conclusione, padre Stanko, ci può raccontare uno o due episodi di vita nei campi, nei quali vi siete sentiti davvero fratelli tra voi operatori e con i profughi?

R. – Quando vedono il simbolo del Jrs sulla macchina o sulle nostre giacche, sono davvero felici: ci salutano per la strada, ringraziano, vogliono parlare con noi. Mi pare che abbiamo portato una goccia di umanità nel loro mare di sofferenza e questo mi dà una grande gioia. Quando ci vedono, subito si aprono, vogliono parlare del loro viaggio, delle sofferenze, e di quante volte hanno fatto il cosiddetto “Game”, cioè hanno tentato di attraversare il confine. E’ molto facile fare un’amicizia, ed è molto stimolante vedere tanta voglia per una vita dignitosa nei loro occhi. Che valore ha una vita, mi chiedo, quando questa gente è pronta ad affrontare tutte queste difficoltà per avere una vita migliore? E’ così facile arricchirsi incontrandoli. Nella nostra casa del Jrs a Bihac, in Bosnia, vivono anche due suore di Madre Teresa di Calcutta che ogni giorno vanno fuori a cercare i profughi per distribuire il cibo e mi dicono che anche se sono due donne, circondate da tanti uomini, non hanno mai avuto la sensazione di essere in pericolo e questa è anche una grande testimonianza.

Di queste persone che le hanno parlato dei loro viaggi, ne vuole ricordare qualcuna, un nome, una storia?

R. – Per esempio, c’è una ragazza ucraina, Elena, che ha vissuto nei Paesi Bassi e purtroppo per qualche ragione ha dovuto tornare in Ucraina. Adesso vorrebbe ritornare nei Paesi Bassi. E’ una delle rare donne tra questi profughi, ma anche lei non riesce di attraversare il confine. Restando a Bihac, però, lei aiuta molto gli altrui profughi: è interessante, perché lei che sta in un campo, in una situazione un po’ più facile, ed ha ogni giorno cibo e riscaldamento, lei porta questo cibo che riceve nella casa di riposo abbandonata, occupata adesso dai profughi, che sono senza cibo. Allora ogni giorno lei porta il cibo che riceve per condividerlo con gli altri profughi.



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